Un commissario contro i danni del governo

Bisogna restare a casa. Se il governo avesse spiegato quello che c’era da spiegare a proposito dell’epidemia che sta mettendo in ginocchio l’Italia e il mondo, il mio articolo si potrebbe anche chiudere qui, perché altro da aggiungere non ci sarebbe. Purtroppo, la politica, e ahinoi anche qualche presunto esperto, di pronunciare il semplice e perentorio invito a mettersi in auto quarantena per una settimana o un mese non ha avuto il coraggio. Fino all’ultimo si sono preferiti i messaggi tranquillizzanti e consolatori, preoccupandosi più di non diffondere la paura che di fermare il contagio. Il risultato è che anche di fronte a un aumento esponenziale dei malati e alle notizie allarmanti che arrivano dalle corsie degli ospedali, molte persone continuano a non assumere (…)

(…) le precauzioni necessarie a evitare la diffusione del coronavirus.

Che il governo sia impreparato ad affrontare una simile fase dell’emergenza lo dimostra anche come sia stata gestita la decisione di «sigillare» – si fa per dire – la Lombardia e 14 province dove si sono registrati focolai dell’influenza cinese. Nelle ore più buie, quando si devono assumere decisioni gravi, un esecutivo agisce con determinazione, evitando di lasciare trapelare le informazioni prima di averle messe in atto. Invece in questo caso, l’annuncio del decreto di Palazzo Chigi è circolato per un giorno intero e le persone che – per paura o per stupidità – volevano sottrarsi alla quarantena hanno potuto fuggire altrove, contribuendo con molta probabilità ad allargare l’area del contagio. In pratica, le esitazioni hanno contribuito a centinaia se non a migliaia di potenziali untori di andare a infettare altre centinaia se non migliaia di persone.

Lo so che è brutto da dirsi, ma se si deve fermare il virus bisogna prima di tutto fermare chi è un portatore sano o meno del virus. È la cruda realtà, piaccia o non piaccia. Noi invece abbiamo sentito politici dire che il coronavirus non era altro che un’influenza un po’ più aggressiva di quelle che ci colpiscono ogni anno. Per alcuni, e non farò i nomi per carità di patria e per evitare di infierire sulla scelleratezza delle frasi rilasciate, le persone dovevano continuare a fare la vita di sempre, prendendo al massimo qualche leggera precauzione tipo lavarsi le mani. La vita sociale – secondo questi signori – doveva continuare, perché la malattia non ci doveva spaventare più di tanto né doveva costringerci a rinunciare alle nostre abitudini. «I numeri del coronavirus sono poco superiori a quelli dell’influenza stagionale» decretava infine la dottoressa Maria Rita Gismondo, direttrice del reparto di virologia dell’ospedale Sacco di Milano. Una minimizzazione che ha suscitato le ire di Roberto Burioni, altro virologo che certo non ha la dote della simpatia, ma di sicuro ha il vantaggio di parlare chiaro.

Sì, molti politici, giornalisti ed esperti hanno contribuito a fare sì che, come documentato da alcuni sondaggi, l’allarme per l’epidemia fosse ritenuto ingiustificato, se non esagerato, dalla maggioranza degli italiani. Per i rilevatori di Emg Acqua, società specializzata nelle ricerche di mercato, il 43 per cento degli italiani fino a pochi giorni fa era spaventato, ma per il 51 la paura era da ritenersi eccessiva.

Il risultato è che la gente ha continuato a riunirsi, ad andare nei locali, ad accalcarsi intorno alle funivie e nelle vie della movida. A quasi venti giorni dal ricovero del cosiddetto paziente zero a Codogno, i contagiati sono 7.375, i morti 366 e i ricoverati in terapia intensiva oltre 500. L’epidemia insomma continua a crescere con numeri impressionanti.

Come i lettori sanno, non sono un estimatore di Matteo Renzi, ma pur sapendo che il fondatore di Italia viva quando fa una proposta cerca spesso visibilità, non posso che appoggiare una sua idea: affidare a Guido Bertolaso l’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus. L’ex commissario della Protezione civile non è un virologo e neppure un medico, ma è un uomo a cui non manca la determinazione. Qualche giorno fa avevo sollecitato il governo ad affidare pieni poteri a un commissario straordinario. Ci vuole una figura che non cincischi, che non debba contrattare un decreto legge per 24 o 48 ore con regioni e ministri. E che nemmeno debba rendere conto delle spese autorizzate per comprare i macchinari che servono per salvare vite umane. Non è ora di aste al minimo o al massimo ribasso e nemmeno di concorsi per assumere personale. È l’ora delle decisioni. E le decisioni non le può assumere un presidente di coccio come Giuseppe Conte.

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