L’inglese è diventato antico. Grazie all’IA agli studenti si insegna in lingua madre

Università di Firenze, dieci minuti di lezione in «urdu» a una dottoranda pachistana sull’elettromagnetismo. Crudeltà? No felicità. «Lei aveva le lacrime agli occhi perché sentiva parlare la lingua della sua mamma».
Nel raccontare l’aneddoto il professor Jacopo Parravicini si emoziona per avere toccato una delle corde più sacre e identitarie di una persona: la lingua madre. Lo ha fatto bypassando il piatto conformismo lessicale dell’inglese, lo ha fatto grazie all’Intelligenza artificiale in una delle sue applicazione più virtuose. È il dito che indica il futuro, è la rivoluzione gentile prospettata da due docenti per superare «uno scoglio che rischia di produrre un’internazionalizzazione cosmetica, dove l’inglese è l’etichetta per scalare i ranking ma compromette la formazione».
Jacopo Parravicini (fisico e ricercatore) e Marco Biffi (linguista e accademico della Crusca) adottano e vorrebbero ufficialmente implementare nell’ateneo fiorentino un metodo alternativo, geniale nella sua semplicità, a conferma che l’uovo di Colombo non è difficile farlo stare in piedi ma covarlo. Durante la lezione il prof parla in un microfono, l’IA traduce e lo studente collegato via app (costo 70 euro) ascolta tutto nella sua lingua, in meno di tre secondi e con le sfumature più sottili. Comprensione totale. Un salto di qualità che va a risolvere un problema poco pubblicizzato perché cardine del pensiero globalista: la fragilità dell’inglese planetario, la sciatteria indotta nell’imparare qualcosa (qualunque cosa) senza quelle meravigliose sfumature che solo la lingua dei padri, elaborata dalla storia e dalla cultura, sa restituire.
Oggi lo scenario è chiaro e quella della statistica è una sentenza. Secondo studi compiuti in Paesi ad alta competenza linguistica come Svezia e Olanda, i «non madrelingua» necessitano dal 51% al 91% del tempo in più per leggere e scrivere testi. In aula fanno il 40% in meno delle domande. E chi impara in lingua madre, nei test dà il 73% di risposte corrette in più rispetto a chi ha appreso l’inglese in corsi specializzati. Un abisso, quasi una discriminazione silenziosa accettata sull’altare dell’English medium instruction (Emi) che si adagia come zucchero a velo sulla fasulla narrazione del mondo senza differenze. Ora l’IA può rimettere le cose a posto passando al metodo Umnia, parola studiata dai due scienziati italiani, crasi di università e del termine latino omnia, tutte le cose.
«La Scienza moderna nasce con Galileo Galilei che scrive in italiano, eppure perfino a Firenze ci sono dieci corsi di laurea interamente in inglese», spiega Parravicini. «Oggi la lingua della Scienza è l’inglese, lo abbiamo accettato con fatalismo. Fra i docenti, anche chi ha una conoscenza molto buona, da un paio d’anni passa ogni frase attraverso l’IA per migliorare gli scritti. Noi pensiamo in un modo e ChatGpt o altri sistemi ci danno correzioni migliori, lo fanno anche francesi e tedeschi. A maggior ragione vale per gli studenti, questa applicazione può davvero migliorare il valore di ciò che si spiega e di ciò che si comprende. Bisogna uscire dall’automatismo pigro internazionale=inglese».
Vent’anni fa si è deciso per conformismo di sacrificare l’efficienza sull’altare dell’internazionalizzazione, creando quello che viene definito «carico cognitivo». Parravicini lo spiega con una metafora da trekking. «È come fare una corsa in salita con uno zaino pesante sulle spalle. Se ti alleni fortifichi i muscoli, ma per quanto ti alleni le tue performance saranno sempre inferiori a quelle di chi non ha lo zaino sulla schiena. Il carico non è azzerabile a livello cognitivo profondo, quello della lingua madre. E la fatica mentale sarà sempre superiore a quella di chi riceve nozioni, esempi, approfondimenti in lingua madre».
Gli stessi insegnanti sostengono che non basta esprimersi in una lingua straniera per migliorarla. Entra in scena il fenomeno della «fossilizzazione»; non si impara perché non serve sapere di più. Così il cambio di passo diventa mondiale. All’Università di Stanford, dove gli asiatici sono una moltitudine, si sono accorti che le lezioni di robotica di un professore texano in slang sarebbero poco comprensibili per uno studente di Boston, figuriamoci per un giapponese o un filippino. Così gli studenti già usano i sottotitoli sul parlato dei prof, adattando uno strumento inventato per i disabili.
Secondo Parravicini e Biffi è necessario uscire dal compromesso al ribasso, incamminarsi sul miglioramento in tutti i sensi. E non sono soli. Al Politecnico di Karlsruhe, uno dei migliori d’Europa (dove studiò Karl Benz, l’inventore dell’automobile), da anni trattano 50 lingue europee in tempo reale. Il laboratorio di Data science è diretto dal luminare Andreas Wagner, gli studi del quale sono ritenuti decisivi anche da papa Leone XIV, che ha dedicato agli sviluppi dell’IA parte dell’enciclica «Magnifica humanitas».
Per ora il progetto pilota fiorentino viene sviluppato in conferenze, seminari, sistema museale; poi dovrebbe essere allargato ad alcuni singoli corsi universitari. La rettrice dell’ateneo, l’ingegnere Alessandra Petrucci, ci crede. Altri, più impermeabili al cambiamento, no. A settembre è previsto un Congresso nazionale di Fisica per dare un perimetro giuridico all’Umnia. Rassicura Parravicini: «Non pensiamo di sostituire nulla, come una videoconferenza non sostituisce una telefonata. Vogliamo semplicemente allargare gli orizzonti con l’IA». E tornare a dare un senso alla meravigliosa complessità del mondo.






