Vita di campagna batte stress da città
  • Lo smart working rivaluta i luoghi alternativi agli spazi urbani dove trovare prezzi bassi, migliori rapporti sociali, aria pulita, natura a portata di mano. Secondo uno studio Usa ne guadagna anche la condizione fisica perché ci si ammala meno, soprattutto le donne.
  • Giovanna Visintini insegna diritto civile a Genova tenendo salde le radici nel casale di famiglia sul Garda «Ho scritto un libro di ricette adatte solo alle cucine grandi come quelle di una volta».

Lo speciale contiene due articoli

Il disegnatore satirico Stefano Disegni ha scritto e interpretato con il gruppo Ultracorpi un’ilare canzone che risolveva il dilemma del cittadino stressato tra vita in campagna o in città, dopo l’esperienza campagnola, a favore della città. «E sto ancora qua in mezzo alla campagna, / riarrostisco una castagna, / riannuso i rosmarini, riascolto gli uccellini, / m’illumino d’immenso e vabbè, sì, ma dopo che c’è?! / E ariosservo l’airone reale, / e arifaccio la foto al cinghiale, / e ariascolto il respiro del vento, / ogni giorno un po’ meno contento perché… / ammazza che lagna la vita qua in campagna» era l’introduzione all’urlo «Voglio un televisore, / voglio un videoregistratore» e la successiva esaltazione di attività urbane come rimorchiare (corteggiare) le commesse e imbottirsi di compresse. Dopo quel caustico ripudio della vita agreste (la canzone è degli anni Novanta), in campagna sono arrivati i videoregistratori e anche il più attuale wifi. Tantissimi, con la pandemia e l’avvento dello smart working, hanno rivalutato la campagna come luogo alternativo alla vita e al lavoro in città.

il tasso di felicità

Il dilemma esisteva anche prima. Un’indagine canadese del 2018 ripresa anche dal Daily Mail ha esaminato il tasso di felicità degli abitanti metropolitani e di piccole cittadine nel verde. Chi vive nelle grandi città ha stipendi più alti, maggiore livello di istruzione e minor tasso di disoccupazione, ma anche meno rapporti sociali ed è 8 volte meno felice rispetto all’abitante di provincia. Inoltre, comprare una casa di città è molto più costoso che in campagna, dove anche tutti gli altri aspetti della vita costano meno. La questione non riguarda solo il dare/avere del portafogli: anche quello della salute. Il desiderio di tornare a vivere in campagna si radica sempre più e la soluzione del dilemma oggi è opposta a quella del divertissement di Disegni: in campagna si vive meglio che in città.

Ma siccome non tutti possono trasferirsi in campagna, si cerca di trasferire il buono della campagna in città. Il libro Outdoor. Vita e cucina all’aperto, Slow Food editore, è un vademecum di suggerimenti per inserire nella propria routine quotidiana urbana momenti o intere giornate outdoor. Vacanze? In campeggio, «avventure a passo lento» come i cammini e, in generale, viaggiare slow, con lentezza. Cibo? Incentivare il mangiare e il ricevere all’aperto, organizzare grigliate (si possono fare anche in alcuni parchi) e picnic nelle aree verdi della città. E poi foraging, la raccolta di erbe spontanee, e benessere all’aria aperta (fare sport in un’area verde è diverso che farlo chiusi in palestra). Poi gli orti urbani, piccoli appezzamenti di terra comunale da concedere in locazione a privati che vogliano sperimentare l’agricoltura in prima persona: «Prendersi cura di un orto non è solo un piacevole passatempo all’aria aperta ma un’attività dai numerosi benefici», spiega il libro, come ritrovare il contatto con la natura, tenersi in movimento, allontanare lo stress, produrre endorfine, educarsi all’attesa e alla pazienza.

Non si starà esagerando con l’esaltazione della campagna? Pare di no. Uno studio della Harvard T.H. Chan school of public health su 100.000 donne statunitensi ha mostrato che le residenti in campagna vivono di più e meglio, presentando un tasso di mortalità per cancro inferiore del 13% e per malattie respiratorie inferiore del 34% rispetto alle donne di città. La minore esposizione all’inquinamento atmosferico, all’inquinamento acustico e la maggiore opportunità di socializzazione nella mini comunità diminuiscono anche del 30% la possibilità di ammalarsi di depressione. Il sospetto fondamentale nei confronti della città è che non sia un habitat adeguato non solo per gli animali, ma nemmeno per l’uomo. Il rumore urbano è frastuono, quello di campagna, dai cinguettii degli uccellini allo sciabordio dei corsi d’acqua, è suono.

al bando il rumore

Su Youtube spopolano video rilassanti con questi suoni, non con quelli del fracasso del martello pneumatico di un cantiere stradale accompagnato da clacson e improperi di automobilisti inferociti per il rallentamento. Anche i film, persino quelli più semplici come le commedie americane, da un po’ raccontano come il cittadino trasportato in campagna ritrovi sé stesso: in Che fine hanno fatto i Morgan?, del 2009, un avvocato (Hugh Grant) e la moglie agente immobiliare (Sarah Jessica Parker) di gran successo a Manhattan ritrovano la propria armonia grazie al trasferimento coatto – testimoni oculari di un omicidio, entrano nel programma protezione testimoni dell’Fbi – a Ray nel Wyoming, micropaese assai country nel quale oltre a spaccare legna, tirare al bersaglio e imparare a evitare di restare secchi incontrando un orso non c’è altro da fare. In Scappo dalla città – La vita, l’amore e le vacche del 1991, un gruppo di amici, in particolare un affermato dirigente radio in crisi (Billy Cristal), trovano lo scopo della vita conoscendo un cowboy e la sua mandria.

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