Un patto di fine legislatura su  soldi, sicurezza e salute. La Meloni riparte dalle tre «S»
Giorgia Meloni (Getty Images)
Passata la batosta delle urne e alle prese col caso Piantedosi, l’esecutivo deve puntare sulle cose concrete: aiuti a famiglie e imprese, più espulsioni e una sanità che funzioni. A costo di sforare i parametri dell’Unione.

Un tempo, i capiredattori insegnavano ai cronisti alle prime armi la regola delle tre S. Un articolo di successo, che consentisse di vendere più copie, doveva parlare di Sesso, Soldi e Sangue. Da allora non è cambiato molto, infatti le storie che narrano di delitti, di denaro e pure di relazioni pruriginose sono le più seguite.

Se rispolvero le tre S della carta stampata non è per fare un viaggio intorno al giornalismo, ma per parlare di politica. Infatti, la regola vale anche per chi sta al governo, con una variazione di temi. Dopo i soldi, che rappresentano la questione centrale, vengono la sicurezza e la salute. Credo che in qualsiasi famiglia, la sera, a tavola o seduti in salotto, si parli di questo. Magari ci scappa qualche imprecazione (legittima) contro Gravina e Gattuso, dopo che l’Italia è rimasta fuori un’altra volta dai Mondiali di calcio, ma poi immagino che si torni ai problemi di tutti i giorni, ovvero lo stipendio che scarseggia, la sensazione di paura quando si passeggia per le vie della città o del paese, le liste d’attesa per farsi curare.

Fossi Giorgia Meloni, o qualcuno dei leader di centrodestra, dopo la batosta del referendum ripartirei da qui, dalle tre S. I soldi. Tagliare le accise va bene, quanto meno per tamponare i rincari dovuti alla chiusura dello stretto di Hormuz. E va bene anche un’indagine sugli speculatori, che approfittano di ogni crisi per ritoccare i prezzi. Ma poi c’è da fare qualche cosa di più strutturale. Lo so che le casse sono vuote, perché qualcuno che oggi si erge a statista le ha svuotate con il Superbonus e pure con il Reddito di cittadinanza, ma nell’anno e mezzo che manca alla fine della legislatura bisogna trovare dei fondi che diano aiuto alle famiglie e alle imprese, restituendo un po’ di fiducia. Facile a dirsi stando seduti in redazione, davanti al proprio computer, difficile a farsi se si è nella scomoda posizione di stare a Palazzo Chigi. Però, anche se l’operazione è complicatissima per via dei parametri di bilancio imposti dalla Ue, questa è la leva principale su cui agire se si vogliono recuperare consensi. Che si chiamino tagli delle tasse, sgravi, aiuti, sostegni o incentivi, alla fine sempre di quattrini parliamo e occorre metterne qualcuno nelle tasche degli italiani.

La sicurezza. Su questo giornale parliamo spesso di fatti di cronaca nera che hanno per protagonisti immigrati clandestini. So pure che l’espulsione di chi non ha diritto di restare in Italia, perché non fugge da una guerra ma talvolta soltanto da un mandato di cattura nel proprio Paese, non è facile. Però anche questa deve diventare una priorità. Urge riallacciare rapporti con gli Stati africani da cui molti extracomunitari arrivano, è necessario riannodare i fili delle relazioni con la Libia e la Tunisia, bisogna provare a costruire altri centri per il rimpatrio, magari con la benedizione di qualche organismo internazionale. So che anche questo è più facile a dirsi che a farsi, perché di mezzo c’è la magistratura, che è tutta o quasi pro migranti e non vede l’ora di lasciarli liberi di scorrazzare per l’Italia, ma sul giro di vite si gioca la credibilità del governo. Il caso Cinturrino, dal nome del poliziotto killer di Milano, ha gettato fango sulle forze dell’ordine, ma la difesa di chi indossa una divisa e garantisce la sicurezza dei cittadini non può essere buttata alle ortiche e dunque ogni iniziativa a tutela di polizia e carabinieri, pagando magari le spese legali quando sono necessarie, è benvenuta. Soprattutto in un momento in cui chi ha giustamente inseguito due giovani che si erano sottratti all’alt rischia il processo con l’accusa di omicidio stradale, perché uno dei due fuggiaschi è finito contro il palo di un semaforo ed è morto.

Poi c’è la salute, intesa come sanità. Nonostante le promesse, le liste d’attesa sono ancora lunghe, le Case di comunità volute da Giuseppe Conte e Roberto Speranza sono un flop e i buchi nella rete dei medici di base sempre più numerosi. La prima cosa da fare è integrare sanità pubblica e privata: quello che la prima non riesce a fare lo deve fare la seconda e non certo a spese del paziente, ma consentendo a chi ne ha bisogno di rivolgersi alla prima struttura disponibile a carico del servizio sanitario nazionale. E i medici che mancano? Bisogna riportare a casa quelli che se ne sono andati all’estero. Come? C’è un modo semplice: alzare gli stipendi.

Come avrete capito, in fondo la regola delle tre S ha un unico filo conduttore: che si tratti di soldi, di sicurezza o di salute serve mettere mano al portafogli, mandando al diavolo il dogma del tre per cento che tanto piace a Bruxelles. Se il governo vuole uscire dall’angolo, rinunci all’obiettivo del tetto al deficit di bilancio e punti all’obiettivo di rivincere le elezioni. E a proposito di angolo in cui la sinistra vorrebbe cacciare l’esecutivo, mi pare chiaro perché si prova a montare un can can contro il ministri dell’Interno. Se cade Matteo Piantedosi, per una faccenda privata che nulla ha a che fare con il suo ruolo al Viminale, la strategia per contenere immigrazione e criminalità rischia la battuta d’arresto. Far dimettere uno dei protagonisti dei decreti sicurezza significa azzoppare il centrodestra e pure il caposaldo di una delle tre S necessarie per rilanciare l’azione del governo. Che poi a strillare sia il partito che ha fatto eleggere Ilaria Salis spiega tutto.

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