All’armi son fascisti. L’onda nera che si è abbattuta domenica sulla Germania, invece di produrre una seria riflessione sulle cause del successo di Afd, sta spingendo la classe dirigente europea a un arrocco, nella speranza che basti serrare i ranghi ed escludere i nuovi venuti dal circuito democratico per aver risolto la questione.
La miglior sintesi di questo atteggiamento l’ha offerta ieri su Repubblica l’ex commissario Ue ed ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Fin dalle prime righe del suo intervento si capisce dove l’esponente del Partito democratico voglia andare a parare. «Hanno vinto i nostalgici e i filo putiniani». Gridare al pericolo nazista in fondo è la reazione più semplice. Se poi all’accusa di essere i nipotini di Hitler si aggiunge anche quella di essere pure parenti stretti dello zar del Cremlino, il gioco è fatto.
I vincitori rappresentano il Male e dunque gli esponenti del Bene, nella fattispecie i Gentiloni di turno, non possono che combatterli senza alcuna esitazione. L’ex premier non ha dubbi: Afd «è un partito estremista, con un programma che spazia dalla drammatica deportazione degli immigrati alla ridicola cancellazione delle pale eoliche».
Nessuno sforzo di capire perché 713.000 tedeschi – tra i quali pensionati, operai, impiegati, liberi professionisti e moltissimi giovani – abbiano votato un partito di «nazisti». Zero riflessioni sulle cause che hanno indotto 279.000 elettori della Cdu, 19.000 dell’Fpd, 11.000 della Linke e 7.000 dell’Spd a votare per i nostalgici.
Gentiloni liquida le cause del terremoto in poche righe, scrivendo che al voto è andato il Land meno popoloso della Germania, con meno abitanti della nostra Calabria, i cui cittadini per giunta sono i più anziani e tra i più poveri del Paese.
In termini appena più sottili, si tratta della stessa tesi espressa pochi giorni fa da Stefano Bonaccini, il quale, da presidente del Pd, ha spiegato che a votare per il centrodestra in Italia sono gli elettori più ignoranti, quelli che non hanno studiato e che vivono «nelle aree interne e nelle periferie delle città».
Nel ragionamento di Gentiloni, come in quello di Bonaccini e di altri esponenti della classe dirigente socialista europea, si sente tutto il complesso di superiorità dei militanti di una certa area politica, i quali non provano neppure a capire che cosa sia successo e perché chi votava per la Cdu, il partito che per 24 anni ha guidato la Sassonia-Anhalt, abbia deciso di cambiare.
Chi ha portato l’Europa nel vicolo cieco in cui si trova, con le fabbriche che chiudono per la transizione ambientale e l’immigrazione dissennata che rende insicure le città, non si interroga su come tutto ciò – ascesa di Afd compresa – sia stato possibile, perché è occupato solo a trovare un modo per respingere l’onda nera, cioè gli effetti e non le cause del terremoto politico che stiamo vivendo. E così ecco suggerite due linee di reazione.
La prima, definita pericolosa, consisterebbe nel ripiego. E cioè in una specie di «nazionalismo light», che – spiega l’ex commissario Ue – mantiene le differenze con la destra estrema mentre ci va a nozze. «Anche in senso letterale, ossia rinunciando al cordone sanitario che in molti Paesi ha fin qui separato i conservatori del Ppe dai sovranisti».
Ovviamente Gentiloni non sponsorizza questa presunta soluzione, che peraltro non risolve niente. No, lui pensa che l’ascesa dell’estremismo nazionalista vada combattuta a viso aperto, rilanciando l’obiettivo di quella sovranità europea condivisa evocata dal presidente Mattarella. «Nelle acque turbolente del mondo attuale solo un’Europa più forte può fronteggiare l’ostilità russa e il disimpegno americano».
Dopo aver accusato i movimenti che contestano le politiche di Bruxelles di essere quinte colonne del nemico, sostenendo che sono patrioti di una patria altrui, l’ex presidente del Consiglio conclude rilanciando i programmi cari a Ursula von der Leyen, ovvero difesa comune, green deal, superamento del diritto di veto per creare un’Europa ancora più centralista e distaccata dalle esigenze dei singoli Paesi.
Non cita espressamente la necessità di spalancare ancora di più le porte agli immigrati, ma si capisce che questa è la sua intenzione. Insomma, esattamente le politiche – queste sì, davvero estremiste e senza consenso popolare – che la Commissione e i suoi alleati hanno imposto al continente.
Alla fine di questo discorso però si comprendono due cose. La prima è che la classe dirigente progressista europea non ha capito nulla di ciò che sta accadendo.
La seconda è che, se questo è l’atteggiamento, prepariamoci: perché altre ondate nere si abbatteranno su Francia, Spagna, Polonia, eccetera.
E a produrle non sarà la nostalgia del fascismo o del nazismo, ma la miopia della sinistra europea, la quale, ora che ha sposato le élite, di fronte a quello che un tempo era il proprio elettorato, sa soltanto dire che è rozzo e povero. Ma, nel loro piccolo, anche le persone rozze e povere a volte si incazzano.
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