La Corte dei conti dovrebbe vigilare per impedire lo spreco di denaro pubblico, ma invece di essere il baluardo della buona amministrazione è diventata essa stessa il simbolo di come in Italia si buttano i soldi dei contribuenti. Bastano pochi numeri per capirlo. Le 26 sezioni giurisdizionali (ne esiste una in ogni regione, più quattro di appello e una sezione riunita) producono in media poco più di due sentenze al mese in materia di conti.
Va meglio quando si parla di materia pensionistica, dove la produttività sfiora i 19 verdetti al mese. Ma se si guarda al numero di udienze e di pronunciamenti, la media degli ultimi cinque anni si attesta a 0,40 per ciò che riguarda i conti e a 3,46 per ciò che attiene alle pensioni. In altre parole, i giudici contabili non emettono neppure una sentenza al mese contro gli amministratori che hanno fatto un cattivo uso di soldi pubblici. Risultati poco entusiasmanti anche sul fronte del recupero delle somme «sprecate», che la magistratura dovrebbe riuscire a restituire allo Stato e agli enti locali non solo per limitare i danni alle finanze nazionali, ma anche per giustificare la sua stessa esistenza. Infatti, considerando gli anni dal 2019 a oggi, la media delle somme versate nelle casse pubbliche dopo una condanna della Corte dei conti è pari al 7 per cento: non proprio un successone.
Sarà per questo che i 140 giudici della Corte dei conti sono in allarme? Perché si rendono conto che l’azione della magistratura contabile non è un argine allo spreco di denaro pubblico? No, i giudici della spesa sono semplicemente preoccupati che si tagli la loro e dunque scalpitano. Infatti, nonostante le percentuali omeopatiche in materia di sentenze e sebbene il recupero delle somme spese da Stato e amministrazioni pubbliche sia minimo, le toghe contabili non vogliono che siano accorpate le 26 giurisdizioni in cui sono divise. Ad agitare i revisori di bilanci statali, regionali e comunali è una proposta di legge che alcuni esponenti della maggioranza hanno depositato mesi fa alla Camera e la cui discussione è calendarizzata per fine mese. In pratica, l’onorevole Tommaso Foti insieme con altri deputati di Fratelli d’Italia, tra cui Sara Kelany, propongono di ridurre a 6 le 21 sedi regionali della Corte dei conti, in modo da evitare che i collegi di alcune regioni restino a girarsi i pollici per carenza di indagini o sentenze, mentre altri non abbiano il personale sufficiente per far fronte ai fascicoli d’inchiesta aperti. Già, perché ci sono amministrazioni, per esempio in Campania o nel Lazio, che forniscono molto lavoro ai giudici contabili e altre, come quelle della Valle D’Aosta, del Friuli Venezia Giulia o del Trentino Alto Adige, dove c’è poco da indagare e ancor meno da sentenziare. Insomma, si tratta di una miglior redistribuzione del lavoro e di una più efficiente organizzazione del personale. Ma alle toghe contabili tutto ciò non piace e al pari della magistratura ordinaria strillano contro un presunto tentativo di minarne l’indipendenza. Guido Carlino, che da quattro anni presiede la Corte dei conti, ha concesso addirittura un’intervista al Corriere per denunciare una manovra che «indebolirebbe la funzione svolta dalla magistratura contabile a garanzia della legittimità dell’azione amministrativa». Per il numero uno delle toghe con la calcolatrice, la lotta agli sprechi diventerebbe più difficile, con meno controlli e con un tetto alle sanzioni. Già, perché un’altra delle novità previste dalla proposta di legge è un limite ai rimborsi nei confronti di funzionari e pubblici amministratori. Fra le richieste che la Corte dei conti presenta a chi è accusato di aver arrecato danno all’amministrazione e le somme effettivamente incassate, come detto, c’è un abisso. Dunque, è la proposta, adeguiamole, anche per evitare che i rischi di danno erariale diventino potenzialmente un ostacolo insormontabile per chi non voglia sottoscrivere un atto amministrativo nel timore di vedere in futuro reclamare somme che non potrà mai pagare. Per Carlino, con la nuova legge verrebbe meno la funzione deterrente delle toghe contabili e a pagare sarebbero i cittadini, perché laddove il danno non trovi rimborso, lo Stato – ammonisce il presidente della Corte – si rivarrà sui contribuenti. Cosa vera in teoria, perché già ora lo Stato si rifà su chi paga le tasse, visto, come dimostrano i dati, che la Corte, oltre ad avere un tasso di produttività pari allo zero virgola, è anche incapace di stanare il debitore e costringerlo a pagare. Con il risultato che tanto sforzo per tenere in ordine i conti si trasforma in un aggravio degli stessi conti, perché le 26 giurisdizioni e i 140 magistrati alla fine non sono gratis.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >