I «no» dei fanatici verdi ai lavori anti piena
Ansa
  • In tutta Italia opere come le vasche di laminazione, che avrebbero limitato i danni, finiscono nel mirino di comitati ambientalisti, di norma sostenuti anche dal Movimento 5 stelle. E il telegeologo Mario Tozzi si schiera con le nutrie che devastano gli argini.
  • Attiviste seminude colpiscono il Senato col fango per attaccare l’esecutivo: «Questo è per l’Emilia». Undici denunciati.

Lo speciale contiene due articoli.

Siamo purtroppo diventati tutti novelli esperti di ingegneria idraulica. Si sarebbero potuti evitare o quanto meno mitigare i danni dell’alluvione nell’Emilia Romagna? È tutto un fiorire di vasche di laminazione, casse di espansione o scolmatori. Chiamo il presidente dell’Ordine dei geologi emiliano, Paride Antolini, già da noi intervistato. Alcuni suoi «spiegoni» mi sono necessari. «L’area di laminazione», mi dice, «sta al fianco del fiume. Qui l’acqua defluisce naturalmente e, sempre naturalmente, ritorna al fiume passata la piena. Sono in genere terrazzi alluvionali. Vecchie aree occupate dal fiume nei secoli o millenni precedenti. Le vasche di laminazione invece si ottengono con accorgimenti tali da incrementare il volume di quelle aree». Chiedo ad Antolini cosa siano le casse di espansione e gli scolmatori. «Le casse di espansione possono essere realizzate solo artificialmente costruendo arginature e soglie di ingresso e di uscita. Servono opere in calcestruzzo, per intendersi. Infine, lo scolmatore è un’opera allineata all’argine. Permette la tracimazione del fiume verso la cassa di espansione».

Ora che ne sappiamo di più, facciamo un giro per vedere chi nel corso degli anni si è opposto – qua e là – alla realizzazione di queste preziose opere che avrebbero probabilmente risparmiato vite umane e danni (economici e ambientali). Piccolo consiglio ai naviganti. Digitate su Google «M5s contrari vasca laminazione» e con il materiale trovato potrete scrivere un tomo degno di competere con Guerra e Pace di Lev Tolstoj quanto a volume. Noi ci limitiamo ad un’ipotetica «top seven» per capire quanto sia difficile in Italia realizzare queste opere. Non abbiamo competenze per dire chi avesse ragione o torto. Ci limitiamo a osservare come il fenomeno dell’opposizione alla realizzazione delle opere infrastrutturali sia radicatissimo.

Partiamo dalla posizione numero sette. I grillini della Campania nel 2015 appoggiavano il comitato Gente del Sarno e no vasche pur non facendone parte e pur non dichiarandosi «contrari alle vasche di laminazione in generale». Al sesto posto ancora il movimento guidato da Giuseppe Conte che nel 2017 si opponeva alla realizzazione delle vasche di laminazione lungo il tratto del fiume Pescara. I grillini d’Abruzzo gioivano per la bocciatura del progetto perché ritenevano l’opera sostanzialmente inutile allo scopo. Al quinto posto ancora i M5s. In zona Villafranca a Forlì, nel 2018, si interrogavano a proposito della progettazione di una enorme vasca di laminazione. «Opera realmente necessaria o spot elettorale per qualcuno?». I grillini definivano l’opera «faraonica» dato il costo di 3,2 milioni. Al quarto posto, la bocciatura da parte del Comitato di valutazione ambientale della vasca di laminazione sul torrente Curogna in provincia di Treviso. Chi esprimeva soddisfazione per la scelta? Ovviamente il deputato del Movimento 5 stelle Federico D’Incà. Che domande! E finalmente si entra in zona medaglie. Al terzo posto, quella che definiremmo la linea del Piave. Il vicesindaco del comune di Vidor (Treviso) si schiera contro le «cassa di espansione sul Piave». Di corsa verso la medaglia d’argento. Siamo a Milano. Oggetto del contendere è la realizzazione di una vasca antiesondazione per il fiume Seveso. Nel 2021 si danno avvio ai lavori per la realizzazione della vasca. L’opera serve a salvare Milano dalla esondazione del torrente. Il solito comitato No vasca alza la voce. Anche il sindaco di Bresso, Simone Cairo, era uno storico oppositore dell’opera. Poteva mancare la posizione del Movimento 5 stelle? No, dico, poteva? Ma no che non poteva. Patrizia Bedori, consigliere a Palazzo Marino, parla di «ennesimo scempio» e «progetto nefasto». Secondo Bedori si era addirittura mobilitata alcuni anni prima niente popò di meno che la presidenza della Commissione europea allora guidata da Jean-Claude Junker per esprimere «perplessità e preoccupazione». Il Comune di Milano difendeva l’opera: «L’acqua rimane nella vasca per la durata della piena e poi viene reimmessa nel Seveso». E arriviamo al primo posto. Nemmeno 20 giorni fa. Legambiente commenta la realizzazione delle opere di laminazione del fiume Olona nell’Alto milanese. Ripeto 20 giorni fa! In Legambiente sono «sconvolti dalla distruzione del paesaggio naturale trasformato in un immenso cantiere». «Il progetto è osteggiato dalle associazioni ambientaliste, il comitato no vasche e anche le amministrazioni comunali per il suo eccessivo impatto ambientale», prosegue il comunicato. Di seguito la motivazione che a nostro insindacabile giudizio vale la medaglia d’oro. Occhio, tenetevi forte: «il cambiamento climatico innegabilmente in atto e la preoccupante siccità che colpisce la Pianura padana rendono quest’opera oltremodo discutibile e fuori dal tempo».

Premio della critica, infine, alla difesa di ufficio delle nutrie le cui tane indebolirebbero gli argini dei fiumi da parte del geologo Mario Tozzi. Sono «bestiole assolutamente non aggressive e non portatrici delle malattie dei topi. Verso di loro un’ostilità inspiegabile. Le nutrie scavano gallerie e tane negli argini fluviali e se ne trovano molte nelle zone di rottura in caso di piogge eccezionali. Ma altrettante dove l’argine resta integro. Tutto da dimostrare il rapporto di casualità», spiegava il 4 maggio sulla Stampa. Dubbio legittimo e fondato. Peccato che lo stesso rigore non si abbia nel dubitare dell’utilità delle folli politiche di decarbonizzazione.

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