Il dubbio è, of course, amletico: è così potente l’attrazione dell’Europa da disgregare il Regno Unito chiamando a sé Scozia, Galles e Ulster o l’Ue è piuttosto un ottimo paravento dietro cui celare antichissime spinte secessioniste?
Il giorno dopo la diffusione da parte del The Telegraph , il più autorevole giornale conservatore di Londra, che fa della notizia una manifesta critica alle politiche del Labour è una sorta di gioco a nascondino. Nessuna reazione ufficiale al vertice che si è svolto ieri a Cardiff nel corso del quale i tre i leader, Rhun ap Iorwerth per il Galles, John Swinney per la Scozia e Michelle O’Neill per l’Irlanda del Nord hanno firmato il memorandum ampiamente annunciato dal quotidiano conservatore.
Come abbiamo scritto ieri: oltre il Vallo di Adriano con la dichiarazione congiunta dei tre Paesi, una sorta di lega celtica contro Londra, il dado è tratto. A Londra silenzio del governo, ma anche di Nigel Farage. Si sa che questo passo ultimativo è stato deciso dopo un tumultuoso incontro, una decina di giorni fa, tra Andy Burnham, e il primo ministro scozzese, John Swinney. In un primo momento pareva che Burnham fosse disponibile a considerare un nuovo referendum per l’indipendenza della Scozia sulla scorta di quanto previsto per l’Irlanda del Nord. Poi l’inquilino di Downing Street ha fatto retromarcia: nessun referendum né in Scozia né in Ulster perché non c’è la volontà popolare. Del resto nel 2014 fu respinta proprio per referendum la separazione di Edimburgo e di questo si è sempre fatta forte Londra.
Ma ora c’è la variabile Europa come se la Brexit avesse riacceso le spinte scissioniste. Ursula von der Leyen non si esprime trincerandosi dietro la consuetudine che l’Ue non fa valutazioni su faccende interne ad altri Paesi (a meno che non le faccia comodo) pur avendo ascoltato con un qualche imbarazzo la dichiarazione dei tre primi ministri delle Nazioni sulla via di fuga di Londra che hanno sottolineato: «Il futuro dei nostri Paesi è nell’Unione europea». Da cosa nasce l’imbarazzo? Dal fatto che la Gran Bretagna è un pilastro della difesa europea senza essere parte dell’Unione. La dimostrazione si è avuta meno di un mese fa con l’esercitazione Lion Protector 26; sotto comando britannico e con appoggio della Raf si sono scortate navi danesi nell’Atlantico del Nord per ribadire che la Gran Bretagna è parte imprescindibile della Nato. Del resto la Gran Bretagna è partner di molti Paesi europei nei progetti di difesa – lo sviluppo del caccia di sesta generazione in sinergia con Italia e Giappone, i trattati di cooperazione con Francia e Germania – e nei confronti dell’Unione un anno e mezzo fa ha siglato con Bruxelles un nuovo trattato di cooperazione per sicurezza e difesa. Senza contare che Londra è il pilastro dei «volenterosi» che per la Von der Leyen sono l’esempio di cosa fare per l’Ucraina. Dunque anche volesse esultare la baronessa deve stare ben attenta. Eppure alla maggioranza Ursula farebbe un gran comodo constatare che i tre premier che hanno siglato il memorandum secessionista sono tutti di orientamento socialdemocratico (anche se nazionalisti fino al midollo) e dunque i «compagni» dell’alleanza celtica visto che gallesi, scozzesi e irlandesi hanno quell’antica radice comune sono i benvenuti contro la supposta «onda nera».
Chi al contrario sembra entusiasta di quanto sta accadendo è Donald Trump. Dopo un iniziale fair play Burnham ha mandato a dire alla Casa Bianca «sono pronto a criticare Trump per difendere l’interesse nazionale». Peraltro il premier britannico è inciampato in una gaffe clamorosa quando si è scambiato messaggi con una falsa Suise Wiles, la capo di gabinetto del tycoon. Le frizioni si sono acuite perché Burnham ha annunciato sanzioni contro i coloni israeliani e Donald Trump dal campo da golf di Dublino ha ripetuto: «È inevitabile che l’Irlanda si riunirà: ce ne deve essere una sola, sarebbe fantastico». La risposta del premier britannico è stata netta: «Per una sola Irlanda non c’è il sostegno popolare». La «questione di Belfast» – la capitale dell’Ulster – resta però uno dei punti di critici tra Ue e Londra dopo la Brexit. L’inquilino di Downing Street ai separatisti ha ricordato: «La decisione sull’indipendenza spetta al parlamento di Westminster».
I tre primi ministri di Galles, Irlanda del Nord e Scozia però nel documento firmato ieri – è di portata storica – per la prima volta rivendicano unitamente il diritto all’autodeterminazione affermando: «Scozia, Irlanda e Galles hanno storia, identità e tradizioni politiche distinte. Ognuna di esse ha il diritto a determinare il proprio futuro con mezzi democratici in accordo con la volontà dei propri popoli». E questa volontà si traduce anche nell’impegno a rafforzare la cooperazione tra le tre nazioni su temi strategici (commercio, investimenti, cultura, energia) in vista di un eventuale scenario post-Gran Bretagna. I tre leader ribadiscono: il nostro futuro è in Europa. Fanno riferimento al fatto che sta cambiando il contesto politico, che si deve affacciare un nuovo orizzonte costituzionale e che il governo di Londra ha fatto il suo tempo. Poi solennemente dichiarano: «Nessun governo di Westminster ha il diritto di bloccare la democrazia o di minare il principio secondo cui il nostro popolo deciderà il proprio futuro». E sottolineano: «Oggi noi Playd Cymru, Scottish Natinal Party e Sinn Féin ci siamo riuniti per riaffermare il nostro impegno a collaborare in modo costruttivo, nell’interesse comune delle nostre popolazioni». La parola ora è a Londra.
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