- Il leader transalpino mantiene lo stallo con la scusa delle Olimpiadi, grazie alla sponda del capo del Senato. Mentre il blocco rosso e i sindacati alzano i toni. Intanto l’incendio a Rouen ricorda il disastro di Notre Dame.
- Bloomberg suona l’allarme per la Francia: inevitabili tagli lacrime e sangue. E il «Financial Times» rincara la dose. Nel frattempo scatta la fuga delle grandi ricchezze verso l’estero.
Lo speciale contiene due articoli.
Dopo aver sciolto l’Assemblea nazionale quasi come un bambino capriccioso che aveva perso le elezioni europee, ora Emmanuel Macron ritarda il conferimento dell’incarico al futuro primo ministro. Un premier che sarà quasi certamente l’espressione di una maggioranza raffazzonata che, probabilmente, tirerà a campare fino al prossimo scioglimento dell’Assemblea nazionale, che qualcuno prevede già per l’inizio o la fine dell’estate 2025. Rimasto a corto di argomenti, Macron si è rivolto ai suoi concittadini con una lettera priva di contenuti, pubblicata dai quotidiani regionali. Nel frattempo l’inquilino dell’Eliseo sembrerebbe intenzionato a sfruttare la scusa delle Olimpiadi per mantenere in carica artificialmente il governo di Gabriel Attal.
Va detto che, dopo le legislative del 2022, Macron aveva impiegato più di 20 giorni per nominare Elisabeth Borne come primo ministro. Inoltre, ci sono altri pezzi da novanta francesi che sposano l’idea di avere un nuovo esecutivo solo dopo i Giochi. Ieri, ad esempio, il presidente del Senato, Gérard Larcher, ha confermato di aver incontrato Macron martedì sera e di aver consigliato di temporeggiare per «superare l’importante periodo dei Giochi olimpici e paralimpici». Larcher vorrebbe che solo «a inizio settembre» si avvii «una fase conseguente alle elezioni». Comunque sia, anche Larcher si è detto convinto che «Emmanuel Macron abbia fatto un errore» sciogliendo la Camera bassa.
Ma se i vertici istituzionali preferiscono l’immobilismo, tra i partiti c’è chi vuole andare di fretta. La sinistra francese non deve ancora aver capito di non avere vinto le elezioni e che il 73% dei transalpini non vuole un governo formato solo dal Nouveau front populaire (Nfp). Così i compagni d’Oltralpe fanno pressioni sull’Eliseo perché nomini uno di loro a Palazzo Matignon. Tra quelli che ieri hanno fatto discorsi di sovietica memoria, per ottenere un premier di sinistra ci sono le leader di due sindacati e alcuni esponenti dei partiti del Nfp. Ad aprire le danze ci ha pensato Sophie Binet, segretario generale del sindacato Cgt, ospite del canale d’informazione Lci. La leader sindacale ha dettodi avere l’impressione di «avere Luigi XVI che si barrica a Versailles». Quasi con candore, Binet ha invitato la gente a manifestare il 18 luglio, per mettere l’Assemblea nazionale nientemeno che «sotto sorveglianza». I ferrovieri della Cgt sono invece arrivati a prevedere presidi davanti alle prefetture e vicino all’Assemblea nazionale per «esigere» la creazione di un esecutivo formato dal Nfp.
Anche un’altra sindacalista francese è convinta che le legislative siano state vinte dalla gauche. La leader della Cfdt, Marylise Léon, ha dichiarato su France Inter che «bisogna costruire alleanze o compromessi», soprattutto con l’Nfp. Per Léon «è più pericoloso il blocco del Paese invece che il programma dell’Nfp». Gli imprenditori sono invece inquieti per il clima di incertezza che spaventa gli investitori. Patrick Martin, presidente del Medef, la Confindustria francese, ha detto che sull’economia transalpina pende una «spada di Damocle». «Un appesantimento della fiscalità […] l’aumento brutale dello Smic (salario minimo legale, ndr) oltre alla rinuncia alla riforma delle pensioni o a quella del mercato del lavoro», nonché «un blocco dei prezzi» avrebbero per Martin «degli inevitabili effetti recessivi che getterebbero la Francia in una crisi economica profonda e duratura».
A sinistra il leader del Nuovo partito anticapitalista, Philippe Poutou, ha annunciato «una mobilitazione unitaria, delle manifestazioni, degli scioperi» per ottenere un governo di sinistra che conduca politiche di sinistra. Anche il numero uno del Partito comunista, Fabien Roussel, ha detto che Macron «deve lasciarci governare». Per l’ex capolista di estrema sinistra alle europee, Marion Aubry, la nomina di un premier che sia espressione dell’Nfp è «una questione di ore». A destra c’è chi scalpita per sostenere un governo con i macronisti, come il presidente della regione Hauts-de-France, Xavier Bertrand, e chi invece chiude la porta ad alleanze. È il caso di Laurent Wauquiez e del presidente del Senato, Gérard Larcher.
Per Macron, la situazione politica si mette male, ma anche in altri ambiti non sembra aver fortuna. Mentre ieri si apprendeva che la guglia della cattedrale di Rouen era in fiamme, la Commissione nazionale del patrimonio ha votato all’unanimità contro il progetto di vetrate «contemporanee» per la nuova Notre Dame, fortemente volute da Macron. Un suo fedelissimo della prima ora, Gilles Le Gendre, invece ha dichiarato: «La macronia è finita».
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