Ballano circa 300.000 posti di lavoro, più della popolazione del Comune di Verona. Tanti sono i dipendenti le cui aziende sono impegnate nei 183 tavoli di crisi. I settori? L’elettronica, il siderurgico, i call center, ma anche l’intimo: viaggio nelle vertenze più importanti che cercano una risoluzione con il nuovo governo. Una grana in più nelle difficoltà dell’esecutivo Conte bis.

Lo speciale contiene un articolo più sei approfondimenti sui principali tavoli di crisi.

Sono in 300.000, vivono in ogni angolo d’Italia e sono dimenticati: è il numero di persohe che lavorano in aziende in crisi e la cui occupazione è a rischio. Per garantire un futuro a questi posti, sono aperti tavoli al ministero dello Sviluppo economico (Mise), retto fino al mese scorso da Luigi Di Maio ed ereditato da Stefano Patuanelli. Ma al Mise tutto tace. I confronti sono fermi. Non esiste un numero ufficiale né dei tavoli né dei lavoratori a rischio. Nemmeno i sindacati hanno un monitoraggio dettagliato della situazione.

Dall’inizio del 2018, cioè dalla campagna elettorale per le politiche, non ci sono più stati incontri complessivi, ma vertici sulle singole aziende. Non conveniva che certi dati venissero alla luce: alla Cisl risulta che tra il 2018 e il 2019 la richiesta di cassa integrazione sia salita dell’82%. Al 1° gennaio di quest’anno i tavoli di crisi al Mise erano 138, ora sono 183. Essi comprendono imprese note come l’Ilva di Taranto, la Mercatone Uno di Imola, la Whirlpool di Napoli.

Ma ci sono poi decine di sedi produttive sparse in tutto il Paese e attive in vari settori diversi, dalla siderurgia (Acciaierie di Piombino e Ferriere di Trieste) all’indotto automobilistico nel Torinese, dai call center (Almaviva di Palermo) all’abbigliamento (La Perla di Bologna), e poi componentistica elettronica, servizi alle aziende, grande distribuzione, aerospazio. E non c’è regione d’Italia che non conosca un focolaio di crisi occupazionale. Andrebbero poi aggiunte le 18 aree di crisi industriale complessa, dove i problemi non riguardano la singola azienda ma un intero territorio: tra gli altri Venezia, Terni, Livorno, Gela, Porto Torres.

Da un lato i problemi occupazionali si moltiplicano, dall’altro molti imprenditori si mostrano restii a fare nuovi investimenti, ma preferiscono vendere all’estero oppure battere cassa chiedendo aiuti di Stato. Il governo precedente non è stato un interlocutore che abbia favorito la soluzione delle crisi, come dimostra il fatto che ben poche sono state chiuse. I casi Ilva, Whirlpool, Mercatone, ex Alcoa, Bekaert si trascinano da mesi, alcuni da anni. E poi ci sono le situazioni irrisolte ma che il governo ha spacciato per chiuse con soddisfazione, come la Pernigotti comprata da un gruppo turco: oggi dei 250 lavoratori, 100 sono in cassa integrazione mentre per i 150 interinali c’è la disoccupazione senza ammortizzatori. In queste pagine raccontiamo alcune tra le situazioni di cui in Italia oggi si parla meno.


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