Dopo mesi di sogni, si è svegliato anche Cingolani
Roberto Cingolani (Ansa)

«Se Putin dovesse chiuderci il rubinetto del gas è chiaro che avremo un inverno difficile». Con questa dichiarazione, anche il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, è finalmente atterrato nel mondo reale.

Dopo aver viaggiato per mesi nell’iperuranio, convinto di poter riaprire in quattro e quattr’otto «i nostri pozzi di metano» e così di essere al calduccio per almeno un anno, in quanto «abbiamo gli stoccaggi pieni al 55%», l’ex direttore dell’Istituto italiano di tecnologia si è arreso all’evidenza: senza il gas russo rischiamo di battere i denti. Ovviamente, colui che doveva accompagnarci verso un mondo verde, pur vedendo un futuro nero ha cercato di metterci una spruzzata di rosa, minimizzando l’allarme. Infatti, per Cingolani, se Mosca dovesse interrompere le forniture, noi staremmo meglio di altri, «perché abbiamo diversificato prima». Certo, mal comune mezzo gaudio, ma il pericolo rimane, perché «un conto è dire abbassiamo la temperatura di un grado o dire che per qualche mese andiamo avanti con le centrali a carbone, perché intanto risparmiamo transitoriamente gas, un altro è dire che dobbiamo interrompere le attività».

Insomma, dopo aver parlato per mesi di price cap, cioè di tetto al gas per evitare che Putin finanzi la guerra in Ucraina con il metano di cui noi abbiamo bisogno, e di tassazione dell’extragettito, ovvero di una misura per contenere l’aumento dei prezzi degli idrocarburi tagliando i profitti delle compagnie, il ministro ora è messo di fronte alla realtà. «Ogni anno dobbiamo accumulare oltre 10 miliardi di metri cubi di gas per predisporci all’inverno: è una corsa, perché con la guerra il grande fornitore, cioè la Russia, sta chiudendo i rubinetti e dunque lo stoccaggio diventa essenziale». Ma dai? Chi l’avrebbe detto? Pensare che per mesi al governo si sono cullati nella convinzione che fossimo noi a poter decidere di ridurre la dipendenza dal metano di Mosca. E invece adesso scopriamo che è Mosca a ridurla per noi, lasciandoci al freddo proprio in inverno.

Del resto, se dici a un oste che non vuoi più comprare il suo vino perché è un mascalzone, ti puoi forse aspettare che quello decida di giocare d’anticipo e non venderti più niente? Ovvio che no. Solo qualche malizioso potrebbe pensare a una simile ritorsione, non certo quell’anima candida dello scienziato a cui è stata affidata la Transizione ambientale. Preso com’era a inseguire farfalle, il ministro non deve essersi accorto che qualche cosa nel mondo era successo e che di questo passo ci saremmo trovati presto nei guai. Forse convinto dal presidente del Consiglio che bastasse davvero ridurre di un paio di gradi il riscaldamento, Cingolani deve aver pensato che comunque non sarebbe stato un dramma e poi la guerra sarebbe finita presto, perché la gente si stanca presto di parlare di massacri. Invece il conflitto ha preso una brutta piega. Così Olaf Scholz ha deciso di infischiarsene della Transizione ecologica e di darci dentro con centrali a carbone per evitare la paralisi dell’industria tedesca. A ruota è seguito Emmanuel Macron, che pur disponendo di centrali nucleari ha preferito riaccendere quelle francesi che vanno con il coke. Joe Biden, che pure grazie al petrolio può stare tranquillo perché gli Stati Uniti sono autosufficienti, ha mandato in soffitta ogni promessa fatta in campagna elettorale e ha concesso autorizzazioni per trivellare di brutto.

E noi? Beh, secondo il tenero Cingolani, ossia colui che fino a poco tempo fa teorizzava una transizione verso l’idrogeno verde che però poteva anche essere blu, noi siamo messi meglio di altri.

Nel frattempo segnalo che ieri Jp Morgan, ossia la banca d’affari americana, da sempre al fianco della maggior parte dei governi occidentali, ha diffuso un report in cui ipotizza che se, per ritorsione contro il price cap, Putin dovesse tagliare di 3 milioni di barili le esportazioni di greggio quotidiane, il prezzo del petrolio schizzerebbe a 190 dollari al barile, mentre se la riduzione fosse di 5 milioni le quotazioni potrebbero anche arrivare a 380 dollari.

Traduco in termini molto pratici: visto che con gas e petrolio sopra di 40 dollari l’inflazione in Italia ha demolito tutte le previsioni arrivando all’8%, provate a immaginare che cosa accadrebbe se i prezzi di metano e benzina fossero fuori controllo a causa del crollo delle forniture russe. Davvero il povero Cingolani pensa che siamo messi meglio di altri? Ma quali altri?

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