- Dopo i casi in Usa, Regno Unito e Canada (dove il governo è intervenuto direttamente), anche Oltralpe le banche puniscono le associazioni «scomode». Guarda caso, quelle che si oppongono al governo.
- François Bousquet, caporedattore di «Éléments»: «I militanti vengono paralizzati finanziariamente. Contro i gilet gialli una repressione mai vista».
- Circuiti come Visa promuovono piani per orientare agli acquisti «green». Il modello può divenire più invasivo.
Lo speciale contiene tre articoli.
«Gentilissimo direttore, riscontro la comunicazione email del 7 febbraio u.s. inviata relativamente al blocco inopinatamente operato sul conto aperto presso il vostro Istituto a nome dell’associazione che rappresento». Chi scrive è una delle tante vittime di «debanking», vero e proprio attentato alla proprietà privata che consiste nella brusca e arbitraria chiusura del conto corrente a privati e associazioni da parte del proprio istituto di credito. Nel Regno Unito è ormai un’operazione diffusa: le banche hanno sospeso più di 1.000 conti ogni giorno lavorativo, i conti chiusi sono aumentati da meno di 50.000 nel 2016 a quasi 350.000 nel 2022, secondo i dati della Financial Conduct Authority, che hanno spinto il governo di Rishi Sunak a emanare una legge per arginare il fenomeno.
Le banche che, senza autorizzazione, dall’oggi al domani chiudono conti e sequestrano soldi a centinaia di migliaia di persone agiscono ufficialmente in nome della «lotta al riciclaggio», delle «frodi bancarie» e del «finanziamento al terrorismo». Molto spesso, però, ai privati e alle associazioni i conti vengono bloccati senza motivo o, peggio ancora, per motivi politici.
È ciò che sta succedendo in Francia dove da qualche anno, in coincidenza con l’elezione di Emmanuel Macron, il «debanking» furoreggia. Basta una semplice lettera e il sistema bancario – con l’implicita compiacenza del tribunale mediatico – blocca i conti correnti dei profili «sospetti», in nome di una rigorosa «etica» che consiste nel rifiutare di gestire i risparmi – di solito piuttosto modesti – di attivisti patrioti e nazionalisti. Poco importa che siano padri di famiglia, artigiani o giovani imprenditori: per le Ppe (persone politicamente esposte) non c’è scampo né carta di credito. La parola d’ordine evocata dagli ignavi funzionari è la «segnalazione». Molte delle associazioni punite subiscono le segnalazioni in coincidenza di ogni apparizione sui media: così è stato per Génération Identitaire (GI), L’Alvarium, Academia Christiana e l’associazione La Citadelle. Il caso di GI è emblematico: dissolta dal ministro degli interni Gérard Darmanin nel 2021, GI si è vista negare la gestione dei fondi associativi dalla piattaforma Stripe, da PayPal e da Banque Populaire, che ha rifiutato i regolari versamenti dei donatori. La procedura è spietata: i soggetti non allineati politicamente passano attraverso le forche caudine dei servizi di «compliance», i cui funzionari monitorano la reputazione sui media. Se i media trasmettono messaggi negativi, i team di conformità creano una regola interna e etichettano l’organizzazione in rosso. Senza neanche che lo Stato si esponga, l’ampio consenso mediatico «antifascista» è sufficiente a incitare gli istituti di credito alla massima prudenza: da quel momento, è finita.
Così è successo anche a Nigel Farage, noto conduttore televisivo ed ex europarlamentare del partito della Brexit, l’Ukip. La banca Coutts, del gruppo bancario NatWest, gli ha bloccato a fine giugno 2023 il conto corrente, sostenendo che il politico non era «compatibile» con Coutts date le sue opinioni, «in contrasto con la nostra organizzazione inclusiva». Il politico è riuscito ad entrare in possesso del documento interno in cui era definito «truffatore» ed era evocata come una colpa la sua amicizia con Donald Trump e con il tennista «no-vax» Novak Djokovic. Dopo aver reso pubblico il suo caso, Farage ha fatto dimettere l’amministratore delegato del gruppo NatWest Alison Rose e il Ceo di Coutts, Peter Flavel.
