- Parla il patron di Tod’s: «Tutto il nostro lavoro gira attorno ai codici dell’italianità. La solidarietà è un’altra colonna del gruppo Con i nostri dipendenti c’è un rapporto di familiarità: privilegiamo l’aspetto umano e la sensibilità prima del semplice fatturato».
- La settimana della moda di Milano racconta la donna del prossimo inverno.
Lo speciale contiene sei articoli e gallery fotografiche.
Trentasette indossatrici più un modello hanno sfilato per la nuova collezione Tod’s firmata da Walter Chiapponi, il direttore creativo che ha avuto il compito di ripensare al guardaroba da donna, per il prossimo inverno, della maison famosa nel mondo per l’iconico gommino. Scelta, non a caso, da Lee Radzwill, Gianni Agnelli, Lady D, tanto per citarne alcuni. Una storia importante. Classicità, buon gusto italiano alla base.
Diego Della Valle pare molto soddisfatto, giustamente, del lavoro fatto. «Rispetta i nostri codici: l’italian lifestyle è il codice principale insieme alla qualità e tutto deve girare intorno a questi due concetti», spiega il patron del gruppo Tod’s.
I dati dei primi tre mesi della moda erano assolutamente positivi ma c’è stato l’imprevisto coronavirus. Come lo state fronteggiando?
«Tutto era partito in modo eccellente. Fronteggiamo con il buon senso, tenendo conto che il primo pensiero è la salute delle persone e quindi dobbiamo fare in modo che tutti stiano al meglio e che nessuno corra dei rischi. Dobbiamo essere pronti e solidali con i nostri amici cinesi che sono tanti e sapendo che tra qualche mese si prenderà una piega migliore. Nel frattempo, per quanto riguarda il nostro gruppo, come si dice nel calcio, giochiamo di contropiede, un po’ in difesa e un po’ in attacco. L’attacco è avere negozi tenuti al meglio e la difesa è quello di stare attenti a non avere troppi prodotti nei negozi. Tra qualche mese, quando le cose ricominceranno, saremo pronti come lo eravamo fino a un mese e mezzo fa. La cosa veramente importante è che tutti stiano bene e che finisca questo calvario per il popolo cinese. Come diciamo noi qui da Tod’s, “together for China”».
Cosa si può fare per la Cina?
«Intanto è un grande Paese e sanno loro cosa devono fare. Per quanto ci riguarda, qualsiasi tipo di disagio si possa creare, come gente che non può viaggiare, problemi a trovare le case, insomma, tutto quello che si può fare per i nostri dipendenti lo stiamo facendo e se ne occuperà l’azienda. Abbiamo costituito un fondo per tutti i nostri dipendenti e le loro famiglie e per i disagi economici che possono avere. Loro lo sanno e ora, quello che noi vogliamo, è che tutto torni prima possibile nella normalità e intanto vogliamo che la gente che lavora per noi stia nel modo migliore e ci auguriamo che gli amici cinesi superino il prima possibile questo momento».
Quanti dipendenti avete in Cina?
«Tra i 600 e i 700. Abbiamo molti negozi e abbiamo persone che stanno con noi da una vita. I rapporti non sono più tra azienda e dipendente, molti sono rapporti familiari. Ci sono rapporti personali molto forti. Sono tutti molto solidali in un momento così difficile per la Cina. Vedo che la gente risponde in modo serio, mettendo i valori umani prima ancora dei fatturati. E questo è una bella cosa. Cerchiamo di alleggerire le tensioni. Tutti i nostri dipendenti nel mondo sono molto vicini ai dipendenti cinesi».
In questo momento le aziende sono chiuse in Cina?
«Sì, molte. È tutto abbastanza fermo. La gente sta aspettando di capire bene cosa fare. Il fatto che l’epidemia si sia un poco fermata li fa essere più ottimisti. Le sensazioni di mercato dicono che nell’arco di un mese e mezzo tutto ricominci gradatamente e che la vita inizi a normalizzarsi. Ho vissuto anche il momento della Sars e bisogna essere molto attenti, prudenti, riflessivi senza enfatizzare troppo perché la gente deve vivere tranquilla e non con preoccupazioni eccessive».
Trova sia peggio questo momento rispetto a quello della Sars?
«La differenza sta nell’importanza che la Cina aveva allora rispetto a quella che ha oggi nei mercati. Sotto l’aspetto sostanziale, non sono un medico, ma è molto simile. Sotto l’aspetto delle dimensioni, oggi la Cina è un protagonista mondiale e stava costruendo un mercato domestico che è il più importante del mondo».
Quello che sta accadendo non può esser un invito alle aziende italiane di smetterla di delocalizzare e iniziare a riportare la produzione in casa?
«Noi siamo sostenitori totali del made in Italy, ma molte aziende non hanno altra scelta di produrre certe cose nei Paesi dove il costo della manodopera è più basso. Quindi ognuno deve fare i conti a casa propria. L’unica cosa che si deve cerare di fare è di essere molto solidali. Noi siamo un popolo solidale, sempre. Sia quando capita il terremoto a casa nostra sia quando accade un dramma come questo in Cina. Mi piace vedere la gente che mette al primo posto la sensibilità umana».
Ci possono essere previsioni economiche?
«No, non ci sono previsioni, è ancora presto. Vedremo. Ognuno di noi ha fatto i suoi piani per i prossimi tre o quattro mesi e monitoriamo di settimana in settimana quello che sta succedendo».
Se questa situazione dovesse perdurare, quali strategie pensate di mettere in campo?
«La Cina nel mondo del lusso e della qualità pesa per tutti, per noi non in un modo straordinariamente grande. Quello che stiamo facendo è usare il buon senso. Abbiamo degli scenari di due tipi e in base a come andranno le cose ci muoveremo. Quello che vogliamo è che i negozi siano sempre al meglio, che i prodotti non manchino, perché tra qualche mese, il mondo da quelle parti ricomincerà a girare come prima e noi dobbiamo esser pronti. Potrebbero rallentare i numeri ma non la gestione del nostro business».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >