Dalle colonne di Repubblica ai salotti di La7 è un continuo stracciarsi di vesti per le sorti delle donne afghane. Le editorialiste di punta e tacco 10 come Concita De Gregorio si struggono perché i talebani riproporranno il temuto burqa (il velo integrale specialità della casa), escluderanno la popolazione femminile dalla vita politica e la costringeranno alla più totale sottomissione. Se non avessimo visto la sinistra italiana, una ventina d’anni fa, berciare compatta contro George W. Bush e le sue guerre ingiuste, ci verrebbe quasi il sospetto che le sincere progressiste siano nostalgiche delle bombe e delle incursioni dei Navy Seals dopo averle contestate ferocemente e a lungo. Certo, le soubrette dell’impegno mai s’azzarderebbero a sostenere pubblicamente l’esportazione manu militari della democrazia, soprattutto perché a portare a termine il ritiro delle truppe americane da Kabul è stato l’amato Joe Biden, e criticarlo troppo non si può. Che le donne in Afghanistan non vivessero esattamente «all’occidentale» era noto persino prima dell’11 settembre. Già nel 2000, il giornalista progressista Ahmed Rashid scriveva in un celebre libro che i talebani avevano «considerato Kabul come un luogo di perdizione, una sorta di Sodoma e Gomorra in cui bisognava picchiare le donne per indurle alle loro norme di comportamento. E hanno visto gli abitanti del Nord come musulmani impuri che dovevano essere forzatamente reislamizzati». Peraltro, Rashid spiegava chiaramente che i talebani – per ragioni di consenso interno – erano impermeabili a qualunque invito alla moderazione, ignoravano qualsiasi appello alla trattativa: «Negando un ruolo alle donne, i talebani hanno acquisito una falsa legittimità». Dunque, per convincere i barbuti combattenti a cambiare idea, non restavano che le armi. Che però la sinistra italiana (anche legittimamente) ha sempre mostrato di osteggiare.
Viene da chiedersi, allora, che cosa oggi auspichino esattamente le indignate signore dei media: che si trasportino di peso tutte le donne afghane in Europa con un cargo? Pare una soluzione difficilmente realizzabile e ancor più difficilmente sostenibile. Inoltre, non è detto che, arrivando qui, quelle donne troverebbero il paradiso. Le commentatrici che tanto si macerano nel dolore perché alle prossime sfilate autunno-inverno a Kabul il burqa la farà da padrone sono le stesse che, regolarmente, soprassiedono sulla condizione delle musulmane in Italia. Non c’è da tornare indietro di vent’anni, basta ripescare quotidiani e spezzoni di trasmissioni televisive risalenti a poco tempo fa, per la precisione quelli dedicati al caso della povera Saman Abbas. La ragazza, 18 anni, è sparita nel nulla da tre mesi, probabilmente ammazzata dai parenti perché rifiutava il matrimonio combinato in Pakistan. I genitori di lei se la sono svignata, e adesso si trovano chissà dove nel Paese natale. Ebbene, prima che i giornali di sinistra iniziassero a occuparsi seriamente della vicenda sono passate settimane. E quando hanno iniziato a farlo, si sono ovviamente ben guardati dal tirare in ballo i problemi di convivenza prodotti dalla religione islamica. Non che questo atteggiamento ci abbia sorpreso. Di ragazze musulmane (spesso pakistane) uccise o vittime di violenza dalle nostre parti ce ne sono state parecchie, basti ricordare il caso di Hina Saleem nel 2006. Da allora è sempre stata la stessa storia, lo stesso ritornello: la cultura e la religione non c’entrano. Al massimo, si poteva dare la colpa a un generico «patriarcato». Che cosa fanno le stimate progressiste per le musulmane in difficoltà che vivono in Italia (e non in Afghanistan)? Sostanzialmente nulla. Parlando con il Fatto, qualche settimana fa, Dounia Ettaib, fondatrice dell’associazione Donne arabe in Italia, spiegava che dalle nostre parti le musulmane straniere «stanno molto male. Non vedo margine per un’integrazione civile. Sono donne invisibili e molto spesso segregate». Quanti appelli di questo genere abbiamo sentito? Tantissimi. E quanti sono stati regolarmente ignorati? Tutti, di fatto.
