• Il movimento Maga è tutt’altro che monolitico e trova in Trump una sintesi più carismatica che ideologica. Attorno ad esso gravitano altri mondi, dal tecno-utopismo di Thiel alla critica al liberalismo di JD Vance.
  • I dem approvano le epurazioni di chi contesta la narrativa woke. I repubblicani vogliono far tacere chi esprime «odio» per Kirk.
  • L’invio della Guardia nazionale nei centri governati dalla sinistra agita le piazze. In gioco l’equilibrio dei poteri.


Lo speciale contiene tre articoli.

L’America conservatrice è in lutto ma non smette di ribollire, tra spinte ideali e contingenze politiche. Lo scioccante assassinio di Charlie Kirk, fondatore di Turning Point Usa e volto giovane del conservatorismo trumpiano, ha scosso una destra che molti osservatori europei continuano a considerare erroneamente come un blocco monolitico. In realtà, il mondo Maga (Make America Great Again) è un catalizzatore di correnti, visioni, teologie e anche divisioni. Un’alleanza instabile di destre diverse, che trovano in Donald Trump una sintesi più carismatica che ideologica.

E non c’è solo Maga. A destra del movimento che fa capo al presidente in carica c’è un mondo di gruppi difficilmente decifrabili utilizzando le categorie europee. Il Partito Repubblicano, vecchio elefante politico, è divenuto a un tempo il contenitore e il campo di battaglia di diverse correnti.

Molti in Europa non conoscevano Charlie Kirk, oratore instancabile, costruttore di reti giovanili conservatrici, capace di portare in maniera intelligente la lotta per l’egemonia culturale gramsciana nel campo della destra americana. Kirk aveva scelto un terreno difficilissimo, quello delle università, dove il verbo liberal è dominante (ma dove ben pochi conoscono l’opera di Gramsci, a quanto pare). Il trentenne apparteneva al gruppo più legato a Donald Trump, il Maga, che vede altri esponenti in Marjorie Taylor Greene e Matt Gaetz.

Definita «populista apocalittica» dalla stampa americana, Taylor Greene è antiabortista, anti immigrazione e pro Bibbia. Con toni da guerra culturale totale, sostiene il Secondo emendamento (il diritto a possedere armi) ed è molto amata dalla base Maga, mentre è fumo negli occhi per i moderati del Great Old Party. Più istituzionale ma non meno infiammato il profilo di Gaetz, deputato della Florida anti establishment, assai combattivo al Congresso sui temi delle libertà individuali, della privacy e dello svecchiamento del Partito Repubblicano.

I due sono più influencer che ideologi, e sono complementari nello spettro politico Maga: mentre Taylor Greene si rivolge ad un popolo religioso e più agé, Gaetz parla ai giovani libertari, e insieme rappresentano il nuovo volto post reaganiano della destra americana, più radicale e rivoluzionaria che conservatrice.

Non c’è solo questo, però. Maga è anche il carisma di Trump, che ha convinto molti ispanici, afroamericani e operai della Rust Belt a votare per lui. È paradossale che gli accenti anticapitalisti che hanno fatto presa sui sottoccupati della cintura industriale americana siano incarnati dal miliardario newyorkese. Ma il desiderio di riscatto, il riconoscimento di una identità, la critica al globalismo sono ciò che ha pesato di più, tra l’elettorato disperso, nelle scelte elettorali dello scorso novembre.

A fare da contorno al mondo Maga c’è un polo cristiano, guidato da personaggi come Franklin Graham e Greg Locke, leader spirituali che aggregano molti fedeli. Un esponente politico di punta di questa corrente è Mike Johnson, speaker della Camera dei rappresentanti, un pragmatico che incarna una destra istituzionale, disciplinata e teologica. A favore della famiglia, evangelico praticante, antiabortista e anti-woke, nel Partito Repubblicano propone una linea più normativa e morale, cercando di ricondurre le intemperanze Maga ad un quadro di valori. Non fa parte dell’entourage di Trump ma è da questi rispettato.

