Non un libro d’inchiesta con la pretesa di risolvere il caso né di indicare piste, ma un memoriale esclusivo, ricco di retroscena inediti su come fu vissuta in Vaticano la scomparsa di Emanuela Orlandi. Questo è Giallo vaticano (Il Timone), il nuovo libro di Giuseppina Coali con la prefazione di Alessandro Diddi, promotore di Giustizia presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano. Classe 1972, figlia di Augusto – per 40 anni in servizio con ruoli apicali presso la Gendarmeria vaticana -, l’autrice, insegnante a Trento, dove il libro verrà presentato sabato 7 novembre alle 18:30 al polo culturale diocesano Vigilianum, racconta per la prima volta, dopo i familiari stessi della Orlandi, come quel giallo fu vissuto tra i sacri palazzi, rompendo un silenzio lungo decenni.
Coali, perché oggi questo libro?
«Mi sono decisa perché ritenevo di avere qualcosa da dire e ne sentivo l’urgenza».
Cosa mai quest’urgenza? Da quel 22 giugno 1983 sono trascorsi oltre 43 anni.
«Eventi prossimi, tra cui la malattia di mio padre: la causa che definirei scatenante. Dal momento in cui ho visto l’uomo che era, lentamente sottratto nel suo essere da una patologia implacabile come quella dell’Alzheimer, che mina proprio la memoria e la coscienza di sé, ho sentito il bisogno di fissare alcuni avvenimenti e ricordi che costruiscono il nucleo narrativo del testo».
C’è qualche altro motivo che l’ha spinta a scrivere?
«L’indagine interna sulla vicenda della scomparsa della giovane cittadina vaticana Emanuela Orlandi aperta nel 2023 dal promotore di Giustizia Alessandro Diddi, su sollecitazione di papa Francesco. Al promotore, Pietro Orlandi presentò – senza che fosse stata chiesta né dovuta – una lista di persone che lui riteneva meritevoli di essere ascoltate. In quella lista compariva anche mio padre, peraltro carico di un’accusa ben precisa».
Quindi poi il promotore di Giustizia vi ha convocato?
«Sì, sempre nel 2023. Io e mio padre fummo auditi per quattro ore. Lui diede tutte le delucidazioni e i chiarimenti all’autorità competente e lo fece anche attraverso il mio aiuto, dato che conoscevo bene i termini dell’addebito, circostanze e i contenuti».
Anche lei quindi aveva approfondito il caso?
«In questi decenni ho sempre spronato mio padre a raccontarmi del caso e delle sue conoscenze in merito. Questo mi ha portata a maturare una comprensione utile e puntuale, che nel tempo è anche cambiata perché frutto di una distanza emotiva dalla giovinezza che non sempre si rivela buona consigliera. A ciò si aggiunge il fatto che essendo cresciuta in Vaticano, in quell’ambiente, con quel gruppo giovani della parrocchia interna, figli di dipendenti, e accanto alla famiglia Orlandi, avrei potuto inoltre contribuire alla contestualizzazione di alcune interpretazioni popolari diffusissime, spesso promosse da giornalisti estranei e diffidenti verso quel mondo, se non da vera e propria ignoranza».
Il padre ai vertici della Gendarmeria vaticana
Qual era esattamente il ruolo di suo padre in Vaticano?
«Era tra gli ispettori capo della gendarmeria vaticana, in termini tecnici uno dei sovrastanti dopo il comandante e il vice. Cinque persone al massimo ai vertici. In quel ruolo aveva un compito di sicurezza fuori e dentro le mura, di protezione della persona del Santo Padre e di controllo, vigilanza e ordine pubblico nel territorio, durante i viaggi pontifici e in zone extraterritoriali se sottoposte alla Santa Sede. A ciò si aggiunge anche la funzione di intelligence esercitata soprattutto all’interno e di cooperazione con gli organismi internazionali, compresa l’Italia. Nel libro racconto alcune concrete situazioni in cui queste competenze venivano esercitate, anche in relazione al caso Orlandi».
Che tipo era l’ispettore capo Augusto Coali?
«Non uno che definiremmo “diplomatico”. Era piuttosto schietto e non aveva paura di dire quello che pensava. Era una caratteristica apprezzata anche da papa Giovanni Paolo II che si era espresso diverse volte sui benefici della schiettezza che lo contraddistingueva; la stessa parresia si era palesata nel rapporto con la famiglia Orlandi. Tra i tanti che hanno cercato la verità su questo caso, c’è stato anche mio padre».
Condivideva gli esiti delle sue indagini?
«Quasi mai. Non con me, neppure da adolescente. Raccontava invece molto a mia madre, donna riservata, ma raramente davanti ai miei occhi o alla portata delle mie orecchie. Manteneva sempre i tratti dell’investigatore: l’osservazione attenta e la bocca cucita. Sapeva e voleva separare il lavoro dalla casa e dalla famiglia. Tante cose le teneva per sé, molte cose sono custodite ancora nel suo cuore. Ha sempre avuto un grande rispetto per ciò a cui assisteva o su cui operava, consapevole di vivere in qualche modo tra il cielo e la terra, tra il sacro e il profano».
