Però nessuno parla più dei Benetton, i responsabili morali
Ponte Morandi (Ansa)

Sembra di essere tornati a otto anni fa. Quando tutti parlavano del Ponte Morandi, ma nessuno osava pronunciare il nome Benetton. Ieri c’è stata la sentenza: 12 anni di carcere, in primo grado, a Giovanni Castellucci, ex manager di Autostrade. Altri 31 condannati, fra di loro diversi dirigenti di Autostrade. Nel frattempo alle vittime è arrivata (dopo otto anni, alla buon’ora) una lettera di scuse, firmata dai nuovi responsabili di Autostrade.

«Siamo sbigottiti», hanno detto i parenti delle vittime. E tutti hanno commentato: ovvio: le scuse le dovevano fare otto anni fa i responsabili di Autostrade. Autostrade di qui, Autostrade di là. Nessuno che ricordi di chi erano otto anni fa le Autostrade. Nessuno che ricordi chi era che aveva nominato Giovanni Castellucci ad di Autostrade. Nessuno che ricordi chi era che controllava Autostrade quando il ponte crollò. Il nome dei Benetton è sparito un’altra volta. C’è una macchia nera sulla storia degli United Colors. Ma è come se tutti la volessero cancellare.

È chiaro: le responsabilità penali sono personali e nessuno dei Benetton è stato indagato. Quindi non c’entrano con il processo. Ma almeno con le scuse sì. Con la memoria pure. Nessuno può dimenticare che in quelle drammatiche ore del crollo, anziché chiedere scusa, la famiglia di Treviso festeggiava il Ferragosto con una grigliata a Cortina. Nessuno può dimenticare che le prime comunicazioni dell’azienda trattavano la tragedia come fosse un ordinario problema di viabilità. Nessuno può dimenticare il prolungato silenzio della famiglia, la reazione glaciale, la mancanza di ogni umanità per le vittime. I Benetton scrissero una lettera al Corriere della Sera per spiegare la loro posizione solo il 1° dicembre 2019, un anno, tre mesi e 16 giorni dopo il crollo. E lo fecero per dire che loro non c’entravano nulla e che si sentivano «parte lesa». Proprio così: parte lesa. «C’è poco da fare, è la prova di inettitudine certificata», commentò uno dei loro dirigenti, Gianni Mion, in una telefonata finita agli atti della Procura di Genova. E aggiunse, riferendosi a Luciano Benetton: «Non c’entri un cazzo perché non capisci niente».

Lo ripetiamo: i Benetton non hanno responsabilità penali. È pacifico. Non c’entrano col processo. Ma davvero possono dire di non c’entrare nulla con le Autostrade? E con la loro pessima gestione? Fra il 1982 e il 1999, cioè fino a quando il viadotto del Ponte Morandi era gestito dallo Stato, venivano spesi per la manutenzione 24 milioni, cioè circa 3.700 euro al giorno. Dal 1999, quando la società è stata privatizzata e la gestione è passata nelle mani dei Benetton, sono stati spesi 488.000 euro, cioè circa 70 euro al giorno. Cinquanta volte di meno. Se uno spende 50 volte di meno per la manutenzione poi è ovvio che i viadotti sono a rischio. E perché le manutenzioni non venivano fatte, neppure quando la sicurezza era chiaramente a rischio, neppure quando i tecnici dicevano «i cavi sono corrosi», neppure quando i tronchi dell’autostrada risultavano «incollati con il Vinavil»? Per ridurre i costi, ovvio. E aumentare i guadagni. E a chi sono andati i guadagni in tutti quegli anni? Lo dicono i dirigenti, intercettati dalla Procura durante l’inchiesta: si riducevano gli interventi di manutenzione e i controlli perché così «si distribuivano più utili e la famiglia Benetton era contenta».

Ecco: la famiglia Benetton era contenta di essere accostata alle Autostrade quando produceva utili. Poi quando le Autostrade hanno prodotto una tragedia, hanno preferito eclissarsi. Sparire. Far finta di nulla con la complicità dell’intero sistema informativo italiano che per non mettersi contro una delle famiglie più ricche, più potenti, più capaci di spendere soldi in pubblicità, fin dall’inizio ha fatto finta che i Benetton non esistessero. E ora continua a far finta che non c’entrino nulla con Autostrade. Autostrade chi? Loro hanno solo guadagnato per anni, e hanno continuato a guadagnare anche dopo la tragedia. Dal 2018, anno del crollo, fino al 2023, i Benetton hanno incassato altri 450 milioni di utili. Poi hanno venduto e hanno portato a casa dallo Stato altri 8 miliardi. «Ma perché ce l’hanno con noi? Mica abbiamo fatto niente», diceva al telefono Franca, la figlia di Giuliana Benetton. E il manager commentava: «No, dico, vi siete solo arricchiti». E poi chiosava: «Vuole solo i dividendi. Non si rende conto».

Non si rendevano conto, ecco. Come l’intellettuale di corte, Oliviero Toscani che chiedeva. «Ma a chi volete che interessi se casca un ponte?». Già: a chi volete che interessi, a parte i parenti delle 43 vittime? A parte a un’intera città sconvolta? A parte a un intero Paese choccato? Però è paradossale. La famiglia che ha costruito un impero sulla comunicazione, non ha saputo dire una parola davanti a 43 morti. La famiglia che ha costruito la sua immagine sulla solidarietà non ha saputo mostrare un po’ di umanità di fronte alla tragedia. I Benetton ci hanno riempito per anni di pubblicità all’insegna dei buoni sentimenti, mani che si stringono, bianchi e neri che si abbracciano, il valore dell’impegno sociale, poi si sono fatti sorprendere a fare le grigliate a Cortina mentre c’erano ancora i cadaveri caldi sotto il ponte. E questa responsabilità che non è penale ma morale, questa incapacità di rendersi conto, di chiedere scusa, di affrontare la tragedia, di dimostrarsi all’altezza del loro splendore e dei loro spot, forse qualcuno, ogni tanto, dovrebbe ricordarla quando si torna a parlare del Ponte Morandi. Invece, nulla. Il nome dei Benetton, ogni volta, sparisce. Si dissolve. Si autocancella. «Sono indegni: vogliono solo i soldi e pensano ai cazzi loro», dicevano i loro manager. Il problema è che, chissà perché, tutti glielo lasciano fare.

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