- La Corte annulla la decisione della Commissione che, nel 2015, bocciò l’intervento del fondo interbancario sull’istituto pugliese: «Erano soldi privati». Lo stop, però, influenzò le successive crisi. L’Abi: «Ora i danni».
- Oltre ai miliardi bruciati dal sistema, le sofferenze svalutate e il bail in anticipato. Ora Enzo Moavero Milanesi potrebbe rivolgersi a Jean-Claude Juncker.
- L’intervento dell’Europa legò le mani al Fitd, che non poté arginare i crac di Etruria, Carife, Banca Marche e Carichieti. Un risparmiatore che aveva perso tutto si suicidò.
- Le colpe degli amministratori, anche delle Venete, sono indiscutibili. Ma l’eccessiva acquiescenza del Colle e di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni alla vigilanza Ue ha fatto danni in serie.
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Più che a una sentenza, quella pronunciata ieri dalla Corte di giustizia europea somiglia a un terremoto in grado di scuotere le fondamenta dei palazzi del potere di Bruxelles e, potenzialmente, riscrivere l’intero processo di risoluzione delle crisi bancarie a livello comunitario. Nel comunicato diffuso a margine della pronuncia, i togati spiegano con un linguaggio asciutto e perfettamente lineare che lo schema messo in atto nel 2014 tramite il Fondo interbancario dei depositi (Fitd) per il salvataggio di Banca Tercas in nessun modo rappresenta aiuto di Stato, come invece contestato dalla Commissione europea.
La Corte era stata chiamata a decidere nel merito dopo che l’allora ministro degli Esteri del governo Renzi e futuro presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, si era visto recapitare a febbraio del 2015 una velenosa letterina recante in calce la firma di Margrethe Vestager, ancora oggi commissario europeo per la Concorrenza. La mossa da parte del Fitd di mettere sul piatto la somma totale di 330 milioni di euro per tappare la voragine di Tercas, propedeutica alla ricapitalizzazione da parte della Banca popolare di Bari, non era piaciuta alla Commissione. Secondo Bruxelles, l’intervento a sostegno dell’istituto violava la disciplina degli aiuti di Stato, risultando pertanto lesivo della concorrenza. Cosa ancora più grave, Vestager e soci ipotizzavano che dietro al salvataggio ci fosse la regia statale. L’Italia aveva dunque deciso di opporsi alla decisione, presentando formale ricorso a marzo del 2016.
Nulla di più sbagliato. Accogliendo le obiezioni giuridiche sollevate dal nostro Paese, la Corte smonta punto per punto l’impianto accusatorio della Commissione. La prima ipotesi a cadere per mano dei giudici è quella dell’imputabilità dell’aiuto allo Stato. Il Tribunale osserva infatti che «in una situazione in cui l’intervento in favore di Tercas è stato concesso da un ente privato, ossia il Fitd, spettava alla Commissione disporre d’indizi sufficienti per affermare che tale intervento è stato adottato sotto l’influenza o il controllo effettivo delle autorità pubbliche e che, di conseguenza, esso era, in realtà, imputabile allo Stato». Giova ricordare che il Fondo infatti, pur svolgendo un’attività di pubblica utilità qual è la garanzia dei depositi bancari, si configura pur sempre come un’istituzione di natura privata. «Al contrario», aggiungono i giudici, nel fascicolo sono presenti «numerosi elementi che indicano che il Fitd ha agito in modo autonomo al momento dell’adozione dell’intervento a favore di Tercas». La Corte sottolinea, inoltre, il fatto che gli interventi messi in atto avessero una finalità diversa dalla tutela dei depositi, e perciò «non costituiscono l’esecuzione di un mandato pubblico». Smentito anche il «coinvolgimento delle autorità pubbliche italiane nell’adozione delle misure». L’autorizzazione di Banca d’Italia non costituisce infatti «indizio che consenta d’imputare la misura di cui trattasi allo Stato italiano», e la Commissione non è riuscita a «dimostrare che i fondi concessi a Tercas a titolo dell’intervento di sostegno del Fitd fossero controllati dalle autorità pubbliche italiane».
La storia racconta che il salvataggio ci fu comunque, grazie al «piano B» messo in atto grazie un escamotage ideato dallo stesso Fitd in accordo con il Mef e Banca d’Italia. Le somme deliberate a favore di Tercas furono restituite alle banche, che le fecero rifluire dal Fondo obbligatorio a un’associazione volontaria composta dagli istituti con un organo deliberante e dotazione patrimoniale propri. Ma ormai l’effetto domino era stato innescato e avrebbe portato, per usare le parole pronunciate durante un’audizione svoltasi nel dicembre 2017 in Commissione Banche da Salvatore Maccarone (presidente del Fitd), a una «distruzione di ricchezza pesante». L’atteggiamento della Commissione, spiega Maccarone, ebbe infatti «un’influenza nefasta sulla possibilità di intervenire nei confronti delle quattro banche (Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti, ndr)». Strozzato dalla condanna di Bruxelles, infatti, il Fondo non era più in grado di aiutare i quattro istituti in difficoltà, lasciati affondare insieme a migliaia di risparmiatori truffati.
Verrebbe da chiedersi: e adesso chi paga? La sentenza in realtà prevede solo il rimborso delle spese legali, ma le conseguenze potrebbero essere molto pesanti. Su Twitter il presidente della commissione Finanze del Senato, Alberto Bagnai, ha definito «epocale» la sentenza di ieri e ha annunciato: «Chiederemo i danni». L’Associazione bancaria italiana esprime «grande soddisfazione», con il presidente Antonio Patuelli e il dg Giovanni Sabatini che ora chiedono alla Commissione di rimborsare «i risparmiatori e le banche concorrenti danneggiate dalle conseguenze delle sue non corrette decisioni che hanno imposto la risoluzione delle “quattro banche” e altri interventi più onerosi delle preventive iniziative» dal Fitd. Sulla stessa linea Lando Maria Sileoni, segretario generale Fabi: «Chiunque abbia subito danni deve essere rimborsato dalla Commissione».
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