Prima di decidere Giorgia Meloni aspetti programma e ministri

Ho molta stima di Giorgia Meloni. È una donna che si è fatta da sé, senza mettersi al servizio di nessuno, se non della coppia per cui, in gioventù, fece la baby-sitter allo scopo di mantenersi. Da sola è cresciuta in un partito che aveva il culto del maschio e della forza, e tuttavia piano piano ha conquistato un proprio spazio e che spazio.

Con coraggio, nel 2012 ha gettato alle ortiche un posto sicuro in Forza Italia per dare vita a Fratelli d’Italia, ossia a un gruppo che sembrava un’associazione di nostalgici decisi a riaccendere la fiamma del Msi. A distanza di anni, lei non soltanto è la padrona incontrastata del partito, ma i consensi sono lievitati dall’iniziale 4 per cento al 16 e oggi, secondo i sondaggisti, il movimento di cui è presidente è davanti a quello fondato da Beppe Grillo e se la gioca con il Pd. Chapeau. A un tipo del genere che si può dire, se non farle i complimenti?

Tuttavia, nonostante nessuna persona in buona fede possa disconoscere i meriti e l’abilità di Giorgia Meloni, con la massima umiltà di povero osservatore di cose politiche, mi permetto di dire alla leader di Fratelli d’Italia che su Draghi sta sbagliando. Non tanto perché oggi tutti debbano inchinarsi all’autorevolezza dell’ex governatore della Bce quasi fosse il messia. Il presidente incaricato godeva e gode di ottima stampa, forse troppa, e nei suoi panni diffideremmo dei laudatores. Non solo perché sono gli stessi che fino a ieri scorgevano in Giuseppe Conte i tratti dello statista insostituibile, ma perché a essere avvolti nella saliva si rischia di scivolare e dunque i bavosi è preferibile tenerli a distanza. No, se sostengo che Giorgia sbagli a decidere di non dare la fiducia a Draghi è perché penso che dichiararsi disponibile a un governo nell’interesse del Paese, in questo momento sia la cosa giusta da fare.

Intendiamoci, anche a me non piacciono le ammucchiate e dunque non penso che sia possibile fare un governo con tutti dentro, cioè con un ministro della Sanità di Leu, uno dei rapporti con il Parlamento della Lega, un altro che si occupa dell’Europa di Forza Italia, per poi lasciare la Famiglia ai 5 stelle, l’Economia a un teorico del marxismo, i Trasporti a Italia viva e l’Istruzione a Fratelli d’Italia. No, così come non mi piacciono le famiglie arcobaleno, dove non si capisce chi fa il padre, chi la madre e chi tutti e due, figurarsi se posso digerire un governo arcobaleno. No, io non credo all’esecutivo con tutti dentro, ognuno con un pezzetto di strapuntino per poter soddisfare l’ego dei propri capicorrente. Se questo è il futuro del governo Draghi, cioè un’insalata russa di mille colori, Giorgia fa bene a restarne alla larga e se fossi Salvini e Berlusconi farei altrettanto, preferendo suggerire – come fa in queste pagine Marcello Veneziani – un esecutivo composto unicamente da tecnici.

Io non voglio che Fratelli d’Italia si arruoli in un’armata Brancaleone che va in soccorso del vincitore. Io vorrei che Giorgia Meloni, dopo essersi seduta davanti a Draghi, dichiarasse la propria disponibilità ad ascoltare il programma di governo e la lista dei ministri che l’ex governatore presenterà al Parlamento.

Capisco che lei, come Salvini e Berlusconi, avrebbe preferito le elezioni a un governo del presidente. Io stesso ho indicato la restituzione della parola al popolo sovrano come la via maestra per uscire dalla crisi. Ma, ahinoi, Sergio Mattarella agli italiani non intende concedere il diritto di voto, adducendo obiezioni insignificanti, come il rischio di una ripresa della pandemia qualora ci si recasse ai seggi. Dunque, che si fa? Si continua a chiedere le elezioni ben sapendo che non ci saranno? Si va avanti per la propria strada lasciando che Draghi sia schiacciato a sinistra e diventi la ciliegina di una torta cucinata dai compagni? Oppure si prova a cercare di cambiare gli ingredienti e vedere se il dolce viene un po’ meno nauseante di quello preparato da Pd e grillini?

Io sono per questa seconda ipotesi. O per lo meno: sono per andare a vedere il gioco di Draghi e di chi – a parole – è disposto a sostenerlo. Provate a immaginare se il centrodestra unito avesse detto all’ex presidente della Bce: ok, noi ci siamo. Non per fare la patrimoniale, il reddito di cittadinanza e le altre stupidaggini che insegue la sinistra. Ci siamo per fare ciò che serve al Paese. I grillini e i piddini avrebbero storto il naso dicendo: mai con i fascisti di Fratelli d’Italia? Bene, li vorrei vedere. Meloni e i suoi sono pronti a dare una mano al Paese e loro, in un momento di emergenza, la rifiutano? Affari loro: ne risponderanno agli italiani.

Immagino le obiezioni: ma se i pentastellati, per paura di andare al voto, dicessero di sì, che si fa? L’ammucchiata? Ovvio che no. Se alla fine, davanti al programma e alla lista dei ministri ci si fosse accorti che il governo pendeva a sinistra, Giorgia avrebbe sempre potuto alzarsi e dire: scusate, ma la combriccola di compagni non fa per noi. Tradotto: Fratelli d’Italia, dopo aver dato la propria disponibilità a sostenere Draghi, potrebbe sempre ritirarla, sulla base però non di un pregiudizio, ma di un giudizio. Perché i ripensamenti, soprattutto se motivati, sono sempre possibili. Anzi, a rifletterci bene, è anche possibile che nella prossima settimana, quando ci sarà da ascoltare il discorso di insediamento dell’ex governatore, la Meloni si ricreda. Difficile che accada, ma io lo spero. Anche solo per vedere la faccia di Zingaretti, Di Battista e compagnia sprecando.

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