«Il conflitto finirà, ma l’odio ora è profondo»
Pierbattista Pizzaballa (Ansa)
Il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, riceve il premio Cultura cattolica e analizza la situazione nella sua Terra Santa: «Gli israeliani si sono scoperti fragili dopo il 7 ottobre e ora vince l’incomprensione. Per la prima volta non si sa come convivere».

«La lacerazione tra israeliani e palestinesi non è una novità, anche se l’intensità è diversa. C’è lacerazione anche all’interno dei rispettivi popoli, la società israeliana era lacerata già prima degli episodi del 7 ottobre e le manifestazioni dimostravano una tensione crescente nel Paese; e anche da parte palestinese la frammentazione era già presente. Quello che è accaduto dopo il 7 ottobre è che tutto quello che era “a fuoco lento” è esploso in maniera molto violenta, inaspettata, e dunque ha creato un solco ancora più profondo tra israeliani e palestinesi».

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, fotografa in un attimo la situazione della «sua terra», quella che ormai abita dal 1990 quando, giovane frate francescano, venne mandato dal suo superiore a studiare sacra scrittura allo Studium biblicum franciscanum della Città santa. Sono queste le sue prime parole in risposta alle domande di Monica Maggioni al Teatro Remondini di Bassano del Grappa, quando venerdì scorso la Scuola di cultura cattolica della città veneta gli ha consegnato il quarantunesimo premio internazionale Cultura cattolica che negli anni è stato assegnato, tra gli altri, all’allora cardinale Joseph Ratzinger, al cardinale Giacomo Biffi, a don Luigi Giussani, allo scrittore Vittorio Messori e al filosofo Augusto Del Noce.

«Avevo chiesto di studiare sacra scrittura, la mia idea era di andare a Roma al Pontificio istituto biblico, ma il provinciale di allora decise che la Bibbia si studia a Gerusalemme. L’obbedienza richiede grande libertà, quindi sono andato lì, sono arrivato il 7 ottobre del 1990…». Così racconta il cardinale soffermandosi sulla strana coincidenza di date, lui che ormai si dice a tutti gli effetti parte di quella «sua terra lacerata», sebbene le sue radici bergamasche, con lunga parentesi bolognese (ordinato prete dal cardinale Giacomo Biffi a Bologna nel 1990), restano vive e presenti.

La situazione dei cristiani a Gaza è grave e più delle parole bastano i numeri che il cardinale snocciola per far comprendere di cosa si tratta. «Prima della guerra, tutti i cristiani a Gaza erano 1.017, adesso sono 462 nel compound cattolico e 208 in quello ortodosso. Gli altri sono morti o sono riusciti a uscire. I nostri si trovano nella parte Nord della Striscia di Gaza, hanno perso tutto. La parte Nord è quasi totalmente rasa al suolo, quindi hanno perso casa, le infrastrutture sono distrutte. I compound cattolico e ortodosso, che sono vicini l’uno all’altro, sono stati risparmiati grazie a un coordinamento mai facile. Adesso va un po’ meglio dal punto di vista del cibo, mancano i medicinali e l’acqua è sporca. Un terzo della popolazione ormai è già malato di epatite, per cui la situazione è sicuramente molto pesante e difficile».

Ciò che colpisce nel racconto del patriarca è la novità assoluta della situazione che si è venuta a creare in Israele dopo il 7 ottobre. «La società israeliana si è scoperta fragile e vulnerabile in maniera come mai prima d’ora, creando un grande trauma perché Israele era nato come luogo dove gli ebrei sono a casa e sono al sicuro e adesso è emerso che non lo sono. Dall’altro lato, anche la reazione – quello che è accaduto e sta accadendo a Gaza – ha approfondito ancora di più un solco di incomprensione, di sfiducia, anche di odio, da parte dei palestinesi e tutto questo ha creato un contesto che, in un certo senso, è nuovo perché è la prima volta che le due società e il Paese in generale si trovano senza chiare prospettive. Per la prima volta non si sa come uscirne. La guerra finirà, è questione di tempo, però nessuno sa definire come sarà il dopo, non solo dal punto di vista politico che è già un problema grosso, ma anche dal punto di vista delle relazioni».

In questo contesto, la parola pace può venire facilmente strumentalizzata e usata da una parte e dall’altra senza però riuscire a viverla o praticarla realmente. Pizzaballa, a cui è stato consegnato il premio Cultura cattolica proprio per essersi dimostrato «un sapiente costruttore di pace» nel suo lungo cammino in Terrasanta, prima come parroco poi come custode di Terra Santa dal 2004 al 2016, fino ad arrivare appunto alla nomina di patriarca di Gerusalemme, ha risposto ricordando che «la pace – in ebraico shalom e in arabo salam, hanno la stessa radice – significa integrità, essere completo, pieno. Quindi la pace ha sempre bisogno di un approccio integrale alla vita, quindi alla politica, all’economia, alla formazione, alla fede, alla spiritualità. Sono tutte parte di una visione integrale e se manca solo qualcuna di queste non c’è la pace, non c’è la completezza. A Gerusalemme, con le enormi diversità che ci sono, con le tante ferite che la città porta ma anche con la tanta ricchezza che c’è, tutta questa complessità viene fuori e comprendi che questo bisogno di fare unità, non uniformità, ma unità, cioè di tenere insieme tutti questi pezzi, richiede tanta energia e tanta pazienza».

Da fuori, nelle varie parti del mondo, tutto ciò non sempre viene compreso. «Quello che vedo nel mondo adesso, penso a quello che sta accadendo nelle università e così via, non deve ridursi a una tifoseria di destra o sinistra. L’università è il luogo dove il confronto anche acceso e le opinioni diverse si devono esprimere in maniera argomentata. È il luogo dove il confronto deve manifestarsi in tutta la sua ricchezza, non il luogo delle barriere o delle esclusioni. Nessuno riesce ad avere il monopolio su Gerusalemme. Gerusalemme ti insegna che non puoi fare nulla senza l’altro, per cui è una scuola di pace incredibile».

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