Il suo connazionale Philip Cato, falegname di 92 anni, ha avuto più difficoltà nel portare alla ribalta la sua situazione. Cato da quasi cinquant’anni riceveva la sua pensione in Giamaica, dove si era trasferito nei primi anni Novanta per prendersi cura dell’anziana madre. A ottobre 2022 NatWest lo ha avvisato che il suo conto sarebbe stato chiuso.
Non ha avuto più fortuna l’avvocato Olga Milanese, presidente dell’associazione Umanità & Ragione (U&R), impegnata dal 2021 nella battaglia civile contro il green pass e l’obbligo di vaccinazione anti Covid. Il conto di Umanità & Ragione è stato operativo per un mese, poi è stato bloccato. Milanese ha provato a contestare la decisione con lettere e diffide: «Tali disposizioni non sono mai state autorizzate dalla titolare del conto e sono, pertanto, arbitrarie ed inaccettabili», ha scritto la professionista salernitana. Ma non c’è stato verso: con la scusa che il suo impegno civile «non rappresenta il core business dell’azienda» la banca le ha comunicato che avrebbe restituito i soldi a chi aveva fatto le donazioni, come fossero di sua proprietà anziché dell’associazione.
Stesse dinamiche negli Stati Uniti, dove la mannaia è dichiaratamente politica. All’associazione UsForThem, impegnata contro la Dad in pandemia, PayPal ha sospeso l’account, impedendo l’accesso ai soldi raccolti con le donazioni. Un portavoce della piattaforma di pagamento digitale ha replicato che la società ha «solo» applicato le policies aziendali, che prevedono di sospendere gli account di chi «fa disinformazione sul vaccino Covid». E il conto corrente? Sparito. «Non ci è stato dato alcun preavviso o spiegazione e non abbiamo potuto ritirare il nostro saldo rimanente», ha dichiarato la co-fondatrice Molly Kingsley. Stessa trafila anche per Toby Young, attivista della libertà di espressione Usa e fondatore del sito di notizie Daily Sceptic, cui è stato sequestrato il conto PayPal. La piattaforma si è accanita anche contro l’associazione Gays for Groomers, impegnata contro «la sessualizzazione, l’indottrinamento e la medicalizzazione dei bambini» e, più in generale, contro l’ideologia di genere. Per lo stesso motivo, nel Regno Unito perfino un religioso, il reverendo Richard Fothergill, è stato «debankato» dalla Yorkshire Building Society (Ybs) per le sue critiche alle teorie di genere con la surreale motivazione: «Abbiamo un approccio di tolleranza zero alla discriminazione».
Nel «democratico» Canada è stato direttamente il governo di Justin Trudeau a intervenire sui conti correnti dei cittadini del «“Freedom Convoy» che protestavano contro il green pass. «Vi faremo male», ha dichiarato all’epoca il ministro delle finanze Chrystia Freeland, e ha mantenuto la promessa: in totale, le banche canadesi hanno congelato 7,8 milioni di dollari di circa 200 conti correnti collegati ai manifestanti, paralizzando sul nascere il movimento di protesta, mentre la piattaforma GoFundMe ha trattenuto milioni di dollari di donazioni che erano state versate ai manifestanti per esprimere solidarietà. Pochi giorni fa, un giudice federale ha condannato il governo per gli illeciti perpetrati nei confronti dei manifestanti, ma l’esecutivo ha già fatto appello.
Dal punto di vista legale, il «debanking» occupa un’area grigia: le banche sono enti privati che non hanno l’obbligo di servire tutti i clienti, ma al tempo stesso i fornitori di servizi non possono basare tali decisioni su discriminazioni di razza, religione o convinzioni politiche. Detto questo, è spesso difficile, per le persone colpite da «debanking», dimostrare che alla base della decisione ci sia effettivamente una discriminazione, perché le banche raramente rivelano i dettagli del processo decisionale e si nascondono dietro la tutela della privacy. Gli stessi dati del «debanking» nel mondo sono poco trasparenti: soltanto nel Regno Unito sono stati resi noti, mentre negli altri Paesi i governi stentano a prendere atto della situazione e ad adottare provvedimenti.
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