Elly Schlein e Giuseppe Conte dicono che, dopo la bocciatura dell’emendamento che avrebbe introdotto il voto con le preferenze, Giorgia Meloni deve dimettersi. Matteo Renzi indica anche la data delle prossime elezioni: se il presidente del Consiglio gettasse la spugna, ci si potrebbe recare ai seggi a fine settembre, come accadde quattro anni fa.
All’epoca, dopo due esecutivi a guida Conte e uno affidato alle cure (in tutti i sensi, visto che eravamo ancora in pieno Covid) di Mario Draghi, vinse il centrodestra. Ma questa volta la sinistra è convinta di potersi prendere la rivincita e perciò, apparentemente, preme per le urne. In realtà, l’appello per il voto lanciato dai compagni è una trappola, che non punta ad avvicinare le elezioni ma ad allontanarle, distanziando però il più possibile Meloni da Palazzo Chigi.
Mi spiego. Schlein e l’armata Brancaleone che le sta intorno sanno benissimo che se si votasse nei prossimi mesi non avrebbero scampo. Ancora non sono riusciti a trovare l’accordo su chi dovrebbe fare il premier, mentre per quanto riguarda il programma sono in alto mare. Tra patrimoniali, aiuti all’Ucraina e spesa per la Difesa, Pd, Avs e 5 stelle non riescono a raggiungere un punto in comune. Dunque, sarebbero costretti a una campagna politica allo sbando, con poche probabilità di successo. Visto che non sono d’accordo su niente, perché quindi invocano le elezioni? Le chiedono nella speranza che Meloni ci caschi e, presa dallo sconforto dopo l’imboscata di una trentina o forse più di franchi tiratori, salga al Colle per dimettersi.
Come si sa, il presidente del Consiglio non è una persona che si lascia rosolare a fuoco lento, per di più ha un carattere fumantino, e dunque la sinistra la stuzzica sperando che abbocchi all’amo, decidendo di dimettersi per andare alla resa dei conti con i traditori e anche con l’opposizione. Tuttavia, dubito che Giorgia Meloni cederà alle lusinghe dei compagni e se per caso avesse qualche intenzione sono pronto a dissuaderla. Infatti, c’è un argomento decisivo che sconsiglia di accogliere la richiesta che viene da Renzi e dall’opposizione: le elezioni non le decide il capo del governo ma quello dello Stato. È Mattarella ad avere il potere di sciogliere le Camere, non certo Meloni. Perciò, se il premier mollasse, convinto di andare alle urne, il presidente della Repubblica invece di fissare la data per le elezioni potrebbe decidere di affidare l’incarico a qualcun altro, trovando una nuova maggioranza. Del resto, non è quello che è successo più volte in passato? Nel 2016 al governo c’era Renzi, il quale si dimise pensando che il capo dello Stato, che lui aveva contribuito a eleggere, gli avrebbe concesso subito le urne. Invece, Mattarella incaricò Paolo Gentiloni e non per gli affari ordinari, ma con i pieni poteri di un premier. Come sia finita si sa. Poi, sempre Renzi, nel 2019, fu protagonista di un altro straordinario voltafaccia. Infatti, prima giurò che mai lui e il Pd si sarebbero alleati con i 5 stelle, provando a restare incollato alla poltrona di segretario del Partito democratico con la scusa di voler vigilare e impedire alleanze con i grillini. Poi, con una straordinaria capriola, nell’agosto del 2019, pur di evitare le elezioni, propose proprio un governo fra 5 stelle e sinistra, con Giuseppe Conte ancora premier.
La storia da allora ci induce a diffidare delle proposte del Bullo, perché nascondono sempre fregature. Chi assicura che, se Meloni si dimettesse, si voterebbe? Nessuno. Chi garantisce che la sinistra, mentre chiede il voto, sotto sotto non ne sia terrorizzata perché impreparata? Ancora nessuno. Chi può giurare che pezzi dell’attuale maggioranza, pur di proseguire la legislatura, non si preparino al salto della quaglia? La risposta è identica alle precedenti. E, come nel passato, sarebbero pronte grandi manovre e altrettanto grandi ammucchiate. Le formule sono le solite. Governo del presidente, esecutivo di unità nazionale, gabinetto di scopo per far fronte a un’emergenza (di questi nostri tempi un’emergenza la si trova si sempre). In due parole, la formula che si vorrebbe provare è quella di un’alleanza contro natura, con soli due obiettivi: rinviare il voto per dare tempo alla sinistra di apparecchiare una candidatura e un programma, allontanare Meloni da Palazzo Chigi per disgregarne il potere ed evitare che gestisca il voto.
La trappola è talmente evidente che, se fossi il premier, le elezioni sarebbero l’ultima cosa a cui penserei.
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