Con il trionfo di Afd in Sassonia è tornato il nazismo. Lo dicono davvero, sembrano persino crederci. Non parlano semplicemente di estrema destra, sovranismo, nazionalismo o populismo. Quelle sono accuse che conosciamo fin troppo bene e con cui media e politici progressisti ci hanno rintronato per anni, rivolgendole ai partiti più diversi e non sempre di destra.
No, ora c’è qualcosa in più. Paolo Gentiloni, per esempio, dice su Repubblica che hanno vinto «i nostalgici del nazismo», letteralmente. Secondo Gentiloni gli esponenti di Afd sono gente che vuole «farla finita con la cultura della memoria dell’Olocausto, su cui si è fondata la democrazia postbellica in Germania».
Altri a sinistra se ne sono usciti con affermazioni simili, e non parliamo solo di radicali di sinistra, ma anche di apparenti moderati, di liberali e democratici. Persino durante una trasmissione di Mediaset dedicata alle elezioni germaniche il titolo sullo schermo parlava apertamente di «neonazisti».
Forse allora è il caso di restituire un minimo di senso alle parole. Affermare che un partito sia nazista o nostalgico di Hitler significa affermare che questo partito voglia eliminare gli ebrei, riaprire i lager, allargare lo spazio vitale della Germania.
Con Afd si può essere o meno concordi su un argomento o un altro. Ma non si può in alcun modo dimostrare (e dunque affermare) che abbia in qualche modo sostenuto anche solo una delle posizioni sopra elencate.
Se lo avesse fatto, ci sarebbe poco da discutere. Non bisognerebbe nemmeno porsi il problema del dialogo, semmai ci si dovrebbe preparare a qualche forma di lotta contro dei fanatici che presto o tardi marceranno con i carri armati oltre i propri confini per annettere l’Austria e poi prendere la Polonia.
Dalle accuse di neonazismo alla «sovranità europea»: la contraddizione della sinistra
Lasciamo stare il fatto che sia ovvio che Afd non farà nulla di tutto ciò, non è questo il punto. Il nodo del discorso è che se quanti oggi parlano di nazismo ci credono davvero, allora dovrebbero correre a imbracciare le armi e salire in montagna.
Invece, prevedibilmente, non lo fanno. Paolo Gentiloni, per dire, sostiene che «l’ascesa dell’estremismo nazionalista va combattuta a viso aperto, rilanciando l’obiettivo di quella sovranità europea condivisa evocata dal presidente Mattarella anche nel suo recente messaggio al Forum di Cernobbio».
Poi aggiunge: «Difesa comune, competitività, superamento del diritto di veto, finanziamento dei beni comuni, rete di relazioni con le medie potenze nel mondo, pace giusta in Ucraina: sono questi alcuni dei capitoli della sfida europea che abbiamo davanti». Ma come, c’è il nazismo e tu parli di sovranità condivisa e diritto di veto da togliere?
È esattamente qui che la truffa diventa manifesta. È chiaro a tutti che non ci sono né dittature di ritorno né temibili minacce alla democrazia.
Però occorre comunque spararla grossa per ragioni persino semplici. Gli allarmi del passato sul ritorno del fascismo si sono rivelati clamorosamente farlocchi e ormai gli elettori europei disposti ad abboccare all’amo sono pochissimi.
Fratoianni invoca limiti alle idee: l’allarme sul nazismo diventa una scusa per reprimere il dissenso
Tocca dunque alzare il tiro per giustificare non una reazione forte a un pericolo reale, bensì provvedimenti assurdamente repressivi per un rischio inesistente. Berciare di nazismo consente di adottare un tono emergenziale a cui possono corrispondere misure altrettanto emergenziali. Nicola Fratoianni di Avs, per citare un caso, spiegava ieri che per bloccare l’avanzata dei feroci estremisti occorre stabilire che in Europa certe cose non si possono più dire, cioè che in buona sostanza servono limiti alle idee e alle espressioni sgradite. Sempre alla mordacchia si va a parare in un modo o nell’altro.
Oppure si ritorna a misure liberticide che vengono covate da tempo in sede europea ma che Bruxelles non è ancora riuscita a imporre.
Il diritto di veto è un chiarissimo esempio: non servirebbe certo a impedire un nuovo incendio del Reichstag, però lo si tira in ballo perché l’occasione è ghiotta per rilanciarlo.
La reductio ad Hitlerum contro AfD: demonizzare gli avversari per restringere libertà e consenso popolare
In buona sostanza, la reductio ad Hitlerum persegue i soliti obiettivi di sempre: demonizzazione totale dell’avversario, ulteriore restrizione delle libertà e, soprattutto, cancellazione delle istanze popolari non gradite alle attuali élite.
Istanze come il contrasto all’immigrazione di massa che i governi liberali o sedicenti moderati, se costretti appunto dalla avanzata di movimenti destrorsi, fingono di accogliere ma in realtà depotenziano o affrontano solo in parte.
Tentare di silenziare o escludere gli schieramenti che in modo più determinato si fanno portavoce di temi come la protezione dei confini significa aprire spazi a reazioni spontanee e difficilmente controllabili.
Immigrazione e confini, il malcontento cresce in Europa: dalle rivolte in Irlanda agli scontri di Portsmouth
La questione migratoria ha suscitato numerose rivolte in Inghilterra e Irlanda, ad esempio, anche due giorni fa a Portsmouth ci sono stati scontri fra la polizia e manifestanti che volevano impedire l’ennesimo sbarco.
La rabbia che non si può chiamare nazismo: Gentiloni e le élite rischiano di alimentare la rivolta
Abbiamo visto tutti i comunicati della nuova Ira sui clandestini in eccesso. Così come abbiamo assistito all’esplosione della rabbia degli europei di Ceuta. Il malcontento esiste, e farlo passare per nazismo è un modo stupido di nasconderlo.
Stupido e pericoloso: prima o poi la rabbia repressa troverà il modo di sfogarsi. Vedremo allora di che cosa parleranno Gentiloni e soci.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >