- Il segretario di Stato, Mike Pompeo, ribadisce i dubbi sulla trasparenza del regime: «La malattia era nota, ma non hanno informato l’Oms né il resto del pianeta». Il Dragone smentisce, tuttavia continua a non condividere i campioni originali dell’agente patogeno.
- Intanto Pechino affama la Slovenia. La multinazionale Hisense reagisce alla crisi con licenziamenti a raffica in una ditta controllata nell’Est europeo: una ritorsione contro il premier che dialoga con gli States.
Lo speciale comprende due articoli.
Gli Stati Uniti sono tornati ad accusare la Cina sulla gestione della crisi epidemica. Nel corso di un’intervista radiofonica svoltasi giovedì sera, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha rivolto parole particolarmente dure all’indirizzo della Repubblica Popolare: «I primi casi di coronavirus erano noti al governo cinese forse già a novembre, sicuramente a metà dicembre, e si sono presi del tempo per riferirlo al resto del mondo, compresa l’Organizzazione mondiale della sanità». Pompeo ha inoltre affermato che gli States stanno ancora attendendo dalla Cina il campione originale del virus rilevato nella città di Wuhan (epicentro della pandemia). «La questione della trasparenza», ha chiosato il segretario di Stato, «è importante non solo come questione storica per capire che cosa è accaduto a novembre, dicembre e gennaio, ma è importante anche oggi. Abbiamo bisogno di trasparenza». Nonostante ieri il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, abbia parlato di «osservazioni infondate», non è la prima volta che si ipotizza che il Covid-19 possa essere in circolazione già dal mese di novembre. Lo scorso 13 marzo, il South China Morning Post, testata giornalistica di Hong Kong, riportò che – in base ai dati del governo cinese – il primo caso d’infezione potesse risalire al 17 novembre: si sarebbe trattato, in particolare, di un cinquantacinquenne della provincia dello Hubei.
Già nei giorni scorsi Pompeo aveva adottato la linea dura nei confronti di Pechino. Non solo aveva accusato il Partito comunista cinese di aver tardato nel trasmettere le proprie informazioni all’Oms, ma aveva anche chiesto che la Repubblica Popolare accogliesse degli ispettori internazionali nei propri laboratori che conducono studi sui coronavirus (a partire dal Wuhan Institute of Virology). Una richiesta che, nelle scorse ore, il governo cinese ha seccamente respinto. Al momento la Casa Bianca sembrerebbe convinta della tesi secondo cui il Covid-19 sarebbe accidentalmente fuoriuscito da un laboratorio di Wuhan che effettuava esperimenti sui coronavirus tratti dai pipistrelli. Una tesi che, in sé stessa, non cozzerebbe con l’assunto – condiviso da gran parte della comunità scientifica – secondo cui il virus avrebbe origine animale e non sintetica. Quel che è certo è che Washington nutre sempre maggior sospetto verso la spiegazione «tradizionale», ovvero quella che vuole che l’infezione abbia avuto origini naturali e accidentali nel mercato del pesce di Wuhan. È pur vero che una parte della comunità scientifica è scettica sullo scenario della fuga del patogeno da un laboratorio, però, al momento, confutazioni irrefutabili di questa teoria non si riscontrano. Basti pensare che, giovedì scorso, il sito giornalistico americano Vox ha interpellato cinque scienziati che, pur fortemente dubbiosi sull’ipotesi della fuoriuscita dal laboratorio, non hanno potuto tuttavia escluderla in modo definitivo. Alla luce di ciò, è allora forse un po’ troppo semplicistico ritenere – come fa una certa vulgata – che questa teoria sia soltanto uno strumento usato da Donald Trump per sviare l’attenzione mediatica dalle proprie difficoltà in politica interna.
Resta poi il nodo del controllo politico che la Cina esercita sulle proprie strutture scientifiche.
Come detto, Pompeo ha dichiarato che Washington è ancora in attesa del campione originale di virus da Pechino. Ma la questione è, se possibile, ancora più articolata: a fine febbraio, il South China Morning Post riportò che, il 12 gennaio, le autorità cinesi avevano ordinato la chiusura del laboratorio nello Shanghai Public Health Clinical Centre, struttura che appena il giorno prima aveva diffuso pubblicamente la sequenza del genoma del Covid-19. La chiusura venne giustificata tirando in ballo il concetto di «correzione» (termine dal sapore neppur troppo vagamente maoista) e senza fornire ulteriori chiarimenti. L’istituto aveva isolato la sequenza il 5 gennaio, informando lo stesso giorno la Commissione sanitaria nazionale. Tuttavia, vista la prolungata reticenza del governo cinese nel diffondere quei dati, l’11 gennaio il laboratorio decise alla fine di rendere pubblici i risultati della propria ricerca. Una scelta che evidentemente a Pechino deve essere piaciuta poco.
In tutto questo, Trump è stato accusato di aver esortato i cittadini americani a usare luce, calore e iniezioni di disinfettante per contrastare il morbo. Peccato che non abbia mai fatto nulla del genere. Le affermazioni di Trump sono seguite alla presentazione di uno studio, da parte del sottosegretario Bill Bryan, secondo cui il virus parrebbe indebolirsi se esposto a temperature elevate o alla luce solare. Uno studio su cui lo stesso Bryan si è mostrato cauto, così come la dottoressa Deborah Birx. Nel corso della conferenza stampa, Trump – che non è un medico – ha parlato per «ipotesi» e – pur dicendosi interessato allo studio – si è limitato a chiedere alla stessa Birx se potessero essere condotti degli studi per appurare l’eventuale efficacia della luce solare.
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