Mery Rigo (Moncalieri, 1971). Dopo la maturità classica, inizia a lavorare nel mondo della fotografia dirigendo un laboratorio di stampa. Nel 2001 inizia a dipingere dialogando con la fotografia e avvicinandosi sempre più ai temi naturali, come dimostra una serie di ritratti pittorici dedicata agli alberi monumentali. Le sue opere sono state esposte in Piemonte, a Madrid, in Svizzera e a Cosenza. Tra i premi ricevuti la targa d’oro al Premio Arte Mondadori e la Medaglia della Città di Martigny.
L’arte contemporanea è fatta di definizioni e proposte di idee. Nel 2005 ha presentato a Torino il Manifesto dell’Estrattismo: che cos’è?
«Nel 2001 ho iniziato un percorso artistico che mi ha portato ad avvicinarmi visivamente sempre di più all’oggetto dilatandolo fino a farlo diventare qualcosa di diverso da sé. Il mio occhio ricercava inquadrature sempre più ravvicinate fino a farle diventare astratte. E’ nato così, l’Estratto numero uno, un pezzetto di vaso ingrandito su una tela 100×150, diventato un quadro astratto pur essendo invece solo un pezzetto di fotografia dipinto in modo iperreale. Nacque così l’Estrattismo. Un processo di estrazione e frammentazione della realtà visibile. Mi accorsi che non ero la sola ad usare questo processo di frammentazione, ma gli artisti che se ne servivano erano molti in tutto il mondo. Decisi pertanto di dare un nome a questo processo e lo chiamai Estrattismo. Scrissi un manifesto che ne delineava i caratteri principali e lo condivisi con altri artisti. Si formò così il gruppo dell’Estrattismo e iniziammo ad esporre insieme in numerose mostre, alcune di queste a cura del critico Gianfranco Schialvino».
Oggi invece lavora su un innesto tra fotografia e pittura, come si costruisce un’opera? Prima c’è la fotografia o prima il disegno?
«Nel mio percorso artistico, la fotografia e la pittura sono sempre state due tecniche che mi hanno accompagnata nelle mie ricerche. Mi ha sempre affascinato cercare una soluzione che potesse in qualche modo unire le due tecniche creando un’opera unica. Nel 2004 ci sono riuscita inserendo la pittura all’interno della fotografia e creando così un’opera ibrida, di base fotografica ma che all’interno conteneva la pittura. Questo processo l’ho chiamato Fpf1, acronimo di fotografia, pittura, fotografia 1. Questo modo di realizzare le opere è stato ritenuto innovativo dal critico d’arte Vittorio Falletti che ha scritto un testo critico che spiegasse le caratteristiche e le qualità di questa ricerca. Ogni mio lavoro parte da un preliminare studio fotografico e quindi dalla realizzazione e dalla scelta di una fotografia che viene poi utilizzata come soggetto dell’opera. Ne segue poi la trascrizione di un disegno su tela e poi il dipinto. Finito il dipinto, lo fotografo e lo inserisco digitalmente nella fotografia originale creando una sovrapposizione di livelli».
Uno dei progetti che trovo interessanti riguarda la raffigurazione di alcuni grandi alberi d’Italia. Come li sceglie e che cosa rappresentano per lei?
«Nell’estate del 2019 fui molto colpita dagli incendi che divampavano in Siberia e in Amazzonia. Ho pensato che fosse necessario fare qualcosa. Ho ritenuto necessario utilizzare quanto sapevo fare per sensibilizzare il pubblico riguardo all’importanza fondamentale che rivestono le foreste per la nostra sopravvivenza sul pianeta. In quello stesso periodo fu chiamata a partecipare alla residenza artistica Bocs art di Cosenza a cura di Giacinto Dipietrantonio. Ho cercato pertanto un albero monumentale sul territorio cosentino la cui raffigurazione potesse essere simbolo e monito per l’umanità. Emerse da Internet un articolo che parlava della presenza di Italus, un albero di 1230 che viveva sul Pollino. Decisi di mettermi in contatto con il ricercatore Gianluca Piovesan che studiava l’albero ed andare sul posto per poterlo fotografare e quindi poter fare un’opera che rappresentasse l’albero. Da quel momento in poi ho iniziato un dialogo con il prof. Piovesan. Affascinata dal nuovo mondo che stavo scoprendo, gli chiesi altre foto di alberi oggetto di ricerche scientifiche. Da allora ho dipinto altri tre alberi che fanno parte di ricerche e pubblicazioni scientifiche del professore e del suo gruppo di lavoro: Demetra, quercia di 930 anni che si trova nella Parco dell’Aspromonte, Michele, faggio di 600 anni circa che si trova nel Pollino».
Che cos’è l’arte ai nostri tempi? L’invasione del video che oramai ci accompagna addirittura passo dopo passo, grazie alle macchine portatili che ci accompagnano e non di rado ci guidano, influenza anche l’arte che si realizza?
«Mi sembra che l’arte contemporanea “alta” si sia distanziata troppo dall’uomo comune e sia diventata privilegio di pochi. Per capire e interpretare un’opera artistica contemporanea, bisogna conoscerne i codici che non sempre sono così facili da reperire. Insomma spesso succede che se entri in una galleria o un museo, se non sei un esperto conoscitore, molto spesso esci dalla mostra con un senso di inadeguatezza. Questo a mio avviso è un aspetto negativo dell’evoluzione dell’arte. Forse si è allontanata troppo dall’uomo. Ritengo che sia ancora importante l’aspetto visivo dell’opera e che un’opera debba prima colpirti, incuriosirti e poi possa essere approfondita con concetti, spiegazioni etc. Un’altra caratteristica dell’arte contemporanea è che nonostante si sia allontanata dall’uomo comune, allo stesso tempo, poterla creare è alla portata di tutti, come ad esempio la video-arte».
Quali sono gli artisti che la influenzano o nutrono?
«Un’artista alla quale mi sono sentita molto vicina, fu Georgia O’Keeffe. Ho trovato nella sua arte molte assonanze con il mio modo di vedere l’oggetto. Dipingeva fiori giganti facendoli diventare quasi dei quadri astratti. Cezanne lo amato per la sintesi della forma, Picasso per averla stravolta. Di Matisse amo la gioia di vivere, lo slancio vitale. Pensando ai più contemporanei penso a Gilardi, un grande artista torinese, scomparso recentemente, che ha sempre celebrato la Natura con grande maestria tecnica. Si è fatto promotore per la creazione del Pav di Torino, grande laboratorio di Arte e ricerca collegata ai temi della Natura. Recentemente sono stata affascinata dall’arte di Joseph Beuys, un artista che nel 1982 ha saputo creare vere e proprie azioni artistiche per sensibilizzare il pubblico sull’importanza della Natura piantando, a Kassel, 7.000 querce».
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