Missioni spaziali, quei flop che portarono al successo
17 aprile 1970 - Il Centro di controllo missione della Nasa a Houston durante il rientro nell'atmosfera terrestre per l'ammaraggio e il recupero dell'Apollo 13 (Getty Images)
  • Non soltanto le tragedie con perdite umane, nella ricerca scientifica, e in particolare in quella spaziale, ogni malfunzionamento insegna qualcosa per arrivare al traguardo.
  • A fallire non sono solo gli americani: lander, satelliti e sonde di India, Giappone, Europa, Russia e persino SpaceX hanno conosciuto insuccessi.

Lo speciale contiene due articoli.

La buona notizia è che ogni fallimento ha insegnato qualcosa, anche i più tragici. Perché incidenti a parte, più o meno conosciuti, l’esplorazione spaziale ha ancora molto da insegnare all’umanità. E i recenti tentativi di tornare sulla Luna con sonde automatiche prima ancora che con astronauti e cosmonauti lo dimostrano.

Alla Nasa lo sanno bene e tragedie a parte, come quelle accadute agli Shuttle Challenger e Columbia, e prima ancora all’Apollo 1, con l’equipaggio bruciato vivo sulla rampa di lancio, il fallimento, anche qualora «non contemplato» per citare il celebre direttore di volo Eugene Kranz, è in realtà stato sempre la molla che portava a porsi i dubbi che la filosofia ci insegna essere alla base della sicurezza. Questi tragici eventi hanno contribuito a potenziare i progressi tecnologici, di sicurezza ed esplorazione spaziale.

Il 27 gennaio 1967, durante un test di routine pre-lancio dell’Apollo 1, scoppiò un incendio nel modulo di comando e perirono gli astronauti Gus Grissom, Ed White e Roger B. Chaffee perché non riuscirono a fuggire a causa di difetti di progettazione della capsula che furono poi eliminati rendendola più sicura.

L’esplosione del Challenger del 28 gennaio 1986, causata da un guasto a una guarnizione del razzo a propellente solido destro, portò alla revisione radicale nella gestione e nella progettazione dello shuttle stesso. Il disastro del Columbia del 1° febbraio 2003, quando la navetta si disintegrò durante il rientro nell’atmosfera terrestre uccidendo tutti e sette gli astronauti a bordo, fu causata dai detriti di schiuma isolante che durante il lancio causarono un danno all’ala sinistra. Ciò spinse la Nasa ad apportare modifiche cruciali ai protocolli di sicurezza che garantirono i voli fino alla dismissione della flotta. Nella storia della Nasa l’Apollo 13, che non riuscì ad allunare ma riportò a casa gli astronauti James Lovell, John Swigert e Fred Haise, fu definito un «fallimento di successo», e anche quello portò a fare profonde modifiche ai serbatoi dell’ossigeno dei moduli lunari e ad altre importanti componenti di bordo.

Ma molte altre volte si è imparato qualcosa anche senza rischiare la vita umana: il 23 settembre 1999, la Nasa perse i contatti con il Mars Climate Orbiter a causa di un errore di calcolo tra le unità di misura metriche e imperiali. Un errore «da studenti della classe seconda media» ma tale che l’Orbiter entrò nell’atmosfera di Marte a un’altitudine errata causandone la distruzione e segnando uno dei fallimenti più imbarazzanti della Nasa. Ci fu poi il Mars Polar Lander lanciato il 3 gennaio dello stesso anno, che si schiantò durante la discesa verso Marte a causa di un problema software che spense prematuramente i motori. Qualcuno ricorderà anche la missione Genesis del 2001, fatta per raccogliere campioni di vento solare: la sonda si schiantò nel deserto dello Utah nel 2004 a causa di alcuni accelerometri difettosi che non riuscirono a dispiegare i paracadute. Nonostante l’incidente, alcuni campioni furono recuperati per analisi scientifiche, ma la maggior parte del materiale fu dichiarato inservibile.

Più recentemente, nel giugno 2024, gli astronauti della Nasa Sunita Williams e Butch Wilmore affrontarono problemi a bordo del Boeing Starliner, la cui partenza fu ritardata a causa di perdite di elio e malfunzionamenti dei propulsori. Originariamente previsto per una missione di una settimana, il ritorno della sonda sulla Terra fu ritenuto troppo rischioso e fu richiesta una missione SpaceX per riportarli a casa dopo. La Williams stabilì un record: nel corso delle missioni spaziali della sua carriera è rimasta nello spazio per 608 giorni.

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