Vi racconto una storia: col ddl Zan non potrei

Se fosse in vigore la cosiddetta legge Zan che punisce l’omotransfobia, la storia che sto per raccontarvi probabilmente non potrei scriverla. Ma siccome, pur non essendo ancora in vigore, non si può escludere che la norma contro le discriminazioni di genere un giorno possa essere applicata retroattivamente, perché in Italia come sappiamo succede anche questo, a scanso di condanne comincio omettendo i nomi e la città dove la vicenda si svolge.

Tutto comincia sui campi di atletica, di cui sono appassionate alcune signore che, appena libere dagli impegni di lavoro, indossano una tuta e si danno appuntamento in pista. Da qualche mese però, alle gare del settore master della loro categoria partecipa anche un’atleta transgender. In pratica, un uomo o per lo meno una persona che, pur sentendosi donna ed essendo sottoposta a un trattamento farmacologico per cambiare sesso, ancora risulta maschio. Il gruppetto di atlete dunque si trova a gareggiare con una ginnasta che si presenta come tale, ma in realtà è un ginnasta. Figuratevi lo sconcerto e i dubbi delle signore, che non hanno alcuna voglia di discriminare chicchessia, ma non vogliono neppure essere discriminate, ovvero dover concorrere sui campi di atletica con chi, pur presentandosi come femmina, ha la struttura muscolare di un maschio.

Le poverette, dopo avere a lungo pensato ed essersi interrogate sul da farsi, hanno deciso di scrivere una lettera al presidente nazionale della Federazione di atletica leggera, al ministro delle pari opportunità Elena Bonetti e al sottosegretario allo Sport Valentina Vezzali.

Non so come finirà la loro interpellanza, ma so che cosa hanno scritto e dunque riporto il succo dei loro dubbi. In pratica, le campionesse chiedono ai suddetti come comportarsi, segnalando che la partecipazione dell’atleta transgender è consentita in base alle linee guida emanate nel 2015 dal Comitato olimpico internazionale, disposizioni che però mancano di «evidenza scientifica». In assenza di studi approvati e validati dalla comunità di studiosi «ancora una volta si attua una discriminazione nei confronti delle donne, della loro individualità e del loro diritto di essere garantite nelle pari opportunità del ed al loro genere».

Lasciate perdere il linguaggio un po’ burocratico, da circolare ministeriale o da ricorso in tribunale, e badate al sodo: le campionesse, in sostanza, chiedono di sapere se le autorità trovino giusto che loro, in nome di un principio contro le discriminazioni di genere, debbano essere discriminate e costrette a gareggiare con un uomo, che si sentirà anche donna e sarà pure sottoposto a cure farmacologiche per diventare tale, ma sempre uomo rimane. Le atlete, nel testo spedito ai vertici della federazione e del governo, precisano che il Comitato olimpico ha emanato linee guida in base alle quali l’unico metro di giudizio per poter gareggiare nella categoria donne è «un’affermazione di appartenere al genere femminile», aggiungendo che tale dichiarazione deve durare quattro anni. «Pare curioso questo discrimine temporale del tutto arbitrario e senza riferimenti logici e scientifici, soprattutto in presenza di atleti che divengano atlete senza aver eseguito la gonadectomia». Traduco per i non addetti ai lavori: la transgender in questione non si è sottoposta al cambio di sesso e dunque è fisicamente ancora un maschio, ma gareggia come se fosse una femmina. Tralascio i riferimenti alla misurazione di testosterone previsti dal Comitato olimpico, che pure vengono citati nell’esposto, concentrandomi sull’essenza della lamentazione delle signore.

Si possono far gareggiare alla pari corpi differenti per fisicità muscolare e respiratoria? A me la risposta pare evidente, ma qui non siamo nel campo delle cose evidenti, bensì di quelle apparenti. E siccome ormai, a parlare di queste faccende si rischia l’accusa di voler discriminare le persone in base alle loro tendenze sessuali, le atlete si sentono in dovere di precisare di «non voler impedire la piena espressione delle proprie sensibilità in tutti gli aspetti della vita individuale e sociale, ma al contempo non è nemmeno immaginabile impedire una corretta espressione delle proprie individuali capacità fisiche e di genere alle donne». In pratica, le ginnaste sono costrette a scusarsi se chiedono di gareggiare fra femmine e non con maschi che si ritengono femmine, perché per quanto si voglia camuffare la realtà e piegarla al pensiero politicamente corretto, quando si scende in pista le categorie rimangono due e non tre, quattro o cinque come vorrebbe l’ideologia gender.

Conclusione: «Non è possibile che ancora una volta le donne vengano “superate” perfino nello sport venendo meno a qualsiasi rispetto del loro essere donne». Ve lo sareste aspettato? Le femministe costrette a rivendicare di essere essere femmine contro il maschilismo di chi si dichiara femmina. Cose da non credere. Soprattutto, cose che rischio di non potervi più raccontare se passa la legge che punisce l’omotransfobia anche se a manifestarla sono le donne. Potenza della lobby gender, che impone di considerare normale anche ciò che normale non è.

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