- Mentre mancano ancora le linee guida per il Recovery fund, l’Europa spinge per il nuovo trappolone e blandisce Roberto Gualtieri.
- Il no del paradiso fiscale: «Preferiamo un’imposta globale decisa dall’Ocse» .
Lo speciale contiene due articoli
Non c’era da attendersi alcuna decisione rilevante dall’Eurogruppo di ieri a Berlino. Per due motivi: il primo è che si tratta di un organo informale che non decide nulla, ma in cui si raggiungono intese politiche senza alcun valore giuridico. Il secondo è che dopo ben due mesi per mettere a punto i prestiti del Sure e del Mes agli Stati e della Bei alle imprese – i cui soldi non si sono ancora visti – all’Eurogruppo avevano bisogno di fare il punto della situazione per capire cosa fare in futuro. E il programma non promette nulla di buono.
Partiamo dal meno peggio. Cosa ne sarà delle regole del Patto di stabilità, sospese a marzo per la pandemia? Su questo, a partire dal neo presidente Pascal Donohoe per finire al commissario Paolo Gentiloni e al direttore generale del Mes Klaus Regling, sono tutti d’accordo: si rischia di imporre troppo presto il ritorno a quelle regole, come purtroppo accadde nel 2012, danneggiando gravemente il nostro Paese. Quelle regole devono restare sospese, liberando quindi da vincoli la legge di bilancio per il 2021 e (quasi certamente) 2022. Anche perché le recenti previsioni economiche della Bce, richiamate da Christine Lagarde, parlano di un recupero del livello di Pil ante crisi non prima della fine del 2022 e di un rimbalzo dell’economia durante il secondo semestre 2020 che comincia a perdere slancio.
Allora tutti puntano, come sottolineato dal ministro Francese Bruno Le Maire, su una rapida implementazione del Recovery fund, caratterizzata però da divisioni e incertezze. Da un lato, tutti attendono le famose linee guida della Commissione per capire quali progetti saranno ammissibili all’interno delle linee guida definite a luglio. Senza tale aiuto, la discussione informale tra governi e Commissione, che durerà almeno fino a dicembre, non può nemmeno partire. Checché ne dicano a Roma. Dall’altro lato, per indebitarsi e quindi prestare soldi agli Stati, la Commissione ha bisogno di entrate certe. E qui si scoperchia il vaso di Pandora. Non dimentichiamo che Donohoe è irlandese e il suo Paese ospita la sede fiscale della Apple che recentemente la Corte di giustizia Ue ha assolto dal pagamento di 14 miliardi inizialmente dovuti per il regime fiscale di favore assimilato ad aiuto di Stato. Il presidente ha ammesso che il tema è divisivo, pur ritenendo necessario un cambio di passo nel regime fiscale di questi giganti del digitale. Le Maire è stato però chiaro: o si raggiunge un accordo in sede Ocse entro fine anno, oppure la Ue partirà da sola con la digital tax. È appena il caso di notare che anche il Lussemburgo, altro Paese con regime fiscale favorevole, si è messo di traverso rispetto a questa ipotesi. Se queste sono le premesse, su cui peraltro si litiga da anni, consiglieremmo al ministro Roberto Gualtieri l’uso di aggettivi più modesti rispetto all’«ambizioso», sfoderato ieri a proposito del piano per la ripresa.
Proprio a Gualtieri ha fatto più volte un inusuale riferimento Donohoe, quando un giornalista gli ha chiesto chiarimenti sull’iter di approvazione della riforma del Mes. Il comportamento del titolare del Mef è stato definito «esemplare, per come ha rappresentato gli interessi dei suoi cittadini e del suo governo». Potremmo sbagliarci, ma a noi è sembrato un «salvate il soldato Gualtieri». Infatti, la riforma del Mes – su cui a dicembre 2019, prima che la crisi da Covid fermasse tutto, era già stata raggiunta un’intesa in linea di principio – è ormai cosa fatta e anche il francese Le Maire ha parlato di firmarla a novembre. C’è quindi da agevolare il passaggio politico che si preannuncia ostacolato dall’opposizione del M5s, e dipingere Gualtieri come un eroe nazionale potrebbe contribuire alla causa.
Due fatti sostengono questa interpretazione. Primo, la stampa internazionale ha cominciato un «prudente pressing», additando l’Italia come unico ostacolo sulla strada dell’approvazione. Secondo, la mistificazione in corso sulla natura di questa riforma che viene fatta coincidere esclusivamente con il varo, sperabilmente anticipato, del cosiddetto paracadute del Mes a favore del fondo di risoluzione unico (Srf). In pratica, a partire da gennaio 2024, se un dissesto bancario assorbisse per intero la disponibilità del Srf (versate dalle banche fino a raggiungere 55 miliardi per quella data), allora potrebbe chiedere al Mes un prestito fino a 68 miliardi. Peccato che tali somme sono comunque irrilevanti rispetto alle dimensioni delle grandi banche (Commerzbank ha attivi per 460 miliardi, Unicredit circa il doppio) e le piccole banche non potranno beneficiarne.
Ma purtroppo mettono in secondo piano che la riforma del Mes contiene anche la famosa linea di credito a sorveglianza rafforzata, sentiero perfetto per condurre l’Italia definitivamente sotto la Troika.
A completare il quadro, l’Eurogruppo riprenderà il lavoro interrotto a dicembre sul completamento dell’Unione bancaria con l’introduzione della garanzia comune sui depositi bancari. Un altro tema su cui a dicembre lo scontro era stato acceso, con la proposta tedesca, che prevede una penalizzazione per i titoli di Stato detenuti dalle banche, contestata perfino da Gualtieri. Citando un famoso romanzo: Niente di nuovo sul fronte occidentale.
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