Zingaretti regala ai russi dati genetici degli italiani
  • Regione Lazio e Spallanzani cedono informazioni sui ceppi virali e sulle varianti nella trattativa sullo Sputnik, che fu messo a punto anche grazie alla spedizione militare moscovita autorizzata dai giallorossi. La notizia nel giorno delle nuove sanzioni degli Usa. E il Pd ha la faccia tosta di accusare la Lega d’intendersela con Vladimir Putin.
  • Dal Donbass a Vladimir Putin definito «killer»: tra le due potenze la tensione è alle stelle.

Lo speciale contiene due articoli.

Regione Lazio, Spallanzani e istituto Gamaleya di Mosca firmano un accordo con l’intento di portare in Italia il vaccino Sputnik. I pilastri del documento si basano sulla collaborazione scientifica e lo scambio di materiali e conoscenza. Da un lato si vuole approfondire l’efficacia del vaccino sulle varianti e dall’altro avviare una sperimentazione su 600 volontari italiani che hanno già ricevuto la prima dose con Astrazeneca e sarebbero disposti a farsi iniettare, per la seconda, il siero russo. Dalle comunicazioni ufficiali si capisce che l’obiettivo è una pianificazione congiunta e una conduzione di studi clinici con l’impiego del vaccino Sputnik, nonché l’avvio della fase 4 in contesti reali. Fin qui, tutto può sembrare perfino interessante. In realtà, il pericolo sta nella controparte. I russi in cambio avranno l’accesso ai dati genetici tratti dalla biobanca dell’istituto Spallanzani.

Con le informazioni sensibili, Gamaleya potrà sviluppare e far crescere la seconda vita di Sputnik, incrociando gli effetti sulle varianti del virus. Già il 6 marzo si era compreso il potenziale rischio. Ma a confermare la scelta presa dalla Regione guidata da Nicola Zingaretti è stata ieri La Repubblica che ha pubblicato un lungo articolo specificando che ai russi saranno cedute informazioni su ben 120 ceppi virali in cambio di campioni prelevati da chi ha ottenuto le fiale di Mosca. Il dramma è che in caso di controversie non ci sarà un giudizio.

Semplicemente si scioglierà l’accordo. E ai russi sarà rimasta questa enorme massa di informazioni sulla quale vale la pena porsi numerosi interrogativi. Ne va innanzitutto del tema del diritto dei data base delle biobanche e del rispetto della norma europea della Gdpr, il regolamento generale sulla protezione dei dati. Posto che lo Spallanzani abbia – immaginiamo certamente di sì – messo in piedi l’intera struttura secondo le norme Uniiso utili alla gestione dell’intero ciclo e abbia preventivamente fatto sapere a tutti i pazienti coinvolti l’intenzione di trasferire i loro dati, una volta che l’accordo politico diventerà un contratto vero e proprio si aprirà il vero scoglio. «Per attivare il trasferimento», spiega alla Verità l’avvocato Giulia Aranguena, esperto di blockchain e di normative privacy, «bisogna calcolare le decisioni di adeguatezza della Commissione europea. Ai sensi dell’articolo 45 del Gdpr il trasferimento di dati personali verso un Paese terzo o un’organizzazione internazionale è ammesso se la Commissione ha deciso che il Paese terzo in questione garantisca un livello di protezione adeguato». Non è il caso della Russia che è stata definita dall’Ue una nazione che non garantisce adeguata privacy. In mancanza di una decisione ai sensi dell’articolo 45», prosegue Aranguena, «il titolare del trattamento o il responsabile del trattamento può trasferire dati personali verso un Paese terzo solo se ha fornito garanzie adeguate e a condizione che gli interessati dispongano di diritti azionabili e mezzi di ricorso effettivi». Difficile immaginare che possa avvenire in territorio moscovita. Non solo. Nel mese di dicembre 2018, il Garante italiano ha emesso importanti provvedimenti per il mondo della ricerca scientifica sanitaria ed epidemiologica: regole deontologiche per i trattamenti nell’ambito del sistema statistico nazionale e da parte di enti di ricerca e prescrizioni contenute nelle autorizzazioni generali per trattare dati genetici e per il riuso dei dati sanitari. Ne segue che la Regione Lazio prima di regalare ai russi i dati degli italiani dovrà chiedere il parere al Garante. E non entriamo nei dettagli più complessi che un tale trasferimento imporrebbe. Ciò che deve fare alzare le antenne è però il contorno politico. Lo Spallanzani ha avviato, come La Verità, ha già raccontato, un accordo con Reithera nel marzo del 2020, utilizzando come primi finanziamenti fondi del Cnr. Obiettivo è sviluppare un vaccino a partire dal brevetto della società privata. Il gruppo ha atteso per mesi l’intervento di Invitalia di Domenico Arcuri. Arrivato solo lo scorso febbraio facendo perdere 9 mesi preziosi. Non solo. L’iniezione di liquidità non è minimamente sufficiente per sostenere l’intera fase 3. In pratica, il vaccino rischia di arrivare quando il mercato avrà già sieri di seconda generazione. La scorsa settimana i vertici dell’azienda hanno incontrato il nuovo commissario, il generale Francesco Figliuolo. Dall’incontro non è emersa la possibilità di usare lo stabilimento di Castel Romano per insaccare un vaccino terzo. È facile immaginare che adesso la Regione che vede svanire il vaccino italiano e la possibilità di avere una fabbrica in loco tenti il tutto per tutto con i russi. Ma non è accettabile. Per due motivi. Primo, i dati genetici degli italiani non si possono scambiare per nessun motivo. Secondo, come può una Regione prendere una decisione di tale importanza geopolitica? È vero che Mario Draghi ebbe a dire che se l’Ue non sarebbe stata in grado di opzionare vaccini avremmo potuto pensare pure allo Sputnik. Nel frattempo lo scenario è cambiato. Soltanto l’altro ieri i media americani riportavano una posizione informale della Casa Bianca. L’uso dello Sputnik da parte della Germania potrebbe avviare le sanzioni Usa. Proprio sicuri valga la pena offrire i dati genetici degli italiani, rischiare sanzioni senza la certezza di avere un vaccino aggiuntivo e dall’altra parte offrire a Zingaretti un ritorno politico?


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