Già nel 2016 i dati del ministero dell’Istruzione rivelavano che le adolescenti egiziane, senegalesi, bangladesi e pakistane avevano un tasso di abbandono scolastico che viaggiava intorno al 35% dopo le primarie. Fra i 15 e i 29 anni, sette ragazze su dieci risultavano Neet, cioè persone che non studiano e non lavorano, ma restano a casa. Su queste pagine abbiamo riportato le testimonianze di Souad Sbai, di Maryan Ismail, e di tante altre donne che si battono da decenni contro l’estremismo e la sopraffazione. La sinistra italiana le ha sempre evitate. Anzi, peggio: la Ismail uscì dal Pd in cui militava da lungo tempo perché le fu preferita, a Milano, una candidata velata e ben più radicale come Sumaya Abdel Qader. Proprio nel capoluogo lombardo da anni i democratici fanno accordi con la componente più granitica dell’islam italiano. Giusto ieri, sul quotidiano online La Luce, è uscito un emblematico editoriale di Hamza Piccardo, uno dei padri dell’islam italico, dedicato proprio ai talebani. Con questi ultimi, ha spiegato Piccardo, «esiste un robusto tessuto comune: la fede islamica che ci accomuna». L’articolo si concludeva con un appello ai barbuti guerriglieri: «Come ci ha insegnato la tradizione del Profeta Muhammad a cui sostengono di riferirsi, sappiano essere giusti e misericordiosi con quelli del loro popolo che per debolezza o altre circostanze si trovano oggi tra gli sconfitti». Ecco, questa posizione ci sembra leggermente in contrasto con quelle che i progressisti italiani sono soliti esibire pubblicamente negli ultimi giorni. Eppure Piccardo è una voce molto autorevole all’interno dell’islam politico con cui il Pd ha ripetutamente stretto accordi, come ha fa notare polemicamente Matteo Forte, consigliere comunale di Milano Popolare: «Questo», dice, «è il mondo associativo legittimato e accreditato dalla sinistra milanese da dieci anni a Palazzo Marino».
Donne con il velo integrale si sono viste e si vedono anche nelle nostre città, per cui appare leggermente ipocrita la condanna nei confronti dell’integralismo afghano accompagnata al silenzio sull’integralismo in Italia e non solo. In tutta Europa, infatti, l’islam politico da tempo è in crescita grazie alla complicità della sinistra. È il fenomeno che in Francia chiamano «islamo-gauchisme». Il noto studioso Gilles Kepel, in un libro appena uscito, parla di una quarta generazione della «guerra santa», quella che egli ha battezzato «jihadismo di atmosfera». Si tratta di un jihadismo «strutturalmente legato alla diffusione di messaggi di mobilitazione sui social media che scatenano il passaggio all’azione criminale, e non richiede più l’appartenenza preliminare dell’omicida a un’organizzazione piramidale come Al Qaeda, né l’affiliazione a una struttura reticolare come l’Isis. Al contrario, si cristallizza nell’incontro fra una domanda di azione, diffusa online da “imprenditori d’odio”, e un’offerta terroristica che vi risponde, senza che la correlazione necessiti di essere formalizzata concretamente». I predicatori d’odio, in Europa, «trovano persone che hanno già “comorbidità”, già radicalizzati per amicizie o moschee, spesso gestite dai Fratelli musulmani e dai salafiti, che hanno già compiuto la rottura con la cultura occidentale, pronti a uccidere, senza essere parte di un’operazione, piramidale o reticolare».
Che fa la sinistra italiana per opporsi a tutto ciò? Nulla. Lo scorso aprile, ad esempio, in commissione Ambiente alla Camera è stata bocciata una proposta di Fratelli d’Italia che puntava a «restringere le maglie della normativa sulle associazioni di promozione sociale, usata come escamotage dalle comunità islamiche per derogare le norme urbanistiche e creare luoghi di culto e madrasse abusive in negozi, magazzini, scantinati e garage».
Prima di piagnucolare per le donne abbandonate nelle grinfie dei talebani dal loro amico Biden, allora, le illustri editorialiste democratiche potrebbero degnarsi di dare uno sguardo a quanto accade in Italia. Potrebbero bussare alla porta dei politici della loro area che pasteggiano allegramente con Qatar e Arabia Saudita o che stringono accordi di comodo con le associazioni più radicali. Altrimenti, facciano un favore a noi tutti, alle afghane e pure a sé stesse: tacciano. Non è questione di sessismo, ma di dignità.
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