- Da noi si torna a parlare di una legge sulla morte assistita. A Ottawa, dove c’è dal 2016, ormai è la causa del 5% dei decessi. E viene proposta anche a chi è sulla sedia a rotelle.
- L’attivista Alex Schadenberg: «Molte persone non autosufficienti hanno paura a presentarsi in ospedale, perché il suicidio viene loro presentato come un’opzione. Nel 2027 toccherà ai malati mentali e ai “minorenni maturi”».
- Dal 2002 ad oggi nei Paesi Bassi la pratica è aumentata di oltre il 430%. E dal 2005 vengono coinvolti i bambini. A Bruxelles invece l’incremento è stato del 1.000%.
Lo speciale contiene tre articoli.
Il 2026 rischia di essere per l’Italia l’anno della morte assistita. Infatti, per quanto pochi giorni fa, con la sentenza 204/2025, la Corte Costituzionale abbia dichiarato la parziale illegittimità della norma in materia della Regione Toscana, nessun passo indietro è stato fatto, anzi, dalla Consulta rispetto ai precedenti e reiterati moniti al Parlamento a legiferare al riguardo. Larga parte della stessa maggioranza di centrodestra al governo, del resto, pare essersi ormai persuasa della «necessità di una legge sul fine vita». Staremo ora vedere cosa ci riserverà il nuovo anno.
Quel che è certo è che, prima di approvare una norma, farebbe bene ai nostri parlamentari dare un semplice sguardo a dove una legge sul fine vita effettivamente c’è – ed ormai da dieci anni: il Canada. Un Paese che, anche in ragione delle sue bellezze naturali e paesaggistiche, viene spesso guardato con ammirazione, ma che oggi si trova a dover fare i conti con un problema piuttosto serio: il dilagare epidemico dell’eutanasia.
I numeri, come si dice in questi casi, parlano chiaro. Anche troppo: da quando la procedura di morte assistita (Maid) è stata introdotta, nel 2016, poco meno di 76.500 persone (76.475 il numero esatto), vi hanno fatto ricorso ottenendola. Solo nel 2024 i cittadini che hanno «beneficiato» del servizio sono stati 16.499 – cifra che equivale al 5% di tutti i decessi del Paese. Degno di nota è inoltre il fatto che un quarto di quanti accedono alla morte su richiesta non sperimenta neppure le cure palliative. Viene direttamente eliminato. Si potrebbe pensare che ciò accade perché sono situazioni in cui le condizioni di chi chiede di morire sono così disperate che la morte assistita viene subito concessa.
Chi la pensa così dovrebbe però spiegare come mai, a pagina 11 di un rapporto della Commissione sul fine vita del Québec con cui sono stati esaminati i casi di persone che, tra il 1°aprile 2018 e il 31 marzo 2019, hanno avuto accesso all’aide médicale à mourir, si parlava di almeno «tre casi» nei quali «la diagnosi della persona era una frattura dell’anca». «Fu presentata ai canadesi come un’opzione eccezionale per una morte naturale già imminente. Come è possibile che la morte assistita oggi sia diventata così popolare?», si è chiesta la giornalista Sharon Kirkey in un articolo pubblicato la vigilia di Natale sul National Post.
In effetti il punto ora è questo: com’è possibile che, in pochi anni, il Canada sia diventato la Mecca planetaria dell’eutanasia? Le spiegazioni possibili sono tante. Di certo non ha arginato il fenomeno il fatto che, non appena la morte assistita fu legalizzata, nel 2016 come si diceva poc’anzi, ci sia stato subito chi si è messo a fare due conti per sottolineare quanto avrebbe fatto risparmiare ai contribuenti. Il riferimento è ad uno studio pubblicato nel 2017 sul Canadian Medical Association Journal a firma di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns, i quali, basandosi su stime realizzate nei Paesi Bassi, avevano quantificato in una forbice oscillante tra i 35 e i quasi 139 milioni di dollari l’anno i risparmi che la «dolce morte» può assicurare alle finanze pubbliche.
Da parte loro, Trachtenberg e Manns avevano sottolineato di non voler alcun modo incoraggiare la gente a morire – e ci mancherebbe -, ma è ovvio che laddove la vita di alcuni cittadini, rei solo di non essere abbastanza sani o abbastanza giovani, inizia ad essere rubricata alla voce «costi evitabili», essi siano indotti a togliere il disturbo. Un peso nel dilagare mortifero dei decessi on demand l’ha avuto, in Canada, di certo pure la secolarizzazione, che se da un lato è già correlata all’aumento dei suicidi e di quelli che i sociologi chiamano «morti per disperazione» – overdosi, abuso di alcool, ecc. -, dall’altro certamente non contrasta, anzi, il trend della «dolce morte». A diffondere poi la morte assistita ci ha pensato la stessa legge, che l’ha introdotta ma in modo non sufficientemente preciso; di qui i numerosi abusi ed eccessi.
«Ci sono abusi ed eccessi anche nei Paesi Bassi e in Belgio», spiega alla Verità Alex Schadenberg dell’Euthanasia prevention coalition, intervistato più approfonditamente nella pagina accanto, «ma in Canada la legge, fin dall’inizio, è stata priva di una vera definizione. Pertanto, il gruppo pro choice Dying With Dignity affermerebbe che la legge prevede rigide garanzie mentre, invece, ne prevede poche o nessuna, poiché priva d’una definizione». «Inoltre», continua l’attivista canadese, «la legge stabilisce che il medico o l’infermiere specializzato debbano solo essere del parere che la persona soddisfi i criteri della legge. Ciò significa che è impossibile controllare la legge – anche nelle circostanze più gravi – perché il medico dirà alle autorità di essere del parere che la persona soddisfi i criteri della legge». «Infine», conclude con parole forti Schadenberg, «ci sono diversi medici che sono diventati di fatto assassini professionisti, il che significa che questo è quasi tutto ciò che fanno. Si vantano di quanto amano uccidere. Questo è a dir poco spaventoso».
In effetti, c’è poco da stare tranquilli in un Paese dove la morte assistita, più che concessa, viene proposta. Si prenda quanto avvenuto a Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo. Ebbene, nel 2018 l’uomo si era trovato dinnanzi ad un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno – e che non poteva permettersi – oppure l’eutanasia. Foley decise di denunciare l’ospedale e il governo dell’Ontario, producendo pure due audio (uno del 2017, l’altro del 2018) nelle quali il personale ospedaliero cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita. Caso isolato? Non esattamente.
Per maggiori informazioni chiedere all’atleta paralimpica Christine Gauthier, la quale qualche anno fa aveva osato protestare per i ritardi nell’installazione in casa sua d’un montascale; risultato: si è sentita proporre la morte assistita. Lo scorso dicembre proprio sulla Verità si era poi raccontata l’assurda vicenda di Jolene Van Alstine, 37 anni, residente nella provincia canadese del Saskatchewan. La donna soffre da otto anni di iperparatiroidismo primario normocalcemico, una malattia paratiroidea molto rara ma curabile. Il punto è che nel Saskatchewan pare non ci siano chirurghi in grado di eseguire l’operazione di cui ha bisogno, motivo per cui la donna si è imbarcata in una eterna lista d’attesa a fronte della quale, disperata, ha provato a chiedere il suicidio assistito: richiesta accettata. Forse perché nel Canada diventato la patria della morte on demand non è raro crepare in attesa di cure.
Secondo i dati diffusi a fine novembre dal think tank canadese SecondStreet.org, infatti, solo tra aprile 2024 e marzo 2025 sono deceduti quasi 24.000 pazienti – 23.746, il numero esatto – che erano nelle liste d’attesa per le cure. La cosa più tragica è che perfino l’opinione pubblica si è ormai assuefatta all’idea che, a certe condizioni, le persone siano più che altro un costo. Non si spiegherebbe altrimenti come sia stato possibile che nel 2023 un sondaggio di Research Co. abbia rilevato che il 28% dei canadesi sia d’accordo per il suicidio assistito per le persone senza dimora in salute e il 27% sia favorevole per offrirlo a quanti versano in condizioni di estrema povertà. No, i canadesi non sono impazziti: è la cultura eutanasica e produrre questi frutti. Con tutto il rispetto per la Consulta, ci pensino bene i nostri parlamentari prima di spalancare le porte a simili scenari. Perché non si potrà più dire che non si sapeva.
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