Se «Report» è la notizia allora evviva la censura
Ansa

Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola si sentivano ogni giorno, ma questo stupisce solo gli sprovveduti che non sono avvezzi alle cose di mondo, perché, come ha spiegato lo stesso conduttore di Report, lui il pregiudicato trasformatosi in locandiere lo chiamava spesso perché era una sua fonte. Che poi queste telefonate fossero diventate una specie di telefono azzurro, anzi rosso, con dentro confidenze e dritte, sondaggi in vista di una discesa in campo e consigli per far fruttare gli investimenti in Africa, è un dettaglio.

Che però illumina, meglio di qualsiasi commento, l’incontro fra il mondo di sopra e quello di sotto che, come ai tempi di Mafia capitale, tutto tiene e tutto confonde, mischiando fritturine di paranza con la cottura a fuoco lento di qualche potente.

Tuttavia, in questa «triste storia» (copyright Repubblica), più che la frequentazione fra il cronista tutto d’un pezzo e il faccendiere tutto d’un prezzo (copyright Corriere della Sera) a colpire è il comunicato diffuso l’altro giorno dalla redazione del programma di Rai tre. Per bocca del loro legale, i segugi sempre a caccia di fonti riservate denunciano l’uso delle fonti riservate.

Un paradosso che si spiega semplicemente con il fatto che questa volta la notizia sono loro. O, meglio, il loro programma. Il loro conduttore. E la loro «gola profonda».

Che incidentalmente, oltre ad avere un curriculum non proprio limpido, è ora accusato di essere il mandante di un attentato. Una bomba messa non per fare secco Ranucci («Sono convinto che Valter non voleva far del male a me o alla mia famiglia», ha dichiarato a caldo il conduttore), ma a fin di bene. Non si capisce ancora se per lanciare la carriera politica del tribuno di Report o una puntata del programma.

Sta di fatto che adesso non c’è giornalista che non stia lavorando al caso, per scoprire i segreti dei due amiconi, i quali da compagni di merende si ritrovano compagni di guai: uno indagato, l’altro azzoppato. E questo ai giornalisti di Report non piace. Che si scandagli negli atti dell’inchiesta, rivelando segreti che vorrebbero gelosamente custoditi negli uffici della Procura, disturba.

Per anni Ranucci e compagni hanno costruito il loro successo sulle soffiate giudiziarie, mandando in onda sussurri e grida senza guardare in faccia a nessuno. Le interviste rubate, le telefonate carpite anche quando erano privatissime tra marito e moglie, sono state carburante per aumentare l’audience. Ma adesso che la questione li riguarda, i giornalisti del programma di mozzaorecchi invocano il silenzio stampa.

Da Mani pulite in poi non c’è stato interrogatorio o brogliaccio delle intercettazioni che sia rimasto riservato, ma i colleghi di Report ora che tocca a loro si scandalizzano e denunciano la fuga di notizie che li riguarda. La Verità e Domani sono entrati in possesso di atti coperti da segreto istruttorio. Orrore: si persegua immediatamente chi si è reso complice della diffusione delle notizie. Certo, sono lontani i tempi in cui i giornalisti scendevano in piazza al grido di «intercettateci tutti», difendendo la libertà di origliare. Chi non ha nulla da nascondere, dicevano, non ha nulla da temere. E chi vuole impedire la pubblicazione degli atti di un’inchiesta vuole limitare la libertà di stampa e il diritto dell’opinione pubblica di conoscere la verità. No, oggi, Ranucci e compagni invocano la privacy. Che poi a richiederla, mentre sono oggetto di un’inchiesta, siano gli stessi che hanno fatto a pezzi il Garante della privacy, colpevole di averli sanzionati, è solo un altro aspetto del paradosso di questa triste storia.

La verità è che a danneggiare la reputazione di Report non sono i nostri articoli, ma chi ha aperto la porta a Lavitola. Chi, oltre che col faccendiere, celebrava i suoi successi con le stagiste. E chi oggi, dopo essersi per anni proclamato vittima della censura, invoca la censura nascondendosi dietro al segreto istruttorio. La vita è piena di sorprese. Il caso Lavitola molto di più.

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