Allarme siccità, eppure l’acqua ci sarebbe
Il Fiume Po in secca tra piante e fauna e crescita incontrollata delle alghe, Torino, giugno 2026 (Ansa)
  • La carenza di invasi permette di immagazzinare solo l’11% della pioggia. In Sicilia si devono addirittura svuotare i bacini delle dighe perché sopra una certa soglia non reggono la pressione. Col Pnrr un po’ di manutenzione è stata fatta, ma servono nuove costruzioni.
  • La rete regge a fatica una domanda che, con la transizione verde, continua a crescere

Lo speciale contiene due articoli

Fiumi che esondano, nubifragi, paesi spazzati via da valanghe di acqua ma poi arriva l’estate e tornano le immagini dei campi arsi dal sole, delle colture secche, delle fontane a secco mentre i sindaci rinnovano l’allarme siccità. In Sicilia la situazione è paradossale: nonostante il problema idrico si ripresenti puntualmente, da una parte non si riesce a raccogliere la pioggia delle grandi precipitazioni e dall’altra si svuotano i bacini delle dighe perché non reggono la pressione dell’acqua oltre una certa soglia. Le Regioni virtuose del Nord Ovest non possono mettersi in cattedra. Pur avendo una manutenzione più attenta delle condutture e quindi limitando la dispersione idrica, non sono in grado di immagazzinare le precipitazioni più violente, se non in piccola parte.

Eppure l’Italia oltre ad essere baciata dal sole, è beneficiata dalle piogge. Queste superano annualmente i 300 miliardi di metri cubi, però per carenze infrastrutturali, si riesce a trattenerne solo l’11%.

Dopo la crisi idrica del 2022 si parlò di fare invasi ovunque. Eppure a distanza di quattro anni il problema siccità è tornato con prepotenza e dei bacini di raccolta non c’è traccia. «Il Veneto per mancanza di bacini ha disperso in mare in due mesi un miliardo di metri cubi di acqua» spiega il presidente dell’Anbi (l’organizzazione che riunisce i consorzi di bonifica) Francesco Vincenzi. Ma i fondi del Pnrr? Il problema è che i soldi europei sono destinati al miglioramento delle strutture esistenti. Il che va bene: sono stati effettuati 258 interventi di efficientemento per un valore di 1,6 miliardi, ma l’emergenza degli invasi è rimasta tale.

E il Piano nazionale per il settore idrico? C’è un Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico (P.N.I.I.S.S.I.), che nel 2025 ha finanziato 75 progetti per circa un miliardo, fra cui alcuni volti a realizzare nuovi serbatoi per l’accumulo. Però, afferma l’Anbi, «il finanziamento è rimasto sulla carta». Nel 2023 il governo Meloni ha istituto un Commissario straordinario per la scarsità idrica e una cabina di regia presieduta dal ministro delle Infrastrutture.

«Non sono stati fatti interventi strutturali ma di efficientemento del sistema» afferma Vincenzi e ricorda che «sono in corso da due anni i lavori per risolvere il problema dell’invaso di Capolattaro in Campania inutilizzabile perché mancano le opere per portare l’acqua dal bacino al territorio». Poi sottolinea che «complessivamente i bacini italiani hanno il 10% della loro capacità ridotta perché non vengono puliti. Negli anni, per l’incuria, si accumulano i sedimenti».

Vincenzi ha comunque apprezzato il lavoro realizzato dal commissario Nicola Dell’Acqua e dalla cabina di regia, ma invita a non confondere l’emergenza con la pianificazione. «Dal 1976 in avanti non si è più parlato di invasi. Io mi riferisco a un piano con un lasso di tempo che non sia meno di dieci anni. Un miliardo all’anno per dieci anni».

Il termometro della gravità della situazione è lo stato di salute del Po. «In Polesine, in una settimana, il Po è passato da una portata di 900 metri cubi al secondo a 300 metri cubi, cioè ha perso il 60% della portata, cosa inaspettata con questa velocità. Nel delta del fiume è stata sospesa l’irrigazione perché l’acqua marina sta entrando e salinizza le falde e i territori» afferma Vincenzi.

In aggiunta a quanto previsto dal Piano idrico nazionale, Anbi e Coldiretti, hanno presentato tra ottobre 2025 e gennaio scorso, 266 progetti redatti d’intesa con le regioni italiane per essere finanziati all’interno del Piano. Di questi, 74 riguardano la realizzazione di invasi o la manutenzione di quelli esistenti. Se dovessero essere finanziati tutti, richiederebbero oltre 7 miliardi ma ora sono sulla carta. Vincenzi chiede alla politica continuità. «Già avere oggi decreti attuativi di oltre 800 progetti del P.N.I.I.S.S.I. è un grande risultato, però la crisi climatica la dobbiamo vedere con una visione temporale che non è quella della campagna elettorale o della durata di un governo».

Poi c’è il tema discusso della desalizzazione, un processo molto costoso e che ha la problematica dello smaltimento della salamoia, il residuo salino derivante dal processo. Nel nostro Paese sono attivi 340 dissalatori, un numero basso rispetto al fabbisogno, quasi tutti operanti nelle piccole isole. La maggior parte dei dissalatori si concentra su strutture di dimensioni ridotte o medie, molte delle quali forniscono acqua potabile a settori industriali e turistici, inclusi hotel e resort. Il più grande impianto presente in Italia e nel Mediterraneo si trova a Sarroch, nella provincia di Cagliari. Al momento è utilizzato principalmente per scopi energetici, ma ha il potenziale per fornire acqua quasi potabile per usi civili, con una capacità produttiva di circa 500 metri cubi all’ora.

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