Il documento riservato che durante la sua audizione in commissione Covid l’ex premier Giuseppe Conte ha raccontato di aver depositato in Procura, dopo averlo ricevuto in una lettera anonima, e con i nomi oscurati, convinto di avere una mano di carte vincente è in realtà il più clamoroso degli autogol.
Secondo quanto risulta alla Verità, il documento di dieci pagine a cui ha fatto riferimento Conte sarebbe il verbale di una riunione riservata, che si è svolta il 14 aprile 2022, tra militari, componenti della ex struttura commissariale e Agenzia delle Dogane e dei monopoli, relativo alle mascherine fornite dalla JC-Electronics Italia srl. Secondo l’ex premier, leggendo il verbale emergerebbe che quelle della società, che l’opposizione ha più volte accusato di una vicinanza a Fratelli d’Italia, «non sarebbero mascherine che hanno un’efficacia filtrante».
Ma una sentenza civile del 2025, mai resa nota finora, non solo fa franare la ricostruzione fatta ieri da Conte a Palazzo San Macuto, ma mette anche una pietra tombale sul supposto trattamento di favore alla Jc da parte dell’attuale governo e sui reali motivi della transazione da circa 100 milioni di euro avvenuta il 31 ottobre 2025 tra la società di Dario Bianchi e Palazzo Chigi.
Quello che gli anonimi suggeritori dell’ex premier forse ignorano è che nel 2023, quindi con il governo Meloni in carica, l’avvocatura generale dello Stato, per conto della presidenza del Consiglio – Protezione civile e del ministero della Salute, ha proposto querela di falso contro le mascherine Aoxing Ax-Kf95 importate da Jc. Tradotto, il governo di centrodestra ha portato in tribunale quello che l’opposizione addita come un frequentatore di Atreju e come un finanziatore di Fratelli d’Italia.
La sentenza del Tribunale di Roma sulle mascherine Jc
Il Tribunale di Roma il 21 luglio 2025, ha però rigettato la querela del governo.
Rispetto all’aver prodotto documentazione falsa sulla conformità dei dispositivi, nella sentenza si legge: «Alcune circostanze inducono ad escludere che il file pdf utilizzato dalla Jc (per ottenere la validazione Inail) fosse il frutto dell’alterazione di quello utilizzato per la stessa validazione (comunque ottenuta) da altre società importatrici dello stesso prodotto».
Secondo i giudici, per la Jc «non vi era alcun motivo per alterare un certificato che comunque attestava l’esito positivo delle analisi del prodotto» dal momento che «l’esito positivo delle analisi è stato pacificamente attestato sia dall’Inail (che ha rilasciato la validazione all’esito di un procedimento di verifica non impugnato), sia dalle perizia tecnica svolta dall’agenzia Dogane e monopoli, dopo la denuncia querela sporta da Jc, su richiesta della struttura commissariale da cui è emerso che in relazione alle mascherine importate da Jc oggetto delle forniture».
Dai test svolti da Adm è emerso che «la prova di perdita di tenuta verso l’interno, eseguita sul campione tal quale con aerosol di cloruro di sodio è risultata conforme ai requisiti indicati» dalla normativa.
Tre mesi dopo la sentenza che ha rigettato la querela, il governo e Jc, con il parere favorevole dell’avvocatura dello Stato, raggiungono un accordo che riduce la somma stabilita in primo grado nel 2024 come risarcimento per il blocco da parte della struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri della commessa di mascherine fornite dalla società di Bianchi.La transazione, arrivata prima della decisione della Corte d’Appello sulla sospensiva della sentenza di primo grado vinta dall’azienda, ha chiuso la questione dimezzando il risarcimento rispetto ai 203 milioni di euro stabiliti nel 2024. Che con il calcolo degli interessi, secondo quanto risulta alla Verità, erano già arrivati a 258 milioni.
Ma nel 2020, nel pieno della pandemia, Conte non era solo alle prese con la gestione dell’emergenza e con le lunghe dirette serali con cui arringava gli italiani.
Il 26 maggio di sei anni fa l’Italia era ancora in lockdown e le misure restrittive erano state solo leggermente allentate, ma quel giorno, come La Verità aveva raccontato un anno fa, il leader del Movimento 5 stelle firmò la delega necessaria per autorizzare le intercettazioni preventive da parte dell’intelligence nei confronti di alcuni esponenti del mondo delle Ong, tra cui l’ex tuta bianca diventato uomo simbolo della nave Mare Jonio di Mediterranea saving humans, Luca Casarini.
Quando era filtrata la notizia che l’ex no global, Giuseppe Caccia (braccio operativo della Mare Jonio), David Yambio (portavoce di Refugees in Libya) e altri personaggi pubblici tra cui il direttore di Fanpage Francesco Cancellato avevano ricevuto sui loro smartphone l’alert relativo all’installazione di un trojan, prodotto dalla società Paragon e utilizzato anche dai nostri 007, l’opposizione aveva accusato il governo Meloni di spiare i suoi avversari.
Il verbale del Copasir sulle intercettazioni a Casarini
Ma la relazione del Copasir che già un anno fa aveva chiuso la vicenda e che oggi La Verità è in grado di mostrare ai suoi lettori, racconta in maniera inequivocabile che «sulla base dell’istruttoria svolta risulta che tali attività si siano dispiegate nell’ambito di due distinte operazioni.
La prima, la cui delega è stata rilasciata il 23 dicembre 2019 dal presidente del Consiglio dei ministri pro tempore, per essere successivamente autorizzata dal procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma, si è conclusa nel mese di marzo 2020, coinvolgendo Luca Casarini e Giuseppe Caccia. La seconda, di natura più ampia, la cui delega è stata rilasciata dal presidente del Consiglio dei ministri pro tempore il 26 maggio 2020, si è conclusa nel mese di maggio 2024, previe autorizzazioni del procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma per le parti di competenza e sulle successive proroghe.
Nell’ambito di tale operazione risulta attenzionato, oltre ai suddetti Casarini e Caccia, anche il cittadino sudanese David Yambio». Mentre per Cancellato «risulta che questi non sia stato sottoposto ad alcun tipo di attenzione da parte dei servizi di informazione per la sicurezza italiani attraverso l’utilizzo dello spyware prodotto dalla società Paragon».
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