L’accordo della Mecca può essere un boomerang
Recep Tayyip Erdogan e Donald Trump (Getty Images)

Il Mediterraneo costiero e profondo è un’area di interesse geoeconomico, e quindi geopolitico, primario per l’Italia: connessioni per i flussi commerciali globali, costi dell’energia importata e sicurezza. Pertanto è una priorità strategica per Roma valutare le conseguenze dell’accordo della Mecca, siglato tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia.

Qui un’analisi preliminare condotta dal mio Think tank Stratematica (da poco modificato da euroamericano a G7+ con nuovi inserimenti) divisa tra breve e lungo periodo per valutare vantaggi e svantaggi e conseguenti adattamenti della politica estera.

Breve termine. Va segnalato che l’ingaggio dei tre poteri sunniti per difenderne uno congiuntamente se attaccato, collegato all’impegno di tutelare la libertà di navigazione negli Stretti di Hormuz e Bab el Mandeb contro attacchi iraniani e dei loro proxy Huthi è un vantaggio prospettico per gli interessi italiani perché facilita i flussi commerciali via mare e la calmierazione dei prezzi dell’energia importata.

La collaborazione di sicurezza tra Italia, altri europei e Arabia è già da tempo in atto con attenzione ai flussi nel Mar Rosso e Suez. Tale valutazione di vantaggio, con la conseguenza del pieno sostegno a breve all’Accordo della Mecca, è collegata alla difficoltà degli Stati Uniti di produrre una deterrenza sufficiente per impedire all’Iran azioni offensive: il sostegno turco e pakistano ha un potenziale sufficiente per dissuadere l’Iran stesso e calmare, se non eliminare, le milizie Huthi che occupano metà Yemen. In sintesi, nel breve, per l’Italia l’accordo della Mecca è utile, dove il punto di utilità prioritaria è la sicurezza e fluidità dei transiti.

Lungo termine. Nello scenario proiettivo, tuttavia, si intravedono nuovi problemi. L’ingaggio del Pakistan, che è potenza nucleare con una complessa relazione di convergenza sia con Stati Uniti sia con la Cina e in guerra di fatto con l’India pone il rischio di un blocco al progetto Imec (Via del cotone) siglato nel settembre 2023 a New Dehli da America, India, Italia, Francia, Germania, Arabia ed Emirati in accordo silenzioso con Israele.

Già l’attacco di Hamas, ordinato da Teheran e forse suggerito dalla Cina, contro Israele nell’ottobre 2023 ha avuto lo scopo di impedire l’attuazione dell’Imec da parte dell’Arabia a causa della (prevista dagli attaccanti) reazione devastante di Israele contro Gaza nonché la firma saudita degli Accordi di Abramo già attivati da Israele ed Emirati.

Anche la Turchia è contro l’Imec e gli accordi di Abramo perché la connessione via mare e ferrovia tra India e Mediterraneo prevedeva lo sbocco nel porto di Haifa in Israele, lasciando fuori Ankara. Ora, a corredo dell’accordo della Mecca, le mappe in lavorazione mostrano che il porto di riferimento del Mediterraneo per i traffici da Sud è posto in Turchia, così come i terminali di nuovi oleodotti. Ankara persegue, pur modificandola, una strategia neo-ottomana con obiettivo di diventare potenza primaria nel Mediterraneo costiero e profondo, in concorrenza con Israele per il post-Iran. Infatti ora punta a includere l’Egitto nell’accordo della Mecca.

Quindi sul piano geopolitico l’accordo della Mecca potrebbe diventare un moltiplicatore di forza geopolitica per Ankara. L’interesse dell’Italia è dare ai porti italiani, Trieste in particolare grazie al suo retroporto ferroviario, il ruolo di hub principale per i traffici dall’India e penisola arabica verso l’Europa centrale e orientale. Roma ha cercato di limitare le frizioni con la Turchia, estendendo una relazione bilaterale sul piano economico nella speranza di rapporti armonici nel futuro con Ankara.

Ma Recep Tayyip Erdogan ha trovato una relazione speciale con Donald Trump: la Turchia aiuta la stabilizzazione nel Medio Oriente e in cambio l’America le concede un’alleanza privilegiata, cioè una delega a fornitore di sicurezza regionale in sostituzione (parziale) dell’Italia. Inseriamo anche il conflitto tra Pakistan e India: improbabile, pur sperandolo, che l’Arabia mantenga relazioni forti con l’India stessa.

Va anche inserito il fatto che Pechino nel breve è convergente con l’America per sbloccare Hormuz, ma anche che nel medio-lungo termine persegue una relazione più stretta con il mondo arabo sunnita e un ruolo più pesante nel Mediterraneo, oltre che il mantenimento di quello che ha oggi in Africa. Va anche detto che Arabia, Turchia e Pakistan cercano di mantenere buone relazioni sia con l’America sia con la Cina.

Ma hanno scoperto di poter mercanteggiare la loro posizione offrendo vantaggi di lealtà, ma limitata, ad ambedue. Limitata da cosa? Dal fatto che l’America ha bisogno di delegare ad alleati un presidio globale di sicurezza perché è ormai troppo piccola per esercitarlo da sola e deve concedere in cambio vantaggi. Quindi non sarà facile per europei e Italia mantenere un sufficiente controllo del Mediterraneo costiero e profondo con vantaggio geoeconomico.

Tuttavia, è possibile perché l’America ha limiti di delega per proprio interesse, Israele sta reagendo, come gli Emirati. E l’India è molto proiettiva. Invito il governo a scenarizzare soluzioni, ma calcolando un’Italia più attiva e puntuta. Aggiornamenti.

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