Assist della Corte Suprema a Trump. Il processo può slittare dopo il voto
Donald Trump (Ansa)
No alla valutazione «rapida» sull’immunità. L’ex presidente punta ad arrivare al 2025.

È uno schiaffo in piena regola quello inferto venerdì dalla Corte Suprema degli Stati Uniti al procuratore speciale Jack Smith. I togati hanno infatti respinto la sua richiesta di valutare in via accelerata l’eventualità che Donald Trump possa godere o meno dell’immunità presidenziale in riferimento all’incriminazione da lui subita sul presunto tentativo di ribaltamento delle elezioni del 2020. Ma andiamo con ordine.

L’ex presidente ha invocato l’immunità presidenziale su questo caso, presentando principalmente due argomentazioni. Innanzitutto ha sostenuto che, quando effettuò i ricorsi sui risultati elettorali del 2020, aveva agito nel perimetro delle sue funzioni ufficiali. In secondo luogo, ha affermato di non poter essere processato due volte per lo stesso reato, riferendosi al fatto che, nel febbraio 2021, fu assolto al Senato durante il processo di impeachment che lo vedeva accusato di «incitamento all’insurrezione». Le argomentazioni di Trump sono state respinte dal giudice distrettuale che supervisiona il suo caso, Tanya Chutkan: circostanza che ha portato l’ex presidente a ricorrere in appello. Tuttavia, con una controversa mossa, il procuratore ha cercato di bypassare la corte d’appello stessa, rivolgendosi direttamente ai supremi giudici e chiedendo loro di pronunciarsi sull’eventuale immunità di Trump.

Smith ha sottolineato che la sua richiesta era motivata da urgenza, citando il precedente di Leon Jaworski: il procuratore speciale che, nel 1974, si appellò direttamente alla Corte Suprema per ottenere la consegna dei famosi nastri del Watergate da parte dell’allora presidente statunitense, Richard Nixon. In realtà, Smith puntava ad accelerare i tempi, affinché i ricorsi di Trump non mettessero a rischio l’avvio del processo, che dovrebbe cominciare il prossimo 4 marzo: il giorno prima, cioè, del Super Tuesday (quando voteranno numerosi Stati contemporaneamente e verranno attribuiti molti dei delegati necessari per conquistare la nomination presidenziale repubblicana).

Adesso, con il diniego della Corte Suprema, la questione dell’immunità dovrà essere affrontata dalla corte d’appello di Washington, come auspicato da Trump: il che apre la strada alla possibilità che i tempi si allunghino e che l’inizio del processo slitti. Esattamente quanto desidera l’ex presidente, che spera di scavallare il 5 novembre 2024: vale a dire la data delle prossime elezioni presidenziali. Inoltre, il diniego della Corte Suprema rappresenta anche una vittoria in termini di immagine per Trump, perché tende ad avvalorare la sua tesi sulla pretestuosità della richiesta di Smith. Attenzione però: questo non vuol dire che, nel merito, l’ex presidente abbia vinto. In primis, la Corte Suprema non si è pronunciata sulla questione dell’immunità. È inoltre probabile che, al termine dei vari ricorsi, le argomentazioni di Trump su questo fronte vengano respinte. È inverosimile innanzitutto che venga accettata la sua tesi sul non poter essere processato due volte per lo stesso reato: l’impeachment non è infatti un procedimento penale ma legislativo. Inoltre, come detto, Trump,in quell’occasione, fu accusato di «incitamento all’insurrezione»: un capo d’imputazione che non compare nell’incriminazione di Smith. In secondo luogo, non sarà facile per l’ex presidente dimostrare che, nei ricorsi del 2020, si stava muovendo nel perimetro delle sue funzioni ufficiali. Senza contare che l’immunità presidenziale è tendenzialmente garantita nelle sole cause di natura civile.

Tuttavia questi (pur importanti) aspetti tecnici interessano relativamente a Trump. L’ex presidente ritiene l’incriminazione di Smith come motivata politicamente. E punta quindi a spostare il più in là possibile l’avvio del processo. Senza trascurare che, trattandosi di un’incriminazione federale, Trump – qualora riuscisse a tornare alla Casa Bianca – potrebbe cassarla tramite il perdono presidenziale.

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