Terremoto, tre anni dopo: «Ci hanno abbandonati»
  • Nel 2016, la sequenza sismica che sconquassò il Centro Italia. Ma nonostante le promesse dei governi pd, c’è tuttora gente senza casette. La ricostruzione è lenta. E i territori si svuotano.
  • Il primo cittadino di Norcia: «C’è un continuo rimpallo di responsabilità tra Protezione civile, Regione e nuovo commissario».
  • Il sindaco di Arquata: «Per smaltire i detriti dobbiamo indire una gara valida in tutta l’Ue. Ma so già che il paese andrà spostato».

Lo speciale contiene tre articoli.

Portate pazienza, cari terremotati. Per riavere le vostre case ci vorranno almeno 15 anni. E non è una stima di noi uccellacci, usi agli allarmismi. Ma la sibillina previsione dell’ingegnere Cesare Spuri, direttore dell’Ufficio speciale per la ricostruzione nelle Marche. Estenuante tempistica da mutuare pure nelle altre Regioni colpite dal sisma del 2016: Umbria, Abruzzo e Lazio. «Nessuno si faccia illusioni», ammette Spuri. «Non si può tornare a qualche parvenza di normalità in meno di dieci anni. Bisogna fare in modo che ci sia maggiore fluidità nelle pratiche, certo. Però, con questi ritmi, potremmo immaginare una ricostruzione lunga 15 anni».

Intanto, ne sono passati già tre dal terremoto che, nell’agosto 2016, spazzò via Amatrice e Arquata: 303 morti, 388 feriti, 41.000 sfollati. Un’ecatombe: persone, luoghi, affetti. Una sequenza sismica proseguita con il terremoto di Norcia a ottobre 2016 e quello della Valnerina, nel gennaio 2017. Cumuli di macerie e devastazione. Infinito cordoglio e florilegi di promesse. «Prendiamo l’impegno che nessuno verrà lasciato da solo: nessuna famiglia, nessun Comune, nessuna frazione» annuncia l’allora premier, Matteo Renzi. Non è andata così. Tre commissari straordinari più tardi, si profila unanime e mesta previsione: le calende greche. Prima arriva Vasco Errani, già presidente pd dell’Emilia Romagna. Nel 2017, l’onere passa a Paola De Micheli, oggi vicesegretario democratico in forte ascesa. Lo scorso ottobre viene infine nominato Piero Farabollini. Appena insediato, annuncia le sue indifferibili priorità: velocizzare, snellire, sburocratizzare.

Negli ultimi mesi, il geologo a tendenza 5 stelle ha incassato sonore contestazioni: sindaci, cittadini, autorità. Non s’è sobbarcato un compito agevole. Tutt’altro. E i suoi predecessori non hanno certo brillato. I dati però restano impietosi. A partire dalle case da ricostruire. Appena 8.168 pratiche presentate: poco più di un decimo delle abitazioni danneggiate. Insomma, la stragrande maggioranza dei proprietari prende tempo. Magari aspettando adeguate coperture. Ma anche i progetti avviati vanno a rilento. Ne hanno approvati appena 2.420: meno di un terzo di quelli al vaglio degli uffici comunali. Che continuano a fare ineludibili conti con la carenza di tecnici e impiegati. «Con questo organico, ci metterò 27 anni a evadere tutte le domande…» vaticina collerico Giuseppe Pezzanesi, sindaco di Tolentino, nelle Marche. Non va meglio per le opere pubbliche: su 239 scuole danneggiate, solo tre sono state consegnante. E grazie a donazioni private. Eppure i soldi pubblici non mancano: per le zone terremotate sono stati stanziati 22 miliardi. Il problema è che, un lacciolo dopo l’altro, non si riescono a spendere. Una paralisi? Di più: basti pensare che, a tre anni dal sisma, rimane ancora da smaltire il 40% delle macerie.

«Non possiamo permetterci di indugiare oltre» sprona due mesi fa il premier, Giuseppe Conte. «Sulla ricostruzione si gioca il futuro del Paese» avverte lo scorso 16 luglio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante una visita ad Amatrice. Ecco, proprio il paese del reatino nel 2015 veniva dichiarato uno dei borghi più belli d’Italia. Adesso è diventato un monumento all’inerzia. Gli abitanti continuano a far le valige. La popolazione s’è già ridotta del 40%. E anche i proprietari delle seconde case, che affollavano le stagioni estive, sono spariti. Del resto, non avrebbero nemmeno un tetto sotto cui dormire.

