«Non seguo tendenze, creo abiti senza tempo»
Antonio Riva
Antonio Riva, lo stilista amato dalle spose: «Rifiuto la logica dei trend effimeri e mi concentro su elementi essenziali, come equilibrio e proporzione. Oggi le donne cercano autenticità e personalizzazione, sono più consapevoli e desiderano un capo che le rappresenti davvero».

L’abito «importante», quello scenografico, strutturato, quasi scultoreo come nelle creazioni di Antonio Riva Milano, continua a rappresentare un sogno per molte donne. Il desiderio di sentirsi uniche, protagoniste e memorabili nel giorno del matrimonio non è affatto scomparso. Anzi, per alcune spose quell’abito resta un momento quasi «artistico», irripetibile. E oggi il concetto di sogno è molto più personale. Accanto agli abiti voluminosi e costruiti, convivono scelte molto diverse: linee minimal, abiti corti, tailleur, cambi d’abito durante la giornata, persino look non tradizionali. Il punto non è più stupire tutti, ma rappresentare sé stesse. Ne parliamo con Antonio Riva.

Il suo marchio nasce nel 1994: quali sono stati i momenti chiave che hanno definito la sua identità stilistica nei primi anni?
«I primi anni del mio lavoro sono stati fondamentali per costruire un linguaggio estetico coerente e riconoscibile. Ho sempre puntato su una sartorialità rigorosa e sulla volontà di distinguermi per l’unicità dei miei abiti, in controtendenza rispetto a un periodo in cui la moda sposa iniziava a diventare più industriale. L’apertura dell’atelier a Milano ha segnato un passaggio importante: non solo come luogo fisico ma come spazio dove far vivere emozioni».

Lei descrive i suoi abiti come «molto costruiti»: cosa significa, nel concreto, progettare un abito con una forte tridimensionalità?


«Significa pensare l’abito come un’architettura: la tridimensionalità nasce dallo studio delle proporzioni e dalla capacità di modellare il tessuto sul corpo attraverso strutture interne – bustier, supporti, pieghe ingegnerizzate – che permettono all’abito di mantenere una forma precisa».

I volumi importanti e i fiocchi sono diventati una sua firma distintiva: da dove nasce questa scelta estetica?


«Dal desiderio di esprimere una femminilità forte ma mai banale. I volumi importanti permettono di creare una presenza scenica, quasi scultorea, che rende protagonista la donna che lo indossa. Il fiocco, invece, è un elemento apparentemente semplice, ma reinterpretato in chiave contemporanea diventa un segno grafico potente. Non è un dettaglio decorativo fine a sé stesso: è parte integrante della struttura, spesso pensato come un elemento architettonico. L’ispirazione arriva sia dalla tradizione dell’alta moda italiana sia dall’arte e dal design».

Quanto conta il legame con il territorio lombardo, in particolare tra Milano e Lecco, nella sua visione creativa?


«È centrale. Milano rappresenta il cuore pulsante della moda e del design, un luogo di confronto continuo e di apertura internazionale. Lecco, invece, è legata a una dimensione più intima e artigianale, fatta di silenzi, natura e concentrazione. Queste peculiarità si riflettono nel processo creativo: da un lato l’energia e la contemporaneità della città, dall’altro la precisione e la calma necessarie per il lavoro sartoriale. Inoltre, la Lombardia vanta una tradizione tessile e manifatturiera di altissimo livello, che consente di lavorare con fornitori e artigiani d’eccellenza».

Il concetto di «timelessness» è centrale nelle sue collezioni: come si crea oggi un abito davvero senza tempo?

«Creare un abito senza tempo significa sottrarsi alla logica delle tendenze effimere e concentrarsi su elementi essenziali: proporzione, qualità, equilibrio. Un abito è timeless quando, a distanza di anni, continua a emozionare e a risultare attuale. Anche la scelta dei materiali è fondamentale: tessuti nobili, lavorati con cura, che mantengono la loro eleganza nel tempo».

I suoi abiti sono spesso descritti come opere d’arte: qual è il confine tra moda e arte nel suo lavoro?


«Il confine è sottile e spesso sfumato. La moda ha una funzione, deve essere indossata, mentre l’arte può esistere indipendentemente dall’uso. Tuttavia, quando un abito nasce da una ricerca formale e concettuale profonda, può avvicinarsi molto a un’opera d’arte. Nel mio lavoro, cerco di mantenere questo equilibrio: creare capi che abbiano una forte componente estetica e culturale, ma che restino vivi, in movimento, legati alla persona che li indossa».

Ogni creazione è accompagnata da un certificato di autenticità: quanto è importante oggi comunicare il valore dell’artigianalità?


«È fondamentale per sottolineare unicità, qualità e tempo dedicato a ogni capo da sposa. È un modo per raccontare la storia dell’abito, il tempo e le competenze che sono stati necessari per realizzarlo. È anche una forma di tutela, che sottolinea il valore del lavoro artigianale e lo distingue dalla produzione industriale».

Dopo oltre 30 anni di attività, come è cambiato il sogno delle spose?


«Oggi le spose cercano autenticità e personalizzazione. Sono più consapevoli, più informate e desiderano un abito che le rappresenti davvero. Vogliono vivere l’esperienza unica della ricerca e della scelta dell’abito perfetto per il loro giorno speciale».

Guardando al futuro, quali sono le nuove direzioni creative?


«Ricerca su materiali innovativi e nuove costruzioni più leggere: l’obiettivo è evolvere mantenendo intatto il Dna del brand: un equilibrio tra rigore sartoriale, ricerca formale e una visione contemporanea della femminilità».

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