Era ora: gli Agnelli pagano le tasse
Ginevra, John e Lapo Elkann (Getty Images)

Per chiudere la complicatissima vertenza sul tesoro dell’eredità dell’Avvocato, i tre rampolli John, Lapo e Ginevra hanno raggiunto un accordo per versare 175 milioni all’Agenzia delle entrate. In ballo pure la messa in prova ai servizi sociali per estinguere il penale.

Anche gli Agnelli pagano le tasse. Ricordo, era l’estate del 2009, quando circolò la notizia di un tesoretto di duemila miliardi di euro che l’Avvocato aveva nascosto al fisco. Nella causa che la figlia Margherita aveva intentato alla madre, sostenendo che le fosse stata nascosta una parte del patrimonio che avrebbe avuto diritto di ereditare, spuntarono conti cifrati all’estero, nascosti nei paradisi fiscali. A ridosso di Ferragosto, quando le notizie scarseggiano, i fondi neri di colui che gli italiani consideravano il vero re d’Italia era una notizia più che ghiotta. Tuttavia, nonostante la cifra monstre dei soldi sottratti all’erario e sebbene il nome del presunto evasore fosse di enorme rilievo, curiosamente quasi nessun quotidiano scelse di fare del tesoretto nascosto di Gianni Agnelli il titolo principale della prima pagina. L’unica eccezione fu costituita dal giornale che allora dirigevo. A me sembrava la notizia del giorno, anzi, dell’anno. Ma come, il principe illuminato della più grande dinastia imprenditoriale italiana evadeva le tasse? Sì, capisco che Gianni Agnelli era praticamente il padrone d’Italia e la sua influenza si estendeva, oltre che sulle imprese (Confindustria era di fatto una succursale di corso Marconi), anche sulla politica e sulla stampa, intesa non come il quotidiano sabaudo, ma come sistema di informazione nazionale. E comprendo pure che con le sue bizzarrie, tipo l’orologio sopra il polsino, la cravatta fuori dal maglione o il collo della camicia botton down sbottonato, era diventato un’icona di stile, il rappresentante glamour del Paese. Un po’ come i Kennedy in America, Agnelli, pur non essendo un politico, era l’imprenditore che rendeva orgogliosi gli italiani, circondato com’era di belle donne e belle macchine. Per di più aveva la battuta pronta e anche lo humor lo rendeva affascinante, così da poter dire a Enzo Biagi che se Buscetta tifava Juventus quella era la sola scelta nella vita di cui il mafioso non avrebbe dovuto pentirsi.

Peccato che l’uomo così spiritoso, l’imprenditore così illuminato da stringere un patto con Luciano Lama per riconoscere il punto unico di contingenza, il principe glamour che dava del tu a Henry Kissinger come a Jacqueline Kennedy e Anita Ekberg, a quanto pare non pagasse le tasse e nascondesse un tesoro nei caveau delle banche internazionali.

Oggi gli eredi dell’Avvocato, dopo aver difeso con le unghie e con i denti l’eredità (assaltata pariteticamente sia dalla figlia che dal fisco), si sono accordati con l’Agenzia delle entrate per saldare i debiti con lo Stato per la modica cifra di 175 milioni di euro. Bruscolini probabilmente, per quella che a lungo è stata considerata la famiglia più ricca d’Italia. Da quel che si capisce, per Jaki Elkann, capo della dinastia, seguirà anche qualche strascico di natura penale, nel senso che dovrà concordare con i pm qualche risarcimento, un patteggiamento che andrà oltre l’aspetto monetario. Si parla di una messa in prova, di servizi sociali, come capita con chi ha commesso un delitto e, una volta accettato di espiare la pena, deve rigare diritto per un po’ e ricompensare la società. In questo modo, sembra di capire, con il pagamento e il capo chino, la questione verrà chiusa.

Si tratta della fine di una vicenda giudiziaria e, forse, della conclusione, almeno con la giustizia italiana, di una sgradevole vicenda. Ma si tratta anche della fine di un’epoca, con la caduta di un mito e, un po’ anche della sua impunità. Resta da vedere che cosa faranno gli eredi dell’Avvocato, cioè occorre capire se dopo aver chiuso le pendenze con l’Erario chiuderanno definitivamente anche gli stabilimenti di un gruppo che per un secolo è stato il più grande d’Italia. Oppure sceglieranno almeno di salvare quel che resta della reputazione. Per quanto ci riguarda, come non avemmo imbarazzi 16 anni fa a raccontare dei fondi neri dell’Avvocato, non avremo imbarazzi a descrivere ciò che verrà, non avendo l’attitudine a inginocchiarci di fronte ad alcun potere.

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