Viaggiando nelle zone del terremoto, l’istantanea è univoca: desolazione, solitudine, abbandono. È il dantesco «lasciate ogni speranza voi ch’entrate». I Comuni sgretolati conservano intatti i segni della devastazione. Sembrano conservati sotto una teca, quasi un souvenir della tragedia. «Ci sono solo zone recintante e cumuli di macerie» riassume una sfollata, Luigia D’Annibale. «Continuano a passare camion che portano via le macerie. Non c’è una gru. Non c’è un cantiere. Niente di niente». Da ottobre 2017 Luigia, assieme al marito, vive nel Borgo uno: un villaggio di prefabbricati allestito ad Arquata del Tronto. Ha aspettato un anno prima di avere le chiavi della sua casetta. «All’inizio, come tutti, abbiamo avuto diversi problemi. Le installazioni e i lavori sono stati fatti in fretta. C’era una parete inzuppata d’acqua. C’hanno dato un numero per le emergenze. Ma spesso non rispondeva nessuno. O arrivavano dopo settimane. Così ho chiamato un idraulico, pagando di tasca mia». Luigia possiede una vecchia casa del Cinquecento nel centro storico di Arquata. «Dev’essere demolita, ma ci sono vincoli storici» spiega. «C’avevano detto che, con le nuove ordinanze, i tempi si sarebbero accorciati. Ma siamo fermi». C’è ancora da aspettare. E da sperare. «Va bene, prima o poi magari la ricostruzione partirà. Ma siamo sicuri che i contributi pubblici basteranno?». Domanda retorica. «Temo che alla fine saremmo costretti a fare un mutuo» si sfoga la donna. S’interrompe, riprende fiato, scuote la testa: «Siamo rimasti 700 nel paese. Molti si sono trasferiti a San Benedetto del Tronto, sulla costa. E chi aveva qui la casa dei nonni, non si fa più vedere». Magari torneranno. «Ma se non sono stati capaci nemmeno di attrezzare alcune aree per i camper! Almeno lì avremmo potuto ospitare i vacanzieri…».

Anche agricoltori e allevatori sono scorati. «Ho trascorso tutto l’inverno al gelo, con metà bestiame all’aperto» racconta Mario Troiani, allevatore di Visso. «Quando mi hanno rifatto la stalla, hanno calcolato male le dimensioni. Così, quando è arrivato il freddo, ho dovuto mettere i bovini sotto una tenda e al riparo degli alberi». Mario ha 28 anni. Vive ancora nei prefabbricati, con i genitori. «Siamo rassegnati» ammette l’allevatore. «La mia vecchia casa è nella zona rossa. E lì stanno ancora facendo i lavori di messa in sicurezza. Non abbiamo idea di quando partiranno i cantieri». Roberta Paoloni vive invece nel villaggio allestito ad Accumoli. «Ogni famiglia, davanti al suo modulo, ha creato un piccolo giardino. Ci manca il nostro vecchio paese. In particolare, il viavai dell’estate: quando il borgo si animava e cominciava la festa». E la ricostruzione? Roberta non ci spera più. «Hanno la priorità le abitazioni con danni lievi, mentre la mia è gravemente lesionata. Non sappiamo nemmeno se una parte del paese dovrà traslocare altrove. Il sindaco non si pronuncia».

A Camerino, storica città universitaria, si respira la stessa atmosfera, tetra e sospesa. Marco Brusciotti, studente e barista, sembra sconfortato: «Il centro storico è nelle stesse condizioni di tre anni fa. Inaccessibile. Le piccole attività, intanto, sono state trasferite in una struttura in periferia». Da queste parti nemmeno la recente visita del Papa ha rinfrancato gli animi. «Il rischio è che, dopo il primo coinvolgimento emotivo e mediatico, l’attenzione cali e le promesse vadano a finire nel dimenticatoio, aumentando la frustrazione di chi vede il territorio spopolarsi sempre di più» ha detto il Pontefice lo scorso 16 giugno. L’arcivescovo di Camerino, Francesco Massara, è stato meno ecumenico: «La ricostruzione s’è lasciata ingabbiare dai lacci della burocrazia, generando sconforto e delusione».

Fendenti poco caritatevoli sono partiti anche dalla diocesi di Spoleto. L’arcivescovo, monsignor Renato Boccardo, qualche giorno fa ha attaccato le paludi procedurali e amministrative. Che, per esempio, impediscono di rimettere in piedi la basilica di San Benedetto, a Norcia. Una delle tragiche icone del terremoto. «Stanno ancora rimuovendo le macerie» informa il prelato spoletino. E la decantata rinascita? Nemmeno l’ombra. Eppure Renzi prometteva: «La basilica tornerà a splendere». Mentre l’allora presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, rilanciava: «Ce ne faremo carico noi». Monsignor Boccardo, tre anni dopo, ragguaglia: «Continuiamo ad aspettare che il ministero dei Beni culturali indica il concorso internazionale di progettazione». Intanto, nella vicina chiesa di Santa Maria ci sono persino detriti all’interno, che coprono preziose opere d’arte. «Adesso cosa si potrà mai recuperare?» chiede crucciato l’arcivescovo.

A Spoleto il sisma ha danneggiato 14 chiese. Soltanto una è stata riaperta. Le altre attendono di uscire dalle secche. Vittime sacrificali di ordinanze scritte, riscritte e mai applicate. Nell’attesa, la diocesi sperava di cavarsela con i container. Da posizionare, a proprie spese, in cinque frazioni. Per dir messa e prendere la comunione. Ne è stato autorizzato solo uno. E gli altri? Niente da fare: l’impatto sul Parco dei Sibillini sarebbe eccessivo. Il monsignore cannoneggia: «Sono più propensi a dare attenzione ad alberi e animali che alle persone». Pastoie e cecità. «La burocrazia è un attentato alla ricostruzione». Adesso la pazienza è finita.


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