Palamara alla sbarra, ma il pg che lo accusa rischia grosso: gli passava le notizie
  • Oggi giorno del giudizio al Csm. Caos nella sezione disciplinare: Riccardo Fuzio e il consigliere Ardita potrebbero dover lasciare il posto.
  • Tengono banco le parole di Luca Lotti intercettato con il pm al centro di «toghe sporche».

Lo speciale contiene due articoli

Il colpo di scena era nell’aria, ma ieri c’è stato un completo capovolgimento di fronte. Il pg della Cassazione che, proprio questa mattina, dovrà sostenere l’accusa a carico di Luca Palamara, è finito nel tritacarne del virus trojan installato nel cellulare del pm indagato a Perugia per corruzione. Riccardo Fuzio è stato intercettato mentre discute col suo futuro imputato non solo delle nomine di Roma («bisogna lavorare sui numeri», suggerisce), ma soprattutto mentre gli rivela informazioni sull’indagine in cui è coinvolto. Condotta che al consigliere Luigi Spina è costata la poltrona a Palazzo dei Marescialli e l’accusa di rivelazione di segreto investigativo. Che cosa succederà ora a Fuzio? Le intercettazioni, pubblicate online ieri dall’Espresso, sono eloquenti. Il pg della Suprema Corte, componente di Unicost, la stessa corrente di Palamara, riferisce all’ex presidente dell’Anm contenuti dell’informativa di 98 pagine arrivata, da pochi giorni, al Csm. Dice che «ci stanno le cose con Adele (l’amica con cui Palamara avrebbe condiviso soggiorni pagati da Fabrizio Centofanti, ndr)… e il viaggio a Dubai…». L’accusatore e l’accusato, insomma, il 21 maggio scorso parlavano tranquillamente dei risultati delle investigazioni di Perugia. Fuzio, addirittura, si spinge a dichiarare che se davvero il pm avesse favorito il procuratore Giancarlo Longo, in cambio di soldi, «ti arrestavano».

Palamara – che rischia la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio – è accusato di violazione dei doveri di «imparzialità, correttezza ed equilibrio», in relazione ai rapporti tenuti con l’imprenditore Fabrizio Centofanti, nonché di un «comportamento gravemente scorretto» attuato nella riunione notturna del 9 maggio scorso, in cui, alla presenza dei deputati Pd Luca Lotti (imputato nella Capitale per il caso Consip) e Cosimo Ferri, e di 5 consiglieri del Csm (4 dei quali si sono dimessi), avrebbe brigato per pilotare la successione del pensionato Giuseppe Pignatone alla guida di Piazzale Clodio. La difesa di Palamara, nei giorni scorsi, ha ricusato il consigliere di «Autonomia&Indipendenza» Sebastiano Ardita dopo che già due consiglieri, componenti della disciplinare, si erano astenuti: Marco Mancinetti (Unicost), e Giuseppe Cascini (Area). Se l’istanza dovesse essere accolta (gli avvocati lo scopriranno solo oggi), il tribunale delle toghe dovrebbe essere modificato visto che, dopo le dimissioni di Luigi Spina e Antonio Lepre, Ardita e Cascini sono gli unici togati pm.

A Palazzo dei Marescialli, la difesa di Palamara punta soprattutto a demolire i rapporti con l’imprenditore Centofanti. Come? Facendo leva su un particolare che il nostro giornale è in grado di anticipare. Nel quinquennio 2014-2018 la famiglia Palamara (il pm Luca e la moglie Giovanna Remigi, ex dirigente esterno della Regione Lazio) ha sviluppato una capacità finanziaria complessiva di ben 835.000 euro. Una ricchezza che ben giustificherebbe i viaggi e i soggiorni, in Italia e all’estero, e che minerebbe del tutto – secondo gli avvocati – l’assunto accusatorio della corruzione ad opera di Centofanti. Anche per il famoso anello regalato all’amica Adele Attisani, che per i pm di Perugia sarebbe stato in realtà pagato dall’imprenditore, l’ex presidente dell’Anm è pronto a offrire una spiegazione che, paradossalmente, lo espone ancor di più dal punto di vista familiare. Del monile, che per gli inquirenti valeva 2.000 euro ma che Palamara sostiene di aver acquistato per 6.500 euro, aveva parlato con l’allora capocentro della Dia di Catania, Renato Panvino, al quale il pm, in più tranche, avrebbe consegnato il contante a estinzione del debito col gioielliere di Misterbianco.

Sul fronte della contestata «disponibilità» dell’ex togato, in seno al Csm (2014-2018), che nel fascicolo di Perugia diventa addirittura l’accusa di aver incassato 40.000 euro per favorire la nomina di Giancarlo Longo alla guida della Procura di Gela, la linea difensiva trae spunto dalle stesse carte della magistratura umbra. Infatti, all’epoca Palamara non faceva parte della Quinta commissione (incarichi direttivi e semidirettivi). A smentire l’interessamento del pm romano sarebbe addirittura l’avvocato Giuseppe Calafiore, condannato insieme al collega Piero Amara per le presunte sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Pur ammettendo di aver egli stesso tentato di favorire l’amico magistrato nella sua aspirazione, Calafiore ha negato che Palamara e Longo possano aver parlato di soldi. Resta da chiarire l’ultima contestazione, quella di aver saputo in anticipo i contenuti dell’inchiesta umbra grazie a Spina ma anche, come abbiamo visto, allo stesso pg. Aspetto su cui la difesa è pronta a dare battaglia. Anche perché, secondo i legali, la notizia era già da tempo non più riservata considerati gli articoli di giornale che avevano dato ampio risalto alla storia. Inoltre, a testimonianza di ciò, ci sarebbero delle chat WhatsApp tra Palamara e i magistrati Sergio Colaiocco e Giuseppe Cascini. Quest’ultimo viene citato, ripetutamente, nelle intercettazioni col virus spia. In particolare, nella ormai famosa conversazione del 9 maggio scorso, a cui erano presenti Lotti e Ferri, il consigliere dimissionario del Csm Luigi Spina sbotta: «Oggi, se fosse per me, Cascini gli impugnavo pure l’elezione e gli controllavamo i voti (…) tiravamo fuori la cosa del fratello…». In che cosa consista questa «cosa» non è chiaro. Il riferimento è a Marcello Cascini, sostituto procuratore di Roma. Ancora un fratello, dunque, nelle intercettazioni al veleno del «mercato delle toghe», dopo quelli di Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo. Consulenti di aziende finite nel mirino dell’autorità giudiziaria capitolina, e fulcro centrale dell’esposto firmato dal pm Stefano Fava contro i suoi superiori in Procura.

Simone Di Meo

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