- Il marchio storico del made in Italy rischia di chiudere a causa del boom del caffè in capsule. Ne usiamo 7 miliardi l’anno, scaricate nell’ambiente.
- La Ue vieta le tazzine di plastica, ma sui filtri che alimentano il business di una multinazionale non dice nulla.
- Le auto diesel messe al bando, ma c’è il non trascurabile problema di non sapere come fare a smaltire le batterie.
Lo speciale contiene tre articoli.
Ero di corvée e ho dovuto ripassare con mia figlia – prima media di una statale niente male – i compiti di tecnologia. Tema: i rifiuti. Leggendo il libro mi sono accorto che ai ragazzini spieghiamo la raccolta differenziata, il riciclo, l’energia pulita. È una sorta di peana dell’ecologically correct, un inno ai buoni sentimenti di chi non sporca, smaltisce bene e un po’ di terrorismo psicologico sulle sciagure bibliche che attendono il pianeta se tu cittadino metti la plastica nell’umido. Della serie: paga la Tari che è giusto, fai risparmiare il Comune che poi a sprecare ci pensa lui. Non una parola sul modello di sviluppo consumistico, sull’attentato dell’usa e getta. Perché è la modernità che piace alla gauche caviar; ha consentito agli ecologisti di professione alla Al Gore, alla Clinton, alla Chicco Testa (si parva licet) di farsi belli e ricchi e di sentirsi pure onesti e non si può mettere in discussione.
Sono gli animatori di quel milieu, come George Soros, che tifa e sostiene l’immigrazione – o meglio la deportazione – poi però investono nelle miniere di Coltan in Africa dove gli indigeni lavorano come schiavi e che serve ad alimentare le batterie degli smartphone, ma anche della Tesla di Elon Musk salutato come il messia del modo pulito e poi sgamato a truccare le carte. La Tesla è la macchina elettrica del futuro, la supercar supposta pulita (tranne che nei conti) in forza della quale i diesel dovrebbero essere messi al rogo. Peccato che si sia scoperto che alla fine la trazione elettrica inquina di più di quella fossile e che ci sia quel piccolo problemino che non si sa come smaltire i pannelli fotovoltaici. Ma ormai abbiamo costruito un mondo dove non contano i dati di fatto, ma solo le apparenze e le appartenenze.
Ho spiegato a Carlotta come stanno le cose e mi ha sorpreso quando mi ha detto: «È per questo che tu insisti a fare il caffè con la moka?». Sì, Totta: è anche per questo. Così mi sono inventato il paradosso dell’Omino coi Baffi. Leggo che la Bialetti – uno dei marchi storici del made in Italy e che a suo modo firmò un’evoluzione tecnologica buona con la mutazione della caffettiera alla napoletana – ha i bilanci in profondissimo rosso. I certificatori non li hanno firmati, i debiti ammontano a 68 milioni e i ricavi del primo semestre sono scesi di un altro 12% poco sopra i 67 milioni. Di questo passo, dopo 85 anni la gloriosa azienda di Alfonso Bialetti – un emigrato italiano in Svizzera che lavorava in una fabbrica di alluminio e osservando la lavatrice della moglie ebbe l’intuizione della moka- rischia di chiudere. Ma a condannarla non è la mala gestio; no, a condannarla è la schizofrenia dei nostri giorni.
Sono state le cialde e le capsule a spazzarla via. In Italia il mercato del cosiddetto caffè porzionato è in incremento del 5% all’anno da dieci anni: nel 2017 abbiamo consumato 6,1 miliardi di queste confezioni di caffè con un fatturato pari a1,5 miliardi. Se ci aggiungiamo anche quelli dei distributori automatici ce ne sono altri 2,7 miliardi. Immettiamo nell’ambiente almeno 7 miliardi di capsule all’anno! E non conviene neppure. Un caffè fatto con la moka costa 12 centesimi, uno con la cialda che è biodegradabile ne costa 18, uno in capsula ne costa 41. A preferire le capsule sono i più giovani. Cioè quelli che come mia figlia stiamo educando al riciclo, al pianeta in emergenza se non lo rispettiamo. Ma le capsule del caffè non sono riciclabili. Quelle di plastica alimentano le cosiddette microplastiche, quelle in alluminio non sono recuperabili perché piene di caffè che se invece si fa con la moka diventa un ottimo fertilizzante.
Questo è il paradosso dell’Omino coi Baffi, era il cartone testimonial della Bialetti nonché logo dell’azienda che ripeteva: sembra facile un buon caffè. Un’azienda che produce consumi a bassissimo impatto – perché bisogna considerare anche che l’allumino delle caffettiere è tutto riciclato – viene espulsa dal mercato da chi in nome della modernità scarica sul pianeta i suoi profitti, nel momento in cui tutti strillano al disastro prossimo venturo. Senza considerare che per produrre una capsula serve tanta energia e anche per farsi il caffè. Mentre con la moka basta un filo di metano.
Ma nei libri di scuola non c’è scritto che la cultura dell’usa e getta è il primo nemico dell’ambiente. E non lo hanno scritto neppure nel rapporto sul clima pubblicato in questi giorni dove – i professionisti dell’ecologia – ci hanno spiegato che abbiamo perso circa il 60% della biodiversità, che i mari da qui al 2050 si alzeranno di 80 centimetri e c’è quasi 1 miliardo di persone a rischio inondazione, che il buco nell’ozono si fa sempre più grande e via con gli allarmi più catastrofici. Magari è pure tutto vero, perché i disastri di queste ultime ore ci fanno paura. E però di rasarsi dal barbiere nessuno ne ha voglia, di aspettare il tempo necessario per farsi un buon caffè nessuno ne ha più desiderio e anzi sei fuori moda se usi la moka, lavare piatti e bicchieri a mano sembra roba da trogloditi e la frenesia dei nostri giorni ci consegna alla partica del consumo senza freni.
È uno dei tanti paradossi della surmodernità, ma anche un modo per fregarci. Perché mentre fanno affari vendendoci l’usa e getta e convincendoci che così è cool, poi ci caricano di tasse per ripristinare l’ambiente e fanno altri affari per pulire a spese nostre dove hanno sporcato, com’è accaduto con le buste della verdura al supermercato. L’esempio lo dà l’Europa che mette al bando piatti, bicchieri e cannucce di plastica, ma ben si guarda dal toccare la filosofia dell’usa e getta perché vorrebbe dire ridare dignità agli artigiani, cambiare i modelli di sviluppo, magari rivedere anche le stime del Pil e scoprire che un paese come l’Italia è più competitivo della Cina. A Carlotta ho provato a spiegarlo e mi ha risposto: «Ora controllo se a mensa ci danno ancora i piatti di plastica o hanno avvolto la verdura nel cellophane, poi lo dico alla prof». Brava: così si fa. Anche se sul libro non c’è scritto.
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