Riunione interministeriale di crisi del governo francese
Riunione interministeriale del governo francese sulla crisi delle piazze (Ansa)

Da giorni, ormai, le città francesi sono state messe a ferro e fuoco da gruppi di rivoltosi travestiti da manifestanti per la scuola, aizzati dietro le quinte dall’estrema sinistra di La France insoumise, il partito guidato da Jean-Luc Mélenchon che aspira alla rivoluzione.

Da giorni, ormai, le città francesi sono state messe a ferro e fuoco da gruppi di rivoltosi travestiti da manifestanti per la scuola, aizzati dietro le quinte dall’estrema sinistra di La France insoumise, il partito guidato da Jean-Luc Mélenchon che aspira alla rivoluzione. Tra strade devastate, negozi saccheggiati e municipi dell’Ottocento dati alle fiamme, la risposta delle forze dell’ordine sembra essere stata del tutto inefficace, soprattutto nel finesettimana appena passato. Tanto che il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha presentato le proprie dimissioni, respinte però dal presidente Emmanuel Macron. Una decisione, quella dell’inquilino dell’Eliseo, motivata dalla «necessità di un comando continuativo delle forze dell’ordine nel contesto attuale». Poco importa, a quanto pare, che questo «comando continuativo» sia inefficiente.

Francia a ferro e fuoco: assaltata la sede di CNews, un manifestante perde una mano

Il ministro: «Abbiamo perso il controllo delle città»

Lo stesso Nuñez ha ammesso che le forze dell’ordine, tra sabato e domenica, hanno «perso il controllo» in alcune città d’Oltralpe. In un’intervista alla France Inter, ha spiegato che «il dispositivo che avevamo predisposto si è rivelato, in alcuni luoghi, non adeguato rispetto al numero di partecipanti e manifestanti presenti nei cortei regolari, ma anche rispetto ai teppisti, ai saccheggiatori e ai militanti dell’estrema sinistra che hanno fatto degenerare le manifestazioni».

L’importante, secondo il non più dimissionario ministro, è «fare in modo che questo non si ripeta. Dobbiamo sicuramente migliorare la capacità di prevedere e anticipare l’entità della mobilitazione». Insomma, nonostante queste proteste – anche se è meglio definirle rivolte – vadano avanti ormai da un mese, pare che le autorità stiano ancora largamente sottovalutando il problema.

Bardella: «Francia umiliata, disfatta sul piano della sicurezza»

Una sintesi perfetta della situazione è stata fatta da Jordan Bardella, il presidente del Rassemblement National, che ai micronofini di Cnews ha parlato di «una delle più grandi disfatte sul piano della sicurezza». Secondo il leader di RN, la Francia «è stata umiliata» da scene di violenza eccezionale che richiedono «misure molto severe» e il ristabilimento dell’ordine con «tutti i mezzi consentiti dalla legge».

L’eurodeputato ha anche assicurato che, nel caso in cui il suo partito dovesse vincere le elezioni e formare un governo, verrà applicato il principio del chi devasta paga e che si procederà allo scioglimento di tutte le organizzazioni di estrema sinistra, oltre che alla spospensione di tutti i sussidi sociali. Insomma, piazza pulita di tutto ciò su cui campano tanti dei vari sotto-gruppi che abbiamo visto radunarsi nelle piazze francesi, dagli accoliti di Mélenchon agli immigrati. Quelli che, ricordiamolo, urlavano dalla cima di un’auto che «in nome di Allah» potevano uccidere i poliziotti.

Nel corso del suo intervento, Bardella non ha chiesto esplicitamente le dimissioni di Macron, ma ha sottolineato che «se decidesse di andarsene, cosa che non credo, farebbe un favore a molte persone». Il piccolo Napoleone, quello che fa la voce grossa con la Russia e testa i missili atomici per lisciare le sue aspirazioni da leader europeo, rimane però arroccato nell’Eliseo. Il vero corso, quello che aveva realmente portato la Francia all’apice della potenza, aveva messo fine ad una rivoluzione. In questo caso, sembra che sarà una rivoluzione – o sedicente tale – a rendere famosi gli ultimi mesi di “regno” di Macron.

Da non perdere

Sánchez, fischi e insulti alla parata nazionale
Mondo

Sánchez, fischi e insulti alla parata nazionale

Spagnoli furiosi con il premier: durante la celebrazione del Día de la hispanidad applausi alla famiglia reale e cori contro il socialista. Che oggi diserterà la visita di Felipe a Ceuta, dove la rabbia verso il primo ministro è persino più virulenta.

Il Cremlino respinge la tregua di Zelensky
Geopolitica

Il Cremlino respinge la tregua di Zelensky

Peskov resta vago sull’offerta di Trump per un cessate il fuoco energetico, ma gela Kiev. La replica: «Non abbiamo più attaccato, a differenza loro». Intanto The Donald stronca Bruxelles: «Ha pagato 250 miliardi di dollari alla Russia per i suoi interessi».