Renzi spadroneggia perché il governo è incapace

L’altra sera in tv, nel programma di Barbara Palombelli, mi è capitato di discutere della situazione politica con l’ex presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini. Richiesto dalla conduttrice di un commento sulla verifica all’interno della maggioranza, ho detto quella che mi pareva un’ovvietà e cioè che mi ricordava il rito della Prima Repubblica, quando al governo c’era il pentapartito e tutti quanti litigavano per le poltrone. Il fondatore dell’Udc, memore del tempo trascorso al fianco di Arnaldo Forlani, deve aver giudicato le mie parole più o meno come una bestemmia in chiesa, risentendosi per l’accostamento e ritenendosi in dovere di difendere il passato.

Casini è certo più esperto di me in fatto di Prima e Seconda Repubblica, in quanto siede in Parlamento dal secolo scorso, anzi – come ho detto in trasmissione – dallo scorso millennio. E se in principio mi sono divertito per la leggera irritazione mostrata in tv, a distanza di un paio di giorni gli devo dare ragione: mettere sullo stesso piano le liti del Caf (Craxi, Andreotti, Forlani) con quelle del Crz (che non è una parolaccia come qualche malizioso potrebbe pensare, ma solo l’acronimo di Conte, Renzi e Zingaretti) in effetti è sbagliato. E non tanto perché con il passare degli anni si scoloriscono i ricordi e dunque ciò che ieri sembrava insopportabile ora pare tollerabile. Quanto perché se uno legge nei dettagli ciò che gli attuali leader di governo pasticciano, è costretto a rivalutare i ministri del sesto esecutivo guidato da Giulio Andreotti. All’epoca, l’unico Conte noto alle cronache era Carmelo, ministro senza portafoglio con delega ai problemi delle aree urbane. Poi seguivano Gianni De Michelis agli Esteri, Giuliano Vassalli alla Giustizia, Guido Carli al Tesoro, Rino Formica alle Finanze, Mino Martinazzoli alla Difesa, Sergio Mattarella alla Pubblica istruzione. L’elenco potrebbe continuare, ma credo che il paragone tra i ministri di trent’anni fa e quelli attuali sia già improponibile. Soprattutto alla luce di ciò che leggiamo in questi giorni. Ieri, per esempio, ci è capitata sotto gli occhi la ricostruzione, virgolettato per virgolettato, dell’incontro tra Giuseppe Conte e la delegazione di Italia viva. A proporla è stato il Corriere della Sera, testata secondo cui il presidente del Consiglio nemmeno saprebbe che cosa il governo da lui guidato manda in Parlamento. Sì, durante la riunione con Maria Elena Boschi e il ministro Teresa Bellanova, il premier avrebbe negato di aver spedito alle Camere un emendamento alla manovra, sostenendo che ciò che era scritto all’articolo 184 della legge di bilancio «era un fraintendimento». Conte avrebbe giurato che l’emendamento, cioè un testo scritto e consegnato al Parlamento, «non era un emendamento». Per convincerlo che era inutile negare l’evidenza, pare siano serviti gli interventi dei ministri Roberto Gualtieri e Riccardo Fraccaro, i quali alla fine hanno dovuto ammettere che in effetti l’emendamento era un emendamento.

La scena surreale di un premier che nega ciò che è scritto nero su bianco lascia già basiti, ma nel prosieguo c’è di meglio. Nel senso che a un certo punto la delegazione di Italia viva ha criticato un’altra norma della legge. All’appunto il ministro dell’Economia avrebbe replicato chiedendo conferma a Boschi e Bellanova: «Ma veramente? Io non l’ho letto». La collega dell’Agricoltura, a questo punto, avrebbe pizzicato il collega dell’Economia, in un surreale gioco delle parti: «Complimenti, non lo hai nemmeno letto». A questo punto Gualtieri si sarebbe rivolto all’altro ministro presente, ovvero Enzo Amendola, e come uno studente scoperto a non aver fatto i compiti a casa, avrebbe chiesto: «Tu hai questo testo?». Il ministro per gli Affari europei, invece di reggere il gioco, avrebbe fatto come il primo della classe che si rifiuta di suggerire al compagno impreparato, ribattendo con un lapidario «Guarda che lo hai anche tu».

Il Corriere ha registrato anche altre battute fra signori che dovrebbero giocare nella stessa squadra e che anzi dovrebbero licenziare insieme la legge di Bilancio, ma non è mia intenzione infierire ulteriormente. Basta lo scambio riportato, per capire che a Palazzo Chigi abbiamo un presidente del Consiglio che, pur dotato di una laurea in giurisprudenza e di una docenza, non sa distinguere un emendamento da un fraintendimento. E abbiamo un ministro dell’Economia che fa le manovre, ma prima di inviarle in Parlamento non si degna di leggerle. Tutto ciò mentre il Paese fronteggia una pandemia che ha già provocato più di 70.000 morti e sta costringendo migliaia di aziende a chiudere, con ricadute devastanti sui posti di lavoro e sull’economia. Sì, mi duole dirlo, ma ha ragione Casini: paragonare il Crz (forse sarebbe meglio scrivere Caz, e spero che Gesù Bambino mi perdoni la volgarità) al Caf è proprio una bestemmia. Almeno quelli di trent’anni fa le leggi le sapevano scrivere, questi no.

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