- Gerusalemme risponde agli ayatollah e colpisce nella zona di Isfahan, dove c’è un sito nucleare e altri luoghi strategici. Un attacco senza vittime e danni significativi, ma che suona come un avvertimento ai rivali storici.
- Tensione a Parigi: un franco-iraniano si è introdotto nella sede diplomatica di Teherancon intenzioni minacciose. Avrebbe voluto «vendicare la morte del proprio fratello».
Lo speciale contiene due articoli.
La reazione israeliana all’attacco iraniano di sabato alla fine è arrivata. Nel primo mattino di ieri, si sono verificate delle esplosioni nei pressi di un sito militare a Isfahan, mentre i sistemi di difesa aerea iraniani sono scattati anche a Tabriz. Secondo Teheran non ci sarebbero stati danni né vittime. Due funzionari statunitensi hanno frattanto riferito alla Cbs che Israele avrebbe colpito l’Iran con un missile, mentre gli iraniani hanno rivendicato di aver abbattuto dei droni. In particolare, Washington sarebbe stata avvertita dallo Stato ebraico subito prima dell’avvio del raid, sebbene il segretario di Stato americano, Tony Blinken, abbia voluto precisare che gli Usa «non sono stati coinvolti in alcuna operazione offensiva».
Dal canto suo, il regime khomeinista ha finora teso a minimizzare quanto accaduto, pur non rinunciando, sotto certi aspetti, a fare la voce grossa. «Se oggetti volanti sospetti appaiono nel cielo del Paese, saranno presi di mira dalla nostra potente difesa aerea», ha dichiarato il comandante in capo delle forze di terra iraniane, Kioumars Heydari. Eppure, nonostante nei giorni scorsi avesse assicurato ritorsioni in caso di attacchi israeliani anche contenuti, ieri, secondo il Times of Israel, un alto funzionario iraniano ha escluso una reazione immediata, mettendo inoltre in dubbio che il raid fosse stato condotto da Israele. Non solo. Durante una visita a Damghan, il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, non ha fatto alcuna menzione dell’attacco.
Nel frattempo, esortazioni alla de-escalation sono arrivate dal summit del G7 tenutosi a Capri. «Alla luce delle notizie sui raid del 19 aprile, invitiamo tutte le parti a lavorare per prevenire un’ulteriore escalation», si legge nel comunicato finale, mentre il rappresentante Ue per i Paesi del Golfo, Luigi Di Maio, ieri è tornato a rispolverare un suo cavallo di battaglia dai tempi della Farnesina: l’auspicio del «dialogo».
Come che sia, nonostante le minimizzazioni di Teheran, il raid israeliano ha avuto una portata significativa. Come sottolineato dal Guardian, tra le strutture militari ospitate dalla città di Isfahan ci sono un impianto nucleare, una base aerea e delle fabbriche di droni. È allora lecito chiedersi quale sia stato il senso strategico più profondo della mossa israeliana. Le ipotesi sul tavolo sono molteplici.
La prima è che lo Stato ebraico abbia optato per una controreazione tutto sommato limitata per avviare una de-escalation, secondo la logica di un «pari e patta» con l’Iran. Eppure, se così fosse, difficilmente gli israeliani avrebbero scelto di attaccare un sito delicato come Isfahan. Senza contare che l’offensiva iraniana di sabato è stata ben più estesa, visto l’elevato numero di droni e missili impiegati da Teheran. Una seconda ipotesi è che lo Stato ebraico abbia effettuato il raid per testare la difesa aerea iraniana in previsione di un secondo attacco più duro. Una terza possibilità riguarda la collocazione geografica di Isfahan: una città situata molto all’interno del territorio iraniano. È quindi plausibile che gli israeliani abbiano voluto colpirla per mostrare la vulnerabilità dell’Iran e azzoppare così la capacità di deterrenza del regime khomeinista. Una quarta ipotesi è che, con il suo attacco, Israele abbia voluto inviare un messaggio esplicito agli ayatollah, per far capire loro che il programma nucleare iraniano non è affatto al sicuro.
La questione è d’altronde molto sensibile dal punto di vista geopolitico. Secondo il Washington Post, Teheran sarebbe a un passo dal conseguire l’atomica: una situazione che, nonostante la loro recente distensione con l’Iran, preoccupa molto i sauditi. Non è quindi escluso che, con il raid di ieri, Israele abbia voluto (anche) strizzare l’occhio a Riad, in vista di un potenziale riavvicinamento. D’altronde, la logica sui cui si basarono gli Accordi di Abramo del 2020 era proprio quella del comune timore nutrito da israeliani e arabi nei confronti degli ayatollah. Ed è proprio su questo elemento che sta facendo leva Gerusalemme: il suo obiettivo è quello di creare le premesse per un fronte di Paesi che sia in grado di isolare il regime khomeinista.
Sotto questo aspetto, le minimizzazioni di Teheran sono significative. Qualcuno potrebbe interpretarle come un atto volto a evitare un’escalation nella regione. Eppure, visto il luogo sensibile interessato dal raid, questo atteggiamento potrebbe in realtà essere dettato dalla paura. Forse gli iraniani non si aspettavano che Israele avesse realmente il coraggio di mettere, per ora solo dimostrativamente, nel mirino un loro sito nucleare. È anche significativo come ieri il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amirabdollahian, abbia chiesto e ottenuto di parlare al telefono con l’omologo turco, Hakan Fidan. Non si sa che cosa si siano detti, ma Al Jazeera ha sottolineato come Ankara spesso venga usata da Teheran e Washington per scambiarsi messaggi. Chissà quindi che gli ayatollah non stiano cercando di ottenere sotterraneamente delle rassicurazioni dall’amministrazione Biden.
La sensazione è che, con la sua controreazione, Israele sia riuscito a mettere nuovamente l’Iran in un vicolo cieco. Se non reagisce, Teheran perde la faccia e influenza regionale. Ma se lo fa, rischia grosso. Senza contare che, da ora in avanti, si troverà sotto la spada di Damocle di nuovi attacchi, magari più decisi, ai propri siti nucleari. Se veramente il regime iraniano fosse piombato in uno stato d’ansia, Israele potrebbe avere nelle sue mani una leva significativa, anche per indebolire i proxy degli ayatollah.
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