I condannati votano No
Piercamillo Davigo (Imagoeconomica)

È finita e finalmente si vota. Una campagna referendaria tra le più brutte e menzognere della storia. Dove invece che del merito, ovvero della riforma della giustizia, si è discusso di tutt’altro, con un processo alle intenzioni più che alle decisioni, e soprattutto con la volontà di colpire il governo più che migliorare l’efficienza di Procure e tribunali. A simboleggiare la conclusione dello scontro, il dibattito a Milano fra due ex magistrati: Piercamillo Davigo e Antonio Rinaudo, il primo a favore del No alla legge voluta dal governo, il secondo sostenitore del Sì.


Quest’ultimo ha alle spalle una lunga carriera da pubblico ministero e, per ricordare le principali inchieste, è sufficiente citare le indagini sul movimento No Tav e quelle sulla tragedia di piazza San Carlo, a Torino, dove morirono tre persone e 1.600 rimasero ferite. Oltre a questo di lui si sa poco, ma del suo avversario invece si sa molto, perché per oltre 30 anni ha incarnato l’immagine di un giustizialismo senza confini e, talvolta, anche senza ragioni. Piercavillo, così lo soprannominarono i cronisti nell’epoca di Tangentopoli, era uno dei quattro moschettieri di Mani Pulite che si opposero al decreto Biondi: Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Francesco Greco e lui. Tutti uniti contro la limitazione della carcerazione preventiva. A Davigo il Pool aveva affidato il compito di trovare la formulazione corretta per motivare le imputazioni da rivolgere agli indagati. E di questo suo ruolo di fine accusatore, l’ex pm per anni si è fatto vanto, diventando un testimonial delle Procure in molti talk show. Un eloquio da giurista e uno sproloquio da novello Torquemada.

Restano famose alcune sue frasi. La più celebre è la promessa che pronunciò all’inizio dell’inchiesta milanese: «Rivolteremo l’Italia come un calzino». E che cosa intendesse con quel proponimento lo si capì dopo poco, quando aggiunse: «Non esistono innocenti, esistono solo colpevoli non ancora scoperti». Le massime di Davigo pronunciate in maniera perentoria davanti alle telecamere erano sentenze inappellabili: «Non abbiamo eliminato la corruzione», disse qualche anno dopo: «abbiamo solo selezionato la specie». E tanto per far capire come fosse cambiato il Paese, aggiunse: «I politici non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi». E a proposito dell’immagine da lui percepita dell’Italia, spiegò: «Non ci sono troppi prigionieri, ci sono troppo poche prigioni». Insomma, più che una Repubblica fondata sul lavoro, una nazione che si regge sul furto, sull’abuso e la corruzione.

In questo furore giustizialista però, a un certo punto Davigo è incespicato. È accaduto quando, lasciata la Procura e raggiunta la Cassazione, decise di intraprendere anche la carriera di sindacalista delle toghe, fondando una corrente e poi addirittura facendosi eleggere segretario dell’Anm, l’associazione di categoria, una scelta che lo portò anche a farsi nominare nel Consiglio superiore della magistratura. Ecco, questo è stato l’ultimo atto del Grande accusatore, perché giunto alla fine della carriera e alle soglie della pensione è incappato in un guaio. Nel 2020, il pm di Milano Paolo Storari gli consegnò gli atti di un’indagine su una presunta loggia massonica denominata Ungheria. Non si sa che fine fecero quelle carte, ma una manina le recapitò, invece che davanti a un giudice, alla redazione del Fatto quotidiano. Risultato, l’uomo che voleva rivoltare l’Italia come un calzino e teorizzava l’inesistenza di innocenti ma solo di colpevoli ancora non scoperti, è stato condannato a un anno e tre mesi di reclusione per rivelazione del segreto d’ufficio, sentenza confermata in secondo grado e pure in Cassazione, dove addirittura per ricorso pretestuoso l’ex pm è stato costretto a pagare una multa, oltre a dover risarcire un collega con 20.000 euro.

Ecco, lui venerdì sera a Milano ha rappresentato i sostenitori del No alla riforma. Il personaggio perfetto per smentire la tesi di Nicola Gratteri, il quale per giustificare il suo sostegno alla campagna contro la separazione delle carriere ha detto che condannati e massoni avrebbero votato Sì. Ma il Davigo condannato è testimonial del No. E, a quanto pare, anche altri pregiudicati.

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