revelli di beaumont
Fiat 1500 6C del 1935, disegnata da Mario Revelli di Beaumont, nel riquadro. (Stellantis Heritage)

Quello di Mario Revelli di Beaumont è uno di quei nomi rimasti negli scaffali della Storia dove si sono persi per decenni, coperti dalla polvere di un tempo ormai lontano. Nato a Roma il 25 giugno 1907, Revelli proveniva da un’antica famiglia nobiliare piemontese. Suo padre, Bethel Abiel, era un ufficiale d’artiglieria e progettista di armi.

Mario avrebbe scelto un’altra strada, pur conservando quella curiosità per la meccanica che attraversava la storia familiare. Come gran parte dei rampolli dell’epoca frequenta una scuola militare. Nel suo caso, la Nunziatella di Napoli. Studia, certo. Ma i libri non bastano. I giorni sono scanditi da disciplina, senso del dovere e regole condivise. È qui che il ragazzo comincia a mettere le basi di ciò che sarà da uomo.

Revelli è un giovane curioso. Lo attirano i motori, le forme, la possibilità di trasformare un oggetto tecnico in qualcosa capace di suscitare emozioni. Vuole comprendere come funzionino le cose, quali limiti imponga la meccanica e in che modo si possa superarli attraverso il progetto. Applica nel suo lavoro ciò che aveva appreso a scuola: la medesima disciplina e il medesimo metodo.

Il suo talento non nasce semplicemente da un percorso scolastico. È un percorso, a tratti tortuoso, che si forma attraverso la passione per i motori, l’esperienza delle corse, il confronto con ingegneri e carrozzieri e, soprattutto, la capacità di trasformare un’intuizione in una soluzione concreta. Con suo fratello Gino, per esempio, progetta una motocicletta da competizione, la Gr 500, equipaggiata con un motore britannico Jap di 499 centimetri cubici.

Nel 1925 vince il Gran Premio delle Nazioni a Monza e si afferma nel motociclismo europeo. Una carriera promettente, interrotta a causa di un grave incidente che lo obbligò ad abbandonare le corse. Quella stagione, però, non è una parentesi inutile. Revelli impara a conoscere la meccanica non soltanto attraverso il disegno, ma anche attraverso il comportamento dinamico di un mezzo.

Alla fine degli anni Venti Torino è uno dei luoghi nei quali si sta costruendo il futuro dell’automobile. Le grandi case producono telai e meccaniche, mentre le carrozzerie indipendenti realizzano «abiti su misura» per una clientela che cercava esclusività.

Ed è proprio in questo mondo che Revelli trova la propria dimensione. Collabora con gli Stabilimenti Farina, con Ghia, Garavini e altri carrozzieri, imponendosi per la capacità di immaginare forme sportive ed eleganti senza perdere di vista le esigenze costruttive.

La sua peculiarità è anche professionale. In un settore nel quale il disegno è spesso legato direttamente alla singola carrozzeria, Revelli lavora come consulente indipendente, passando da un’impresa all’altra. Non è semplicemente un artista incaricato di abbellire un’automobile. È un progettista che cerca di intervenire sul rapporto tra forma, struttura e utilizzo.

Nel 1929 comincia a collaborare con Fiat, disegnando versioni sportive e di lusso per diversi modelli della gamma. Tra i risultati più significativi di quella stagione c’è la Fiat 525 SS, sviluppata con la carrozzeria Viotti.

Ma la sua ricerca non si esaurisce qui. Revelli guarda alle possibilità offerte dalle nuove tecniche costruttive e a un’idea di automobile nella quale la linea smetta di essere un semplice rivestimento della meccanica. La svolta arrivò con la Fiat 6C1500 nel 1935.

Quest’auto, infatti, rappresenta uno dei passaggi più importanti nell’affermazione delle forme aerodinamiche nell’industria automobilistica italiana. Il suo disegno abbandona parte della rigidità stilistica delle vetture precedenti per adottare volumi più fluidi, superfici raccordate e un’impostazione complessiva più moderna. In collaborazione con l’ingegnere Rodolfo Schaeffer, Revelli contribuisce a un progetto che non riguarda soltanto l’aspetto esteriore, ma anche l’architettura interna dell’abitacolo.

I sedili vengono collocati più in basso e la posizione di guida viene ripensata per migliorare il comfort e la facilità dei movimenti. L’abbassamento del baricentro contribuisce inoltre al comportamento dinamico della vettura.

Revelli intuisce presto che l’aerodinamica non può essere soltanto un esercizio di stile. Le sue ricerche proseguono negli anni Trenta con collaborazioni che coinvolgono Viotti, Bertone, Pinin Farina e Siata.

Le carrozzerie si fanno più avvolgenti, i frontali assumono profili ispirati alla prua delle imbarcazioni e le forme cominciano a esprimere visivamente l’idea di movimento anche quando l’automobile è ferma.

Non è, questa, una rivoluzione isolata: appartiene a una più ampia trasformazione internazionale, nella quale industria, velocità e modernità stavano ridefinendo l’estetica dei mezzi di trasporto. Ma questa è solo una parte della storia.

Perché il suo nome è legato anche a una serie di soluzioni tecniche che mostrano quanto fosse distante dalla figura dello stilista concentrato esclusivamente sull’apparenza. Revelli si occupa di anche di deflettori, tetti panoramici ed apribili, chiusure centralizzate, alzacristalli e sistemi di sicurezza.

Nel 1940 studia un volante ad assorbimento di energia, anticipando un tema destinato a diventare centrale nella progettazione automobilistica: proteggere il conducente significa intervenire sull’intero sistema di cui fa parte, non limitarsi a rendere più robusta la vettura. Poi dopo la guerra arriva il dopoguerra.

Con la creazione della Fiat 1100 Giardinetta del 1946 introduce per primo in Italia il concetto di veicolo multifunzionale. L’automobile non è più un simbolo di status, ma uno strumento capace di adattarsi alla vita quotidiana.

Poi arrivarono le collaborazioni con Simca, General Motors e Aermacchi. Auto e moto nella sua vita. Quelli che oggi vengono chiamati toys for boys. I giocattoli per ragazzi. Ma che sono una cosa estremamente seria.

E che per Revelli sono stati una passione diventata lavoro. Fino all’ultimo giorno della sua esistenza. Ancora oggi, a distanza di 41 anni dalla sua morte, sono presenti i segni delle idee di Revelli sulle automobili di serie prodotte nel mondo.

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