Crolla il Pil e Gualtieri prevede rimbalzi:
 non ne ha azzeccata una
  • Si tratta del dato peggiore di sempre. Ma il ministro continua a parlare di ripresa in vista e si fa i complimenti per l’aumento delle entrate fiscali: un’altra prova degli errori del governo. Gli fa eco Laura Castelli: «Resistiamo»
  • Mentre l’esecutivo promette mari e monti, l’Alto rappresentante europeo agli affari esteri ricorda: «Serve il sì di 27 Parlamenti nazionali». Oggi audizione con Paolo Gentiloni

Lo speciale contiene due articoli

L’economia piange, loro ridono. È difficile organizzare un party dopo i plumbei dati dell’Istat sul crollo del prodotto interno lordo, ma al ministero dell’Economia si avvertono tintinnii di bicchieri. Il -12,8% del secondo trimestre è un diretto alla punta del mento tirato da Muhammad Alì, eppure il ministro piddino Roberto Gualtieri vede rinascite improvvise, albe fosforescenti post Covid. Un mese fa ha sbagliato dello 0,4% i calcoli preliminari (non è la prima volta), ma davanti al peggiore crollo della storia fa professione di ottimismo: «Auspichiamo un forte rimbalzo del Pil nel terzo trimestre dopo la caduta nel secondo confermata dai dati Istat, che apportano alla precedente stima una revisione molto contenuta».

In tempi normali uno 0,4% avrebbe fatto la differenza fra sopravvivenza e rilancio, oggi davanti alle macerie di Gerico è un dettaglio. Il problema è il numero supremo, quello annuo, che non si discosta dal temuto -14,7%. Se anche terzo e quarto trimestre dovessero chiudersi a zero saremmo sott’acqua con tutte le piume, invischiati nella più devastante recessione del secolo. Mentre Gualtieri estrae la chitarra dalla custodia e cerca di aggrapparsi alle note per indorare la pillola, l’Istat sforna impietosa il suo report sul quale gli italiani meritano di conoscere la verità. «A trascinare la caduta del Pil è stata soprattutto la domanda interna, con un apporto particolarmente negativo dei consumi privati e contributi negativi rilevanti di investimenti e variazioni delle scorte». «Anche la domanda estera ha fornito un apporto negativo», per la riduzione delle esportazioni più sostanziosa delle importazioni.

I consumi in picchiata su una base di partenza già scricchiolante sono un segnale di allarme, l’indice primario che non si tratta solo di una situazione contingente ma di un significativo mutamento di indirizzo della collettività. Il commercio al dettaglio attende l’autunno con paura e lo scenario Istat è il peggiore di sempre, determinato dal lockdown per contrastare il virus cinese ma anche dalle strategie poco incisive – per non dire abborracciate – del governo per sostenere l’economia in un momento così difficile. Completamente appiattito sull’Europa, Palazzo Chigi si è limitato ad accodarsi a Bruxelles e non ha avuto il coraggio di lasciare nelle tasche di artigiani, partite Iva, piccole imprese, le riserve per ripartire.

Così il ministero si balocca con quel -12,8% che rappresenta una fossa delle Marianne nei grafici di settore. «Il peggior dato dal 1995», segnalano puntualmente i titoli dei siti più qualificati. Questo non perché quell’anno fosse stato particolarmente negativo (anzi, allora si fece un +2,9% che oggi verrebbe salutato con una festa nazionale), ma perché fu il primo nel quale si calcolò il Pil con i metodi di oggi. Quindi mai cosi male, anche se in Via XX Settembre tira un’incomprensibile aria di ottimismo, suffragata anche dalla nota del viceministro grillino Laura Castelli pubblicata su Facebook: «I dati dicono che nonostante gli scossoni forti al nostro sistema produttivo, abbiamo le spalle larghe. Resistiamo. Ed ora soprattutto rilanciamo con gli investimenti del Recovery fund». L’«ora» va tradotto con l’estate dell’anno prossimo, a essere ottimisti. La lunga traversata del deserto è appena cominciata e l’inconsistenza dei due titolari di cattedra si misura anche sull’esultanza per l’aumentato gettito fiscale.

«I dati provvisori sulle entrate tributarie acquisiti al 20 agosto mostrano un andamento superiore alle attese e una situazione complessiva in via di miglioramento per l’economia italiana», spiega una nota del ministero. La crescita dell’Irpef è del 3,3% rispetto al 2019 e quella societaria dell’Ires è del 4,8%. Ma questi dati sottolineano solo l’intervento misero, insufficiente del governo guidato da Giuseppe Conte nell’alleggerire la pressione fiscale. Le percentuali in crescita dimostrano che lo Stato ha continuato ad avere mani con le dita adunche mentre i cittadini erano chiusi in casa e le attività erano ferme. Nessuno slittamento fiscale, tanti maledetti e subito. E adesso, invece di far passare sotto silenzio il bottino, Gualtieri se lo intesta come un segnale di ripartenza.

Esultare per questi numeri è da attori di avanspettacolo, anche perché la base dei dati Istat è costituita dai saldi 2019 e dai primi acconti 2020. Quando arriveranno i versamenti degli acconti successivi il sorriso potrebbe trasformarsi in paresi facciale. Ma il ministro Gualtieri non ha problemi, l’uomo del rimbalzo (neanche avesse Dino Meneghin come consulente) è uno storico melodico. E in questa sgangherata avventura nei Palazzi dell’Economia e delle Finanze è accompagnato da tre previsioni che fanno tremare i polsi. La prima, all’inizio della pandemia, quando disse che sarebbero bastati 3,6 miliardi per risolvere tutto ma ha dovuto sforare i 100. La seconda quando spiegò che ce la saremmo cavata con «pochi, gestibili punti di Pil» e siamo arrivati a quasi -13%. La terza quando tuonò che nessuno avrebbe perso il posto di lavoro; oggi la previsione per fine 2020 è di 980.000 occupati in meno. Non ci prende mai. Sarebbe auspicabile che il primo fosse lui.

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