Con l’approvazione del settimo Piano generale sui rifiuti radioattivi, avvenuta mercoledì scorso, il governo spagnolo guidato da Pedro Sánchez avvia la chiusura definitiva delle centrali elettriche nucleari ancora attive nel Paese.
Il decreto, proposto dal ministero per la Transizione ecologica e la Sfida demografica (sic), ha approvato il settimo Piano Generale per i Rifiuti Radioattivi (Pgrr) che stabilisce la politica del governo socialista di Madrid in materia di gestione dei rifiuti radioattivi.
Il piano, atteso da otto anni, rappresenta uno snodo fondamentale per avviare la chiusura ordinata dei cinque impianti nucleari ancora attivi, che inizierà nel 2027 e sarà completata nel 2035. La decisione di chiudere gli impianti era già stata presa nel 2019 dal primo governo Sánchez assieme alle tre aziende titolari degli impianti (Iberdrola, Endesa e Naturgy), ma senza il piano per il trattamento dei rifiuti radioattivi non era possibile passare alla fase esecutiva.
Ad oggi, l’energia nucleare copre in Spagna circa il 20% del fabbisogno di energia elettrica. La chiusura degli impianti significa il distacco dalla rete e il successivo smantellamento, un processo che richiederà lunghi anni. Il piano messo a punto dal governo di Pedro Sánchez è il settimo nel suo genere e sostituisce il vecchio piano del 2006, che non prevedeva la chiusura delle centrali in esercizio commerciale. Dopo la decisione del 2019 era stata avviata la discussione su come gestire le scorie, che per i vecchi impianti rappresenta una questione spinosa. Il nuovo piano, che arriva dopo oltre tre anni di discussione, prevede che i rifiuti a radioattività molto bassa, bassa e media vadano a El Cabril, un deposito già esistente situato nella provincia di Córdoba, che dovrà essere ampliato.
I rifiuti ad alta radioattività, invece, saranno situati in sette Magazzini temporanei decentralizzati (Atd), depositi dislocati in prossimità delle sette centrali nucleari esistenti. Due di queste sono già fuori esercizio, le centrali di José Cabrera, chiusa nel 2006, e quella Santa María de Garoña, chiusa nel 2017.
Per quanto riguarda le altre cinque, vi sono due reattori attivi nella centrale di Almaraz a Cáceres, che saranno i primi a chiudere nel 2027 e 2028. Seguiranno poi le chiusure dei reattori delle centrali di Ascó I e Cofrentes (2030), Ascó II (2032), mentre le ultime due centrali di Vandellós e Trillo chiuderanno nel 2035.
Dopo che le centrali saranno isolate dalla rete, sarà necessario aspettare 3 anni prima di dare il via allo smantellamento degli impianti, attività che dovrebbe durare circa 10 anni. Dopo altri dieci anni il terreno dovrebbe essere liberato. Il materiale radioattivo resterà presso le centrali fino alla realizzazione del futuro Deposito geologico profondo (Agp), cioè la tomba vera e propria dei rifiuti nucleari, che sarà pronto nel 2070. Il documento approvato mercoledì dal governo spagnolo definisce «una tabella di marcia affinché la Spagna possa avere» questo impianto. Si tratta di un tipo di infrastruttura già scelta da altri Paesi che hanno a che fare con le scorie nucleari, come Finlandia, Svezia, Svizzera e Francia.
Il piano di decomissioning costerà oltre 20 miliardi di euro e sarà finanziato da una tassa pagata dalle stesse società elettriche.
Complessivamente, si tratta di circa 7.100 megawatt di potenza continua che verranno a mancare e che nei piani del governo dovrebbero essere sostituiti integralmente da capacità a fonte rinnovabile. Nella realtà questo sarà molto difficile. L’energia prodotta da quei 7.100 megawatt di potenza ammonta a circa 60 miliardi di kilowattora. Ma, al di là della quantità, il problema è che si tratta in questo caso di energia messa in rete con un profilo costante (tecnicamente noto come baseload), mentre le fonti rinnovabili danno luogo ad un profilo di produzione solo giornaliero e a forma di campana, nel caso del fotovoltaico, oppure totalmente erratico e imprevedibile, nel caso dell’eolico. Per quante batterie di rete si potranno installare, sarà ben difficile sostituire un profilo di produzione di energia uniforme e «piatto» come quello nucleare con le fonti rinnovabili, per loro natura intermittenti.
Ne consegue che è molto probabile che la Spagna avrà bisogno di molto gas per coprire il proprio fabbisogno, grazie agli impianti a ciclo combinato.
Il suicidio energetico spagnolo è evidentemente figlio dell’ideologia e non di considerazioni sulla sicurezza del sistema. Anche dal punto di vista della pretesa lotta alle emissioni di anidride carbonica, chiudere la porta al nucleare non ha senso, soprattutto se si tratta di impianti già esistenti e ragionevolmente più che ammortizzati nel tempo. Il termine di 40 anni di vita utile è un falso problema, posto che se gli impianti sono in buono stato di manutenzione, e se c’è disponibilità ad effettuare gli investimenti marginali necessari, non c’è ragione perché debbano chiudere. È solo burocrazia.
Non sfugga il paradosso: si sta sostituendo capitale fisso in maniera del tutto inefficiente, pensionandolo mentre è ancora in grado di dare rendimenti, con nuovo capitale, che non sarà mai in grado di rendere altrettanto. In più, si spendono 20 miliardi di euro per commettere questo assurdo finanziario e climatico. Se non è ideologia questa.
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