Crolla un altro totem pandemico: «Indice Rt sballato e inadeguato»
Roberto Speranza (Imagoeconomica)
Davanti alla commissione Covid, l’ordinario di statistica Maruotti fa a pezzi il parametro che definiva il colore delle Regioni: «Non è mai stato aggiornato dopo febbraio 2020. Ed era usato per tutti in modo indiscriminato».

«I dati alla base delle decisioni che vennero prese durante la prima ondata pandemica erano solo in mano ai politici e la strada statistica non era corretta». Mancava la relazione di un esperto, sulla qualità degli indici utilizzati per gestire l’emergenza sanitaria, e a portare chiarezza in commissione parlamentare d’inchiesta è stato Antonello Maruotti, ordinario di statistica presso la Libera università Maria Santissima Assunta (Lumsa) di Roma.

Ieri, il professore ha smantellato l’impalcatura che giustificava la narrazione di contagi da arginare, di chiusure necessarie. «Come si calcola il tasso di positività?», ha esordito. «Dipende se guardiamo i tamponi antigenici o quelli molecolari. I tassi di positività erano notevolmente differenti, era come mettere insieme le pere e le mele», ma questo è quello che fece la comunicazione scientifica.

Nella sua disamina si è occupato del parametro Rt, utilizzato per descrivere il tasso di contagiosità dopo l’applicazione delle misure atte a contenere il diffondersi del Covid, e determinante per le restrizioni che caratterizzavano il colore delle Regioni nel sistema a semaforo imposto dal governo Conte. «Non c’erano algoritmi, l’unico utilizzato fu l’Rt che era comodo, gratuito, scaricabile dal software utilizzato per Ebola. Andava impiegato con cautela, un modello non va bene per tutti e ce n’erano altri di cui servirsi», ha spiegato Maruotti.

Il parametro «venne calcolato su 90 coppie in Lombardia all’inizio della pandemia e mai più aggiornato. Quindi abbiamo preso un valore, stimato a febbraio 2020, e abbiamo detto vale per tutte le Regioni italiane a prescindere dalle strategie di testing. Il modello statistico era sbagliato, eppure le decisioni di chiusura delle Regioni vennero prese in base a quell’indice. Utilizzato in modo improprio, e lo si sapeva. Non c’era differenza epidemiologica tra una Regione gialla e una arancione», ha scandito il professore.

La confusione non era solo determinata da una pandemia che spaventava: «Ogni gruppo di ricerca aveva un suo Rt. Non c’era un centro di coordinamento, i dati che passavano erano la stima di Rt basso o alto in base al “numero di focolai attivi”, ma rispetto a che cosa? Quindi l’interpretazione qualitativa era soggettiva. Ci volevano competenze specifiche per fornire dati, però non c’erano esperti statistici […]. Nessuno ha chiesto un parere al nostro gruppo di ricerca, malgrado avessimo fatto presente che c’erano difficoltà nella raccolta e nella comunicazione dei numeri».

La comunicazione risultava così priva di scientificità e «parziale», l’ha definita l’esperto, portando come esempio quanto venne dichiarato sulla variante inglese del virus Sars-Cov-2, in circolazione nel nostro Paese tra dicembre 2020 e i primi mesi del 2021. «Si diceva che fosse prevalente e più aggressiva in Molise, mentre in Valle d’Aosta non sembrava presente. In realtà, in Molise era stato sequenziato in un unico laboratorio 1 cluster familiare di 15 componenti con la stessa variante; in Valle d’Aosta era stato detto che c’era lo 0% della variante, ma venne sequenziato 1 solo campione. Questo ci fa capire che chi raccontava la storia basandosi sui dati che solo lui possedeva, aveva un grande potere».

L’andazzo, senza modelli statistici, generava allarmi ingiustificati. Come quando, nel luglio del 2021 «anche un membro del Cts disse che con la quarta ondata in agosto avremmo avuto 30.000 casi. Invece rimasero al di sotto dei 10.000. In base a quali dati e modelli lo dissero?», è uno degli interrogativi posti dal professore durante la sua audizione.

La Cabina di regia, istituita presso l’allora ministero della salute retto da Roberto Speranza, azionava il sistema a semaforo basandosi soprattutto sull’indice Rt, che dettava la possibilità di spostarsi, di riunirsi in famiglia, di frequentare la scuola in presenza, di fare vita sociale, di tenere aperte fabbriche, attività produttive e commerciali. Decideva se far vivere o meno il Paese. Un parametro che l’esperto di statistica ha bocciato come inadeguato.

Come se non bastasse, «abbiamo chiuso Regioni perché non avevamo dati sulle Province», ha tenuto a precisare Maruotti. Per fortuna poi arrivarono «i 21 indicatori dell’Iss per analizzare l’epidemia Covid. Erano una buona idea, senza basarsi solo sul numero dei positivi», è stata l’opinione dell’audito. «Purtroppo sono stati sottovalutati e non messi in pratica, o sono diventati dei target», ha aggiunto. «Non si doveva superare una soglia di occupazione di posti letto, ma o non si ricoveravano le persone o si aumentava il denominatore. E ci sono state Regioni che in alcuni momenti hanno aumentato dalla sera alla mattina il numero dei posti letto per non cambiare il “colore”. Posti effettivi o un trucco contabile?».

In ogni caso, il professore ritiene che sia stato un errore scavalcare «gli statistici dell’Iss e appaltare l’analisi dei dati Covid all’esterno, alla Fondazione Bruno Kessler che non si era mai occupata di dati epidemiologici».

Dalla prossima settimana, i lavori in commissione parlamentare potranno contare su un team anche di esperti in ambito giudiziario e investigativo e dovrebbero emergere grosse novità. Sempre che la Procura di Roma fornisca i fascicoli che è tenuta a dare.

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