- Funzionari dello Stato ebraico aprono alla possibilità che la Striscia sia governata dall’Autorità nazionale palestinese, come chiede Washington. Netanyahu: «Non terremo truppe all’interno dopo il conflitto».
- Bibi ammette il numero eccessivo di vittime nelle azioni militari in corso a Gaza. Trovate altre bombe di Hamas nascoste in un asilo. Folla ai funerali di Noa Marciano.
Lo speciale contiene due articoli.
Sembrerebbe che le posizioni di Washington e Gerusalemme sulla crisi di Gaza stiano diventando maggiormente convergenti. Ieri, un funzionario israeliano ha detto al Times of Israel che lo Stato ebraico non esclude un futuro governo della Striscia guidato dall’Autorità nazionale palestinese, purché quest’ultima si sottoponga a delle «riforme significative». Si tratta di una mezza svolta, soprattutto alla luce del fatto che, la scorsa settimana, Benjamin Netanyahu era sembrato contrario all’ipotesi che Gaza potesse essere in futuro posta sotto il controllo dell’Anp. Eppure adesso si registra una parziale apertura: segno che probabilmente le pressioni americane stanno sortendo degli effetti. Non dimentichiamo infatti che, nelle scorse settimane, Washington si è notevolmente adoperata per far sì che, dopo lo sradicamento di Hamas, la Striscia possa essere governata dall’Anp, escludendo invece una «rioccupazione» da parte dello Stato ebraico. In tal senso, sempre ieri, Netanyahu ha espresso dubbi sul mantenimento di truppe israeliane a Gaza. «Non sono sicuro di tenere truppe all’interno. Non lo credo particolarmente necessario, perché è molto piccola». Sul futuro politico della Striscia ha inoltre auspicato «un cambiamento culturale nell’amministrazione civile a Gaza».
Il piano statunitense sul post Hamas è appoggiato anche dalla Commissione europea. Ieri, durante una visita a Ramallah, l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell, si è detto favorevole al «ritorno dell’Autorità palestinese a Gaza», per poi auspicare un «coinvolgimento forte dei Paesi arabi» e «un grande coinvolgimento dell’Ue». Tutto questo mentre, sempre ieri, il Times of Israel ha sottolineato come il presidente del Consiglio per la sicurezza nazionale israeliano, Tzachi Hanegbi, abbia evitato di rispondere, in conferenza stampa, alle domande sul futuro di Gaza, sottolineando che la priorità per lo Stato ebraico è al momento l’eliminazione di Hamas e la liberazione degli ostaggi.
Un altro segnale della maggiore convergenza tra Gerusalemme e Washington risiede nel fatto che il gabinetto di guerra israeliano ha acconsentito a far entrare a Gaza dall’Egitto due cisterne di carburante al giorno. Secondo Axios News, la decisione è stata presa «a seguito delle forti pressioni dell’amministrazione Biden». Insomma, è abbastanza chiaro come il governo israeliano si stia (almeno in parte) allineando ai desiderata della Casa Bianca, la quale sta cercando sia di evitare un allargamento del conflitto sia di rovinare i rapporti con i Paesi arabi. Non mancano tuttavia delle incognite e dei problemi. Innanzitutto, il via libera al carburante ha creato delle significative fibrillazioni in seno all’esecutivo guidato da Netanyahu. L’ala destra del governo, principalmente rappresentata dai ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, ha tacciato questa mossa di debolezza. «Finché i nostri ostaggi non ricevono nemmeno la visita della Croce Rossa, non ha senso fare doni umanitari al nemico», ha tuonato Ben Gvir, aggiungendo che la decisione del gabinetto di guerra «trasmette debolezza, dà ossigeno al nemico e permette al leader di Hamas Yahya Sinwar di sedersi comodamente nel suo bunker con aria condizionata, guardare le notizie e continuare a manipolare la società israeliana e le famiglie dei rapiti». A difendere la scelta sul carburante è stato invece Hanegbi, il quale ha sostenuto che essa si è resa necessaria per impedire la diffusione di malattie nella Striscia, visto che il locale sistema di trattamento delle acque reflue è ormai al collasso. «Se dovesse scoppiare una pestilenza, dovremmo fermare la guerra», ha detto. Come che sia, per cercare di smorzare le tensioni interne, Netanyahu ha convocato il gabinetto di sicurezza per stasera.
L’altra incognita riguarda il futuro di Gaza. Gli Usa stanno infatti cercando di spingere alcuni dei principali sponsor di Hamas, soprattutto Qatar e Turchia, ad abbandonare l’organizzazione terroristica, per favorire un futuro insediamento dell’Anp al governo della Striscia. È anche in questo quadro che vanno letti i recenti viaggi di Blinken ad Ankara e del direttore della Cia, William Burns, a Doha. Tra l’altro, proprio ieri, l’emiro del Qatar Al Thani ha avuto una telefonata con Joe Biden. Secondo Reuters, un papabile nome per guidare la Striscia sarebbe l’ex leader di Fatah a Gaza, Mohammed Dahlan. Costui, secondo la stessa fonte, avrebbe l’appoggio degli Emirati arabi e risulterebbe probabilmente «accettabile» per Israele ed Egitto. Tuttavia Washington non sarebbe del tutto convinta rispetto a una sua eventuale ascesa al potere. Abu Dhabi ha normalizzato i rapporti con lo Stato ebraico nel 2020, mentre Doha e Ankara intrattengono legami col network della Fratellanza musulmana. Si tratta di un puzzle delicato per Washington che deve cercare di favorire l’instaurazione di un governo solido nella Striscia, oltre a mettere d’accordo il mondo arabo e la Turchia (che ieri è tornata a chiedere un cessate il fuoco).
Nel frattempo, Biden deve gestire due ulteriori problemi. Da una parte, ha necessità di tenere a bada l’ala sinistra dei dem statunitensi, in cui serpeggiano sentimenti filopalestinesi. Dall’altra, deve fare attenzione a come si muovono Russia e Cina. «Non voglio fare alcuna valutazione politica, ognuno ha la sua opinione. Ma a Gaza stanno accadendo cose terribili. Non ci sono adesso le condizioni per lavorare lì», ha detto ieri Vladimir Putin. Tutto questo, mentre – durante il recente faccia a faccia di San Francisco – Xi Jinping non ha dato garanzie concrete a Biden, che gli chiedeva di fare pressioni sull’Iran.
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