
«È colpa dei questa destraccia vannaccia». La coscienza progressista è a posto. Per la polizia del karma il tremendo duplice omicidio di Pieve di Camaiore avrebbe già - per proprietà transitiva - un responsabile politico: «Il governo che fomenta un clima d’odio contro la galassia gay».
Niente di più scontato, niente di più falso, niente di più infantile. Ed è davvero triste dover assistere al frangersi dell’ondata di strumentalizzazioni mentre è ancora scolpita negli occhi di tutti l’immagine agghiacciante di un padre così devastato dalla frustrazione da imbracciare il fucile da caccia e trucidare a pallettoni la moglie e il figlio di 24 anni.
È ciò che è accaduto l’altroieri nella Toscana rurale e storicamente rossa, subito dietro lo sfavillio della Versilia, quando al culmine dell’ennesimo litigio il muratore Piero Moriconi (63 anni) ha distrutto le vite che più amava: quella di Kety Andreoni (52 anni) e di Mirko, il loro figlio unico, cameriere al Carpe Diem di Viareggio, descritto dai colleghi come «un ragazzo mite, allegro e un po’ sopra le righe». Mirko era omosessuale e aveva problemi di droga; il mix per il padre era diventato un cruccio fuori dal tempo, fuori dal mondo, fuori dalla società che oggi noi conosciamo.
Lo ha ammesso lo stesso pluriomicida davanti al pm: «Ero ansioso perché mio figlio era gay e non faceva altro che chiedere soldi. Aveva problemi di tossicodipendenza e di alcol. Era iperattivo e psichiatrico, ingestibile e violento. Chiedeva sempre soldi e noi eravamo costretti a nasconderli». Prima di salire sul tetto di casa ad aspettare i carabinieri aveva detto al cognato: «Mi sono liberato di loro». Follia pura, confermata da alcuni post premonitori di Mirko che sui social aveva scritto con amarezza: «È brutto considerare che tuo padre ti preferisca morto che gay». La madre lo aveva capito e lo aveva sempre difeso, la dinamica famigliare era complicata. E lui ancora postava: «Lei è la mia complice di vita, la mia migliore amica, la mia forza. Mamma ti voglio bene».
Parole che ricostruiscono un contesto di disperazione e di paura, non estraneo a famiglie provate nel duro compito di tenere insieme affetti, diritti, doveri e cocci di vita. Oggi tutto questo suona a testamento morale. Parole davanti alle quali ci dovremmo fermare nella pietà cristiana e nel silenzio rispettoso della dignità umana. Invece no, come allo sparo dello starter ecco la corsa affannata a trasformare una tragedia in un comizio da parte della sinistra arcobaleno avvinghiata al benaltrismo come l’edera. Omotransfobia, patriarcato tossico, richiesta di nuove leggi speciali e di disforia di genere à la carte. Il povero Mirko Moriconi issato a forza sul carro del gay pride e Kety già dimenticata. Perché il sacrificio salvifico di una madre, alle iene della politica non basta per difendere l’istituzione della famiglia.
La brutale gara è in corso. Alessandro Zan, responsabile dei Diritti (con quello che significa) del Pd: «Non si può ignorare il contesto che sta emergendo, che riporta all’omofobia che la destra non solo nega ma che alimenta nel Paese con continui discorsi d’odio». Ciascuno porta il proprio tizzone per far divampare l’incendio. Marilena Grassadonia (Sinistra Italiana): «Oggi nel nostro Paese le persone Lgbtqia+ muoiono per mano di chi decide di «sbarazzarsi di loro» anche sparandogli in faccia. Il ddl Zan prima, ora l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole e la carriera alias, perfino il divieto delle pratiche di conversione: c’è chi ha bollato qualsiasi misura che promuovesse i diritti transgender come inutile se non addirittura pericolosa». Natascia Maesi, presidente Arcigay: «Nel nostro ordinamento manca una legge sui crimini d’odio. Nella famiglia cresce la violenza, la famiglia resta un luogo non sicuro per gli omosessuali».
Nessun segno di pietà cristiana, nessuna delicatezza, contano solo fango e manipolazione. Il peggio arriva come sempre dai social, dove la corsa a criminalizzare un sistema sembra una gara olimpica. Mentre perfino vecchi giornalisti sportivi in pensione gridano «dagli al fascista omofobo», gli organizzatori di Milano Pride non perdono occasione per utilizzare la tragedia a scopo di marketing. «Questo gesto ha un nome preciso: si chiama omofobia, e l’omofobia uccide. Tutto ciò ci ricorda quanto sia fondamentale sostenere i Pride in modo compatto. È l’unico modo per stanare e smascherare la retorica della politica negazionista. Scendiamo in strada anche per loro: ci vediamo sabato 27 giugno al Milano Pride». Stanare, smascherare. Venghino signori, il luna park vi aspetta. Tutto così osceno.
Mentre due vite sono state spezzate e una terza dovrà confrontarsi per sempre con la propria follia («Quanto sangue in queste mani» Lady MacBeth) si sgomita per la prima fila e c’è chi chiede, come Maesi, una legge per il «gaycidio». Dimentica che il codice penale prevede già aggravanti precise per le discriminazioni di genere, in Italia come in tutte le altre democrazie occidentali. La pagina di attivisti «Genderation» arriva a stilare una lista di proscrizione: «Vannacci, Zelger, Adinolfi, Pillon, ProVita & Famiglia, siete complici». Scritto a caratteri cubitali, in rosso. Come fece Lotta Continua quella volta. Indicare il target: questo è il pericolo, il lato più disumano. Questo è l’odio di chi dipinge con l’arcobaleno i cuori.