Com’era la vostra quotidianità?
«In casa con lui non c’è mai stata una vera quotidianità, soprattutto col pontificato di Giovanni Paolo II durante il quale era un continuo fare e disfare valige. Quando rientrava era una festa, aprivo la valigia o frugavo nelle borse in cerca di quegli oggetti strani, esotici, che portava al rientro dai viaggi. C’era sempre qualcosa per me. Lo ricordo spesso stanco, certamente non molto presente nella routine della mia vita bambina. Qualche insegnante – e lo capisco – lo aveva anche fatto notare a mia madre. Inizialmente soffrivo della sua assenza, crescendo ho capito».
«Il Vaticano era estraneo alla scomparsa»
Che fine ha fatto secondo lei Emanuela Orlandi?
«Non sono una investigatrice e nel mio libro, ovviamente, non punto il dito contro nessuno: né potrei mai farlo, anche perché occorrerebbe trovare prove, il che è molto difficile dopo 43 anni. Mi permetto solo di far notare che le risultanze scientifiche e criminologiche, nei casi di sparizione o omicidio, vedono le responsabilità ricadere spesso su figure del giro amicale, parentale o comunque già note alla vittima. Che i responsabili di questi delitti appartengano a sette o minoranze etniche o, peggio, siano mostri seriali o rapitori assoldati da chissà chi, di fatto, appartiene più al cinema che alla realtà, che spesso è molto più semplice e banale. Tutto quello che posso dire è l’idea che sul caso si era fatto mio padre».
Certo.
«Mio padre aveva alcune certezze sul caso, mai celate, palesate e ribadite anche in sede di audizione con il promotore di Giustizia».
Secondo lui il Vaticano nascondeva qualcosa?
«Assolutamente no. Secondo lui il Vaticano, che dall’esterno viene ormai spesso percepito come covo di chissà quali inconfessabili segreti, era sostanzialmente estraneo a quella scomparsa. Pur conoscendo praticamente tutto dall’interno e dell’interno, informazioni riservate incluse – e anche a fronte di qualche sospetto -, di fatto poi non aveva mai poi trovato elementi a carico di alcuno. Se li avesse avuti, non se ne sarebbe mai stato con le mani in mano. Di questo sono certa».
Dunque i sacri palazzi non celano nulla di scandaloso?
«Dopo 40 anni, di scandaloso sulla scomparsa di Emanuela trovo rimasto solo il tanto fango generato e alimentato da un certo mondo. Una vulgata che ricorre tra i trentini, anche nel clero, come battuta, è che “ad andare in Vaticano si perde la fede”. Mio padre ha sempre replicato alla facezia che chi perde la fede in Vaticano è perché non ce l’aveva neanche quando ci è arrivato e mi ricordava sempre di non dimenticare mai che c’è un mondo di opportunisti che non aspettano altro che approfittarsene. Compresi, ahimè, molti giornalisti».
Le tante piste e il memoriale inedito
Perché questo cold case appassiona tanto?
«Perché se analizziamo la lunga storia di questa vicenda rintracciamo alcuni topos narrativi comuni e ricorrenti nei casi di sparizione. Archetipi culturali profondamente radicati nell’immaginario collettivo e che non hanno nessun fondamento statistico o criminologico, ma che funzionano come capri espiatori descrittivi. La storia in questione è talmente lunga che li ha praticamente raccolti se non tutti, molti, nel suo viaggio nel tempo».
Intende dire che attorno a questo caso sono fiorite tante, forse troppe piste?
«Troppe sicuramente: dalla geopolitica ai complotti internazionali, dai servizi segreti allo Ior, da Alì Agca ai ricatti della banda della Magliana. Tutte piste che purtroppo non si sono mai rivelate risolutive. Al contrario, attenendosi esclusivamente alla fredda criminologia e ai dati statistici, lo scenario che si prospetta è drammaticamente lineare e privo di elementi esotici. Ciò detto, ribadisco che non è mia intenzione indicare alcuna pista risolutiva né lo faccio nel mio testo».
Ma se non ci sono piste risolutive del caso, perché leggere il suo libro?
«Perché rispetto alla narrazione dominante sui mass media, il mio testo propone un’altra storia. Direi di più: tutta un’altra storia, che spero possa contribuire ad un pezzetto di questo difficile puzzle contrassegnato da corsi e ricorsi storici, da strutture e sovrastrutture. Uno sguardo inedito, una lettura diversa con tanti dettagli inediti, anche sullo stesso san Giovanni Paolo II. Nel mio testo, a questo proposito, racconto di quando effettuò un esorcismo che sconvolse tutti i presenti, prelati inclusi. Il mio, ripeto, non è un libro d’inchiesta sul caso, ce ne sono già decine. Ai fatti scarni ed essenziali dedico solo un capitolo. Il resto è altro: un memoriale inedito».
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