In Svezia la sinistra contiene i sovranisti perché sui confini va dietro alla Meloni

La sinistra svedese ferma l’onda nera. L’estrema destra ha perso consensi, forse non andrà al governo, di sicuro il verdetto delle urne, ancorché incerto, le ha guastato la festa.

Il cambio di rotta dei socialdemocratici svedesi

Contrordine compagni, adesso le elezioni sono bellissime. Magdalena Andersson, la leader del Partito socialdemocratico, ha restituito al salotto progressista un po’ di fiducia nella democrazia. E nell’immigrazione: stando ai sondaggi, il 46,6% dei cittadini nati all’estero preferiva il S/Sap, contro il 31,2% degli indigeni. Vedete? Vengono in Occidente a fare i lavori che i nativi non vogliono più fare, tipo votare socialista. Peccato solo che, nonostante la sua popolarità tra gli stranieri, Andersson abbia sposato la linea dura sui migranti.

La svolta securitaria e il modello Danimarca

Lo ha dovuto riconoscere pure Repubblica, che ieri spiegava come l’aspirante premier abbia «rivoluzionato» l’agenda del partito: «Ha condannato la politica del suo predecessore» alla guida dei socialdemocratici e del Paese, Stefan Löfven, «che nel 2015 diede accoglienza a 160.000 rifugiati per lo più siriani, e si è avvicinata da subito alla collega Mette Frederiksen, premier danese, anche lei di sinistra». Ma fautrice di provvedimenti che in Italia provocherebbero la rivolta dei tre quarti del campo largo e di chissà quanti magistrati «democratici»: ad esempio, l’idea di cacciare gli immigrati condannati per reati gravi; o la proposta di emendare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, pur di rendere più semplici le espulsioni.

La convergenza tra la sinistra nordica e la linea Meloni

Andersson – ha ricordato il quotidiano romano – non appena eletta al vertice del principale gruppo politico di sinistra, «ha detto che chi vuole vivere in Svezia deve imparare lo svedese, lavorare e diplomarsi, se vuole ricevere dei sussidi». Un ragionamento che starebbe benissimo in bocca a Matteo Salvini. Nonché all’attuale inquilina di Palazzo Chigi. In effetti, l’unica cosa che si sono scordati di scrivere a Repubblica è che il modello Frederiksen coincide, in sostanza, con il modello Meloni.

Tant’è che le due donne a capo dei governi di Copenaghen e Roma, dopo l’invasione di Ceuta, hanno firmato una lettera congiunta sulla difesa dei confini e del «patrimonio culturale cristiano» dell’Europa, minacciato dall’islamizzazione. La mossa della socialdemocratica danese aveva spiazzato e sdegnato i suoi colleghi al Parlamento Ue. Il cui vicepresidente, Javi López, socialista spagnolo, insieme al responsabile Esteri del Pd, Peppe Provenzano, ha definito «inaccettabile» questa scelta di «allinearsi, in modo coordinato, alla presidente del Consiglio italiana».

Alla luce di tutto ciò, la soddisfazione dei progressisti per il fiasco della destra nazionalista svedese apparirebbe quasi patetica, se non sapessimo che i dem erano riusciti a esultare per la vittoria di Péter Magyar in Ungheria. Solo perché aveva sconfitto Viktor Orbán e nonostante la sinistra fosse completamente scomparsa dal Parlamento di Budapest.

Welfare State e incompatibilità con l’immigrazione di massa

Non è un caso che il Partito di centro svedese, membro della coalizione di opposizione con socialdemocratici, Partito della sinistra e Verdi, abbia già annunciato la sua indisponibilità a sostenere un esecutivo della Andersson con dentro la sinistra radicale. Il mix tra svolta securitaria e welfare non mette tutti d’accordo. Il prezzo per «fermare l’onda nera», ossia l’ascesa della destra di Jimmie Åkesson, che vorrebbe pagare anche gli stranieri con cittadinanza svedese affinché remigrino, è stato sposare la stretta sull’accoglienza.

Diciamoci la verità: era una torsione inevitabile per la Scandinavia, vista la sua tradizione di forte Stato sociale. Gli studiosi lo avevano immaginato parecchio tempo fa: era il 1996, quando George Borjas e Lynette Hilton, nel famoso Immigration and the welfare State, confermarono che i benefit pubblici se li pappavano gli immigrati poco qualificati. Non era difficile intuire che questa asimmetria avrebbe reso incompatibili frontiere spalancate e diritti sociali: per redistribuire la ricchezza occorre una comunità coesa; l’immigrazione di massa la frammenta.

Le contraddizioni della sinistra italiana rispetto al Nord Europa

In Danimarca lo hanno capito. In Svezia, Andersson pretende che i forestieri imparino la lingua e trovino un impiego, altrimenti niente aiuti pubblici. E in Italia? In Italia, Elly Schlein chiude la Festa dell’Unità proclamando che, se andasse a Palazzo Chigi, farebbe abolire la Bossi-Fini. La legge che mette dei paletti all’ospitalità universale, peraltro meno rigidi di quelli immaginati dall’aspirante ministro di Stato di Stoccolma.

Il Pd non sembra proprio aver compreso la lezione. Per arginare la destra, si affida ad altri sotterfugi: il cordone sanitario invocato da Paolo Gentiloni e, magari, il commissariamento di chi si permette di votare male, come pensano di fare Cdu e Spd con la Sassonia-Anhalt, nel caso in cui Afd vi formasse un governo. Modello tedesco, più che modello svedese.

Da non perdere

Il lato oscuro dell’oro
Mondo

Il lato oscuro dell’oro

Un recente rapporto indaga la situazione di dieci Paesi, dal Brasile alle Filippine passando da Mali e Sudan. Scavi nei giacimenti e commercio sono spesso illegali.