Non meno importante in questo campo la figura di Ron De Santis, ex ufficiale della Marina, laureato a Yale e Harvard, governatore della Florida. Da governatore, ha attuato in Florida un laboratorio di politiche di destra, soprattutto sull’istruzione. Ha lanciato il programma «Stop Woke Act» per limitare l’indottrinamento ideologico nelle scuole e università dello Stato, ha firmato leggi severe contro l’immigrazione illegale e ha organizzato trasferimenti simbolici di migranti verso Stati democratici. Si pone più come amministratore che come agitatore, pur condividendo diverse battaglie ideologiche del movimento Maga.

Questo campo «teologico» si scontra a volte con le istanze libertarie proprie del Maga e non ama le giravolte spettacolari di Trump.

Vi è poi un nucleo radicale portatore di una sottocultura etno-nazionalista, il movimento dei Groyper, il cui fondatore, Nick Fuentes, molto attivo sulla rete, in passato ha più volte attaccato Kirk considerandolo troppo moderato. Bandito dal Partito Repubblicano e da Turning Point America, che lo considerano tossico, il ventisettenne ha esplicite posizioni suprematiste e xenofobe, anche se ultimamente sta cercando di sfumare le sue affermazioni. Non è in effetti preso sul serio negli ambienti della destra americana, ma ha un discreto codazzo di sostenitori. È utile ai repubblicani soprattutto per marcare una differenza.

Più complesse le istanze della destra tecno-libertaria incarnata da personaggi come Peter Thiel e in parte Elon Musk. Da Thiel, che da ateo usa toni apocalittici ispirati alla Bibbia, arrivano forti stimoli ad abbandonare l’idea di America come Stato. Lo Stato è visto come ostacolo alla libertà e all’innovazione, e Thiel propone che ogni comunità scelga il proprio modello di convivenza, uscendo dallo Stato e utilizzando la tecnologia come leva politica. Questo nucleo, molto elitario, è un laboratorio ideologico visionario che propone una società post statale, in cui ciascuno è una giurisdizione, una identità, un nodo. Diversi esponenti repubblicani sono in scia a Thiel: Blake Masters, Josh Hawley, Glenn Youngkin, Vivek Ramaswamy.

Il tecno-libertario Musk è meno profeta di Thiel e più pragmatico. Dopo l’innamoramento per Trump, seguito da furiosa lite pubblica e tentazione di fondare un proprio partito, ora Musk ha diminuito di molto la sua esposizione politica e bada soprattutto agli affari. I ricchi contratti con il governo americano per Space X e Starlink hanno certo avuto un peso maggiore rispetto alle aspirazioni politiche, per non parlare di Tesla.

Poi c’è J.D. Vance, vero braccio politico di Thiel e da questi riccamente finanziato in campagna elettorale. Entrambi gravitano attorno agli stessi ambienti, dai venture capitalist a think tank come American Moment e Claremont Institute. Da questo milieu nascono figure come Michael Anton (considerato il fondatore del trumpismo intellettuale), Josh Hammer (teorico e editorialista) e John Eastman (giurista d’assalto). L’idea è che la crisi del liberalismo, considerato incapace di difendere la civiltà occidentale dagli assalti del globalismo progressista, giustifichi una rifondazione morale e politica dell’America.

Il vicepresidente, forte della sua romanzesca storia personale e delle sue umili origini, si rivolge agli operai mentre Thiel parla alle élite. Mentre il miliardario teorico della secessione digitale predica l’uscita dallo Stato, Vance traduce questa aspirazione in agenda politica di assottigliamento dello Stato stesso. Si tratta di una coppia strategica mente-braccio piuttosto attrezzata, sia in termini ideologici che finanziari. L’appuntamento è per le primarie repubblicane del 2